venerdì 17 gennaio 2025

Due segnalazioni western recenti che mi ero dimenticato

Per gli ultimi due mesi mi sono dimenticato di segnalare due notevoli uscite western, entrambe a cura dell'editore Mattioli 1886 (che è molto focalizzata sul western mainstream, per esempio pubblicando molti romanzi di A.B. Guthrie).

A novembre è uscito Diezmo, di Rick Bass, racconto sulla fallimentare spedizione di un gruppo di texani a Mier, in Messico, nel 1842, che si concluse con uno degli episodi più tragici della storia del West.

Diezmo racconta la storia vera dell’assurda e tragica spedizione Mier. Due giovani amici, James Alexander e James Shepherd vengono reclutati per servire in una pattuglia che perlustra il confine del Texas. Attraverso i ricordi di James Alexander, il romanzo racconta gli orrori della missione sul fronte messicano, dove i due amici finiranno per essere catturati e rinchiusi in un carcere terribile da cui cercheranno disperatamente di scappare. Sottoposti a ogni tipo di supplizio, il narratore e i suoi compagni passeranno attraverso il ‘Diezmo’, una durissima selezione per cui uno su dieci verrà giustiziato. Un sogno di grandi trionfi destinato a trasformarsi prima in un inno alla violenza, poi in una preghiera per la sopravvivenza e in un nostalgico ricordo di casa. Rick Bass ci racconta la storia della sanguinaria spedizione Mier, una delle imprese più tragiche e assurde della storia di quel Texas che, come scrive l’autore, “è nato nel sangue”.


A dicembre è uscito Sentieri selvaggi, di Alan LeMay, nuova edizione e traduzione a venticinque anni dalla più recente (del 1988 edita da La Frontiera) e a settanta dalla più vecchia (di Baldini e Castoldi del 1956!). Da quest'opera venne tratto il capolavoro di John Ford con John Wayne come protagonista.

Dopo lo sterminio della loro famiglia da parte di un gruppo di Comanche, Amos e Martin partono in cerca della giovane Debbie Edwards, unica superstite, rapita dagli indiani. Dal momento in cui lasciano il loro ranch, in una torrida giornata texana, Martin Pauley e Amos Edwards diventano due ‘cercatori’. Negli anni che seguiranno, si renderanno conto che quello che stanno cercando è molto più di una ragazza scomparsa e della vendetta personale. Entrambi sono guidati dai loro segreti, dal senso di colpa, dall’amore e dalla rabbia. Sfidando i pericoli che li circondano, i due uomini diventeranno leggendari, ‘cercatori’ di quell’ultimo scontro che li renderà finalmente liberi.

mercoledì 15 gennaio 2025

"Comanche Moon" di Larry McMurtry: Einaudi conclude la quadrilogia western

L'11 febbraio 2025 uscirà, per Einaudi, il romanzo Luna Comanche di Larry McMurtry. Si tratta del volume conclusivo della quadrilogia western del grandissimo scrittore texano, pubblicato nel 1997 e finalmente arrivato anche per noi poveri appassionati italiani. 

Luna Comanche conclude uno dei cicli più apprezzati e di successo del genere, con Lonesome Dove (il primo) che vinse persino il premio Pulitzer nel 1986. Gli altri due romanzi, tutti pubblicati da Einaudi nel corso degli ultimi sei anni, sono Le strade di Laredo e Il cammino del morto.

La sinossi di Comanche Moon riporta:

Da tempi immemorabili, è con la prima luna piena d’autunno che i Comanche scendono sul sentiero di guerra. Ma gli equilibri lungo la frontiera dell’Ovest stanno irrimediabilmente cambiando. I coloni risalgono i fiumi come formiche e a difendere gli insediamenti ci sono Gus McCrae e Woodrow Call, appena promossi capitani dei Texas Ranger ma già pronti a diventare gli eroi che conosciamo. Con “Luna comanche” si chiude lo straordinario ciclo western di Larry McMurtry. Girata l’ultima pagina, avrete voglia di ricominciare dalla prima riga di “Lonesome Dove”. Quando il famigerato ladro di cavalli comanche Kicking Wolf gli ruba l’instancabile Hector, un cavallo così poderoso da essere reputato magico, il capitano Inish Scull decide di inseguirlo a piedi, affidando il comando della compagnia di Texas Ranger a Woodrow Call e Gus McCrae. Mentre la caccia al ladro conduce l’impulsivo Scull a un durissimo scontro di volontà con il Black Vaquero, il bandito più efferato del Messico, i neopromossi capitani si trovano per la prima volta ad avere la responsabilità della vita dei loro uomini. Nelle sconfinate pianure dell’Ovest la priorità è sempre portare a casa la pelle e così i due amici accantonano i consueti battibecchi e intraprendono la prima delle tante missioni che li renderanno i combattenti più ammirati della frontiera. Di ritorno a Austin, li attende però una nuova sfida, per la quale la vita da ranger non li ha minimamente preparati. Dopo anni e anni di corteggiamento, Clara Forsythe, il grande amore di Gus, ha preso la sua decisione, e Maggie Tilton, la timida prostituta con cui Call ha un rapporto stabile, si gioca l’ultima carta per tentare di accasarsi con lui. A quel punto, l’ordine della ricca e umorale signora Scull, di andare a recuperarle il marito, giunge quasi provvidenziale. Ai due non resta che montare in sella e avventurarsi di nuovo nelle terre selvagge, in compagnia dei fedelissimi Pea Eye, Jake Spoon, Deets e Long Bill. Con un ritmo serratissimo e tutta la tragicomica umanità che McMurtry dona infallibilmente ai suoi personaggi, “Luna comanche” racconta le leggendarie avventure di Gus e Call nel fiore degli anni e introduce la riflessione malinconica sul tramonto di un’epoca che troverà il suo mirabile compimento in “Lonesome Dove”.

Comanche Moon, come tutti gli altri della quadrilogia, uscirà nella collana Supercoralli, quindi rilegato con sovracopertina, al prezzo di 24 euro.

Non ci resta dunque che attendere ansiosamente il mese prossimo!

lunedì 13 gennaio 2025

"American Primeval": il vero West non lascia scampo

Il western si dimostra davvero, per l’ennesima volta, il genere per eccellenza. Dato per morto un innumerevole numero di volte, ha sempre saputo rialzarsi – magari a fatica –, barcollare, zoppicare, inciampare, ma alla fine ritornare a petto in fuori, testa alta e Colt spianata. Fino a sputare fuori un capolavoro come American Primeval.
Nata dalla fantasia dello sceneggiatore di Revenant, Mark L. Smith, questa miniserie da sei episodi è una boccata d’aria rigenerante per il western, come del resto sono stati recentemente più le serie tv che i film. In un West più vicino ai trapper che ai cowboy, più dirimpetto alla Guerra Civile che alle guerre indiane, si consumano le due vicende che sono in parte radicate nella vera Storia e in parte frutto di fantasia. Tutto comincia con l’arrivo a Fort Bridger di Sarah Rowell (Betty Gilpin) e suo figlio, che vogliono e devono andare ad ovest alla ricerca del padre del bambino. Prima si legano ad una carovana di mormoni diretta in Utah ma quando questa viene massacrata proprio da una milizia della loro stessa gente, Sarah e figlio vengono salvati da Isaac Reed (Taylor Kitsch), un burbero e silenzioso cacciatore. Da quel momento i due filoni della storia si divideranno per procedere parallelamente: da un lato l’ostinata e difficilissima traversata del continente della donna, che per giunta è anche ricercata da un nugolo di cacciatori di taglie; dall’altro, l’incrocio sanguinario tra la sete di potere (e di dominio) dei mormoni guidati dal fanatico Brigham Young (interpretato dal sempre inquietante Kim Coates) e protetti dalla milizia, gli indiani Paiute e Shoshoni e la cavalleria americana.
American Primeval tocca innanzitutto un’epoca della storia del West forse mai presa in considerazione dalla cinematografia: è il 1857 e il massacro della carovana è mutuato da quello realmente avvenuto proprio quell’anno a Mountain Meadows da parte di “soldati mormoni” travestiti da indiani (e su cui ancora oggi non è mai stata fatta assoluta chiarezza), a cui seguì una specie di guerra tra i religiosi e l’esercito americano, ansioso di fermare il progetto “indipendentista” di Young, tra l’altro ben esposto nella miniserie. Ma ovviamente American Primeval va oltre: pur dovendo inevitabilmente acconsentire a qualche stereotipo, la storia si focalizza molto sulla sanguinarietà della religione, sui conflitti morali, sullo scontro di culture come quella pellerossa (apparentemente l’unica a subire le peggiori conseguenze), ma anche sulla speranza e sull’amore.
La sceneggiatura fa un lavoro impressionante: il ritmo è martellante, in sei episodi (della durata media di 50 minuti) non ci si ferma neanche per un istante, i momenti di riflessione, di dialogo statico, di confronto civile sono ridotti all’osso e ogni pochi minuti succede sempre qualcosa, quasi senza soluzione di continuità. Un enorme pregio che fa scorrere gli episodi uno dietro l’altro, e se non si tiene il conto ci si potrebbe ritrovare alla fine senza neanche accorgersene.
I personaggi fanno tutti un lavoro mostruoso, a cominciare ovviamente da Betty Gilpin, nuovissima nel western, una donna tenace, dura come l’acciaio, orgogliosa ma con il cuore aperto ad una vita migliore; poi Kitsch (anche lui nuovo nel genere) che è taciturno ma quasi invincibile, rude ma in realtà pienissimo di sentimento, solitario al limite del mutismo ma di cui vedremo il perché a poco a poco; c’è la coppia di sposini mormoni Abish (Saura Lightfoot Leon) e Jacob Pratt (Dane DeHaan, lo abbiamo visto nei panni di Billy the Kid nel film The Kid) e la loro storia in caduta tra la follia di lui e l’incertezza di lei; ci sono i capi della milizia; c’è Jim Bridger (Shea Whigham), gran personaggio sarcastico e simpaticissimo; c’è il capitano della cavalleria (Lucas Neff), altro grandissimo personaggio molto diverso dal solito soldato cercatore di gloria dei western classici, anzi; poi c’è anche la piccola Due Lune, l’indiana muta che accompagna Sarah, Isaac e il figlio, e ci sono gli indiani Shoshoni e gli indiani Paiute, le guide, i cacciatori di taglie, il folle Young e il suo aiutante… E pur focalizzandosi molto sulle donne, American Primeval ha l’enorme pregio di non fossilizzarle nelle supereroine imbattibili resistenti alle botte e alle pallottole che vanno di moda oggi ma invece di renderle umane, orgogliose, e forti quando serve. Insomma, una pletora di personaggi per un affresco western di enorme impatto.
E se storia e personaggi hanno il loro perché, gran parte del lavoro di American Primeval lo fa l’intero aspetto visivo: il regista Peter Berg e lo sceneggiatore Mark Smith ricreano un West così reale da far male agli occhi. Violenze esplicite e inaudite (ci sono scalpature, mutilazioni, spari in faccia, ecc.) puntellano i sei episodi (stranamente l’aspetto sessuale è quasi totalmente lasciato fuori), mostrando quanto la vita sulla Frontiera americana fosse di una durezza difficilmente comprensibile da noi oggi. Il pericolo e la morte sempre in agguato, e sopra di esse il manto della natura selvaggia, qui mostrata in tutto il suo splendore attraverso riprese tra i più vari ambienti come la pianura spoglia, le foreste innevate, gli intrighi di rocce, gli strapiombi. Ma non aspettatevi il verde rigoglioso o l’azzurro cielo: la fotografia di American Primeval è ghiacciata, freddissima, aumentando la sensazione di violenza e di freddo, persino negli ambienti che dovrebbero essere assolati. In effetti in American Primeval l’ambientazione gioca un grande ruolo, a cominciare per esempio da Fort Bridger, un rudissimo avamposto popolato da ubriaconi, cacciatori di pellicce, indiani, soldati, mormoni, sbandati, cacciatori di taglie e scout di ogni nazionalità, immerso nel fango perenne. Ambientazione intesa anche come costumi, ovviamente: la cura nei dettagli è lontana anni luce dalle raffazzonate riproduzioni del West messe in mostra nei western classici: in American Primeval le armi sono correttissime, i costumi curatissimi, le scenografie ricostruite con la massima cura, tanto che credo ci sia stato un lavoro di maestranze veramente imponente.
In American Primeval, in genere, comunque, tutti sono sporchi e cattivi, l’atmosfera è cupa e oppressiva e la speranza e l’amore, se ci sono, sono ben nascosti. Non si fanno sconti, non esiste il buonismo o il politically correct, né la moderazione o tanto meno la diplomazia.
Ma ce l’avrà qualche difetto questa serie tv? Forse sì. Gli stereotipi un po’ retorici sugli indiani sono sempre quelli, ormai lasciano il tempo che trovano ma è anche vero che, a meno di non estremizzarli al massimo, quelli sono e quelli resteranno. Forse i personaggi hanno un livello di profondità un po’ ridotto ma personalmente, a cominciare dal fatto che American Primeval non è un film drammatico dove si parla soltanto, lo ritengo più un pregio che un difetto, visto che comunque l’essenziale viene detto (o non detto) e tutti i personaggi funzionano meravigliosamente bene. Infine, forse il difetto maggiore per chi è sensibile è l’altissimo tasso di violenza esplicita, che potrebbe senz’altro disturbare. Per quanto mi riguarda, lo ritengo semplicemente una realtà fattuale per un lavoro che fa del realismo il suo punto di forza.
Arrivando alle conclusioni, per me American Primeval è un capolavoro. Avventura e azione in ambiente western, con un occhio alla Storia, un altro ai dettagli, un altro ancora ai personaggi, su una sceneggiatura che non lascia un attimo di respiro, dipinta da una regia con vari accorgimenti stilistici d’impatto (qualcuno su internet ha citato la pioggia di frecce, che mette veramente paura!). Cosa chiedere di più? Ah, c’è pure Betty Gilpin… Il capolavoro è servito.

giovedì 26 dicembre 2024

Nuovo libro di Stefano Jacurti: "La storia di Ulysses S. Grant", biografia del grande presidente americano

Cari amici del West, vi presento il nuovo libro del nostro carissimo amico Stefano Jacurti, sempre prolifico con le parole scritte. La sua ultima fatica, intitolata La storia di Ulysses S. Grant. Generale, presidente, viaggiatore, è la prima biografia del grande generale americano mai redatta in lingua italiana. Ricco di fotografie d'epoca e di mappe, questo corposo volume (più di 400 pagine) è una cavalcata che attraversa un continente, dall'est della Guerra civile all'ovest della conquista, ma non solo quello americano. Il protagonista della biografia ebbe una vita avventurosa che Jacurti traccia passo passo sia nel pubblico che nel privato.

La sinossi annuncia:

Stefano Jacurti, attore e scrittore, consegna ai lettori la prima biografia in lingua italiana di Ulysses S. Grant. Una vita, quella di Grant, che si dipana fra le imprese della guerra civile, i difficili mandati presidenziali e i viaggi intorno al mondo. Jacurti trascina i lettori negli aspetti più profondi di un grande comandante fino all’ultima battaglia di un leone per la stesura delle memorie durante la malattia. La guerra di un leader contro i fratelli del Sud, i detrattori e contro le sue debolezze, è raccontata dall’inviato del passato il quale, fra un rombo di cannone e un sorso di whisky, attende i lettori all’interno di un mausoleo. La storia di Grant è quella della tenacia, dei fallimenti e dei trionfi di un uomo venuto dal niente che amava i cavalli e i veri amici, compresi alcuni che combattevano dall’altra parte. Prefazione di Marco Belocchi, regista, attore e scrittore.

Il libro è edito da I libri di Emil ed è disponibile in tutte le librerie e gli store online.

Non fatevelo mancare!

mercoledì 11 dicembre 2024

Independent Legions Publishing vara Black River, una nuovissima collana... western-horror!

Nella primavera del 2020 la casa editrice americana Death’s Head Press varò una collana di romanzi western-horror, denominandola Splatter Western e corredandola di splendide copertine appositamente disegnate, ricchissime di dettagli e di colori.
Ora, circa due o tre mesi fa, la casa editrice italiana Independent Legions, specializzata in horror, ha acquisito i diritti della collana Splatter Western e, cominciando dal romanzone Il tredicesimo koyote, ha iniziato a pubblicarla in traduzione italiana, sotto la denominazione di Black River. La notizia, che per il mercato nostrano è tipo per un cacciatore scovare e uccidere un bisonte bianco, è stata ufficialmente diffusa dallo stesso editore in un articolo sul proprio sito internet, dove si riporta che la collana sarà curata da Alessandro Manzetti e Cristiano Saccoccia e terrà pure le copertine originali (evviva!).
Ad oggi sono usciti due romanzi, il già citato Il tredicesimo koyote di Kristopher Triana, e L’ultimo dei devastatori di Bryan Smith, e altri ne sono previsti nel corso del 2025 e, spero tanto, anche oltre (l'editore riporta che in lavorazione ci sono, per adesso, sei titoli). Inoltre, il terzo romanzo, La bara dello sciamano di Wile E. Young, che sarebbe dovuto uscire prima di quello di Smith, dovrebbe essere pubblicato prima della fine di quest’anno (interpretazione mia di alcuni post Facebook, spero di azzeccarci!).
Insomma, la meritevole opera della IL è aria fresca, anzi freschissima, per i quattro gatti di noi che amano questo genere tanto disprezzato e ignorato, e spero con tutto il cuore che riceva consensi magari non per forza stellari (difficile essere tanto ottimisti quando si parla di western-horror) ma almeno più che sufficienti per mantenere viva la pubblicazione in continuità di questa collana, che a tutt’oggi in America è arrivata al diciassettesimo volume. La IL, a giudicare dall’attività della sua pagina Facebook, riceve da sempre ampio consenso di pubblico e senz’altro ha un suo gruppo fidato (o fidatissimo) di lettori entusiasti (oltre all’ampia gamma di romanzi che pubblica – sia italiani che stranieri, molti dei quali di autori americani che in patria spaccano ma che in Italia gli editori disconoscono – l’editore offre card “fedeltà” o “risparmio” e pubblica pure ben due riviste sulla narrativa horror) che sembrano sempre ben accetti riguardo le nuove proposte, e sì, anche western.
Quindi si spera che quest’entusiasmo sia contagioso e, quantomeno, fedele, in modo da dare la stura al continuum della collana Black River, unica nel suo genere!
Un applauso alla Independent Legions!