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martedì 9 agosto 2016

Le ferite da freccia nel West

Nel West dell’Ottocento, diversamente da quanto siamo portati a credere, non si moriva soltanto beccandosi una pallottola in fronte o in pieno cuore. Molto spesso una freccia risultava altrettanto letale. Con la leggera differenza, però, che rendeva l’agonia dello sfortunato che se la beccava più lenta e dolorosa. Infatti sembra che, da studi statistici e testimonianze d’epoca, una freccia fosse più letale di una pallottola, addirittura sia che colpisse un punto vitale sia che si piantasse “semplicemente” in una coscia o in un braccio. Una ferita da arma da fuoco era trattabile anche dopo una sommaria medicazione, ma una da freccia non lasciava scampo, a partire dalla copiosa perdita di sangue.
Maestri nell’arte dell’uso di arco e freccia erano, naturalmente, gli indiani. Anche quando riuscivano a mettere le mani su pistole e fucili, molti continuavano comunque ad usare quelle armi che nel corso dei secoli servirono così bene allo loro sopravvivenza. Le usavano per cacciare, ed erano in grado di uccidere un bisonte con una singola freccia nel cuore; le usavano per fare la guerra, ed erano in grado di uccidere un bianco allo stesso modo di come facevano con il bisonte. Ma come mai le ferite da freccia erano così letali? E come facevano i chirurghi dell’esercito a trattarle e curarle? Al di là dell’ovvia constatazione che, se colpito in un punto vitale (cuore, testa, collo), un uomo muore anche se colpito da una pietra, le frecce erano ingegnosamente realizzate per infliggere il maggior danno quando (e se) non uccidevano all’istante. Il fusto era solitamente realizzato in legno duro e la punta poteva essere di pietra, di legno, di metallo, di corno o di osso. Gli indiani la legavano al fusto con tendini (di animale, ovviamente), per uno scopo ben preciso. Non solo: differenziavano quelle da utilizzare per la caccia da quelle per la guerra: le prime avevano i bordi lisci, di modo che la freccia passasse attraverso l’animale, mentre alle seconde venivano seghettati i bordi così che, una volta colpito il bersaglio, esse si piantassero lì, e nel tentativo di estrazione danneggiassero ancor di più i tessuti; nel caso di punte da guerra, inoltre, non tutti gli indiani usavano quella di ferro: gli Apache, per esempio, attaccavano punte di pietra alle loro frecce, di modo che, nell’impatto, distruggessero l’osso. L’uso del tendine per unire punta e fusto, dicevamo, era ragionato: una volta andata segno la freccia, il tendine a contatto con il sangue e il calore degli organi si sarebbe allentato, permettendo così alla punta di rimanere lì dove aveva colpito, qualora se ne tentasse l’estrazione “a sangue caldo”. Se una freccia colpiva l’osso, nella stragrande maggioranza dei casi si fermava lì e a quel punto erano dolori anche per il chirurgo. L’estrazione sarebbe stata un’impresa. Ne sapeva qualcosa Joseph Howland Bill, medico chirurgo dell’esercito di stanza a Fort Defiance (New Mexico) a partire dal 1860. Mentre serviva lì come primo tenente, scrisse un breve pezzo che ancora oggi è considerato lo studio più completo e accurato sul trattamento delle ferite da freccia: “Notes on Arrow Wounds”. Di sicuro Bill ebbe modo di vederne molte, di queste ferite, e ne divenne così esperto da aver addirittura inventato un’apposita pinza per l’estrazione quanto meno invasiva possibile delle punte di freccia. Bill sottolineava sempre l’importanza di non provare mai ad estrarre la freccia tirando l’asta: il pericolo maggiore, infatti, era quello di lasciare dentro la punta. Questa non solo avrebbe, col movimento, lacerato ulteriormente i tessuti ma, se non trattata tempestivamente, sarebbe rimasta “intrappolata” dai muscoli che si cicatrizzavano, oppure in un ascesso, e portare così ulteriori e più gravi infezioni, peggiorando la situazione, oltre ovviamente a richiedere un intervento più difficoltoso e invasivo. Se l’asta rimaneva attaccata, il chirurgo poteva allargare leggermente la ferita e, infilando un dito seguendo l’asta, assicurare se la punta era infissa nell’osso oppure no; se invece il malcapitato gli giungeva senza l’asta, il dottore doveva non solo allargare la ferita ancor di più e incidere i muscoli più in profondità ma anche sondare alla cieca con le dita alla ricerca della punta, infliggendo più danno e dolore al ferito. Se la punta non era incassata nell’osso, bastava solitamente fare un po’ di attenzione ed estrarla piano piano con le dita o con una pinza chirurgica. In caso contrario, il lavoro si prospettava arduo. Innanzitutto il chirurgo doveva in qualche modo agganciare la punta, con una pinza o con un fil di ferro appositamente piegato, poi doveva iniziare a tirare, sperando che non la punta non si fosse incastrata troppo in profondità. Purtroppo nella maggior parte dei casi questo era proprio ciò che succedeva e al medico serviva una grandissima forza – con conseguente sofferenza del ferito – per estrarla, tanto che spesso pure la pinza più robusta si piegava. In un caso, per estrarre una freccia incastrata nella testa dell’omero di un soldato, Bill dovette far leva appoggiando le ginocchia sul petto del ferito!

L’invenzione della pinza da parte del dottor Bill fu un aiuto non indifferente: si trattava sostanzialmente di una semplice pinza chirurgica che invece di avere le estremità “a pinza” le aveva curvate a semicerchio: una volta infilata nella ferita, bastava chiuderla attorno alla punta per incassare quest’ultima tra le due estremità (vedi l’immagine a sinistra); a quel punto tutto stava nella forza che il chirurgo aveva per estrarre la punta. Ma una complicazione poteva venire anche dalla contrazione dei muscoli, che poteva addirittura piegare la punta di ferro (la forza – scusate il termine ben poco scientifico – di una contrazione può essere davvero incredibile); in questo caso bisognava spostare, con la punta delle dita, la punta della freccia in modo da liberarla dal muscolo e, sempre mantenendo la presa, estrarla con cautela, evitando di spezzarla.
Se invece la freccia passava attraverso i muscoli ed usciva, o comunque veniva rimossa senza complicazioni, bastava un semplice unguento (oltre, presumo, ai punti di sutura) per guarire il ferito in una settimana. Certo c’erano possibili imprevisti come ossa rotte o frantumate ma se tutto veniva estratto solitamente la ferita non era letale.

Nell’esperienza del dottor Bill, le ferite da freccia meno letali erano quelle a gambe e braccia (meno letali in teoria, perché la possibilità di infezione, di conseguente cancrena e di inevitabile amputazione erano del 50% e in questo caso la stessa amputazione non era sinonimo di salvezza perché bastava una semplice infezione ad uccidere il ferito), e nelle sue statistiche queste ferite ebbero un tasso di mortalità di meno del 5%. Al secondo posto c’erano le ferite alla testa, ma in quel caso solitamente il problema si risolveva così: la ferita era letale se la punta riusciva a colpire il cervello o se la freccia attraversava l’occhio (lì, non essendoci la protezione ossea del cranio, la punta raggiungeva facilmente il cervello); altrimenti, l’estrazione era possibile e la guarigione probabile. In quest’ultimo caso a volte era necessario anche trapanare il cranio, per alleggerire la pressione interna dovuta all’emorragia (vedi l’articolo del dr Bill per saperne di più sulle ferite alla testa).
Al primo posto per letalità c’erano infine le ferite al torace e all’addome. Nel primo caso – non considerando quelle al cuore, mortali sul colpo* – il loro numero era molto alto, essendo il torace la parte più grande del corpo e quindi quella più colpita (nonché quella solitamente più bersagliata); quelle più gravi erano ai polmoni: anche se la freccia passava da parte a parte, i polmoni o il polmone risultavano comunque danneggiati, portavano a difficoltà di respirazione ed emorragie, infezioni ed enfisema e quindi alla morte; leggendo l’articolo del dottor Bill si evince facilmente che i feriti al polmone morivano di asfissia, soffocati dal proprio sangue. Bill scrisse che su sei feriti al polmone da lui curati, quattro morirono. Uno di questi casi fu quello di Salvador Martinez, trapassato da una freccia al petto. Bill lo curò per due settimane ma alla fine Martinez spirò dopo forti dolori, difficoltà di respirazione e il sopraggiungere di una peritonite. L’autopsia rivelò che un polmone di Martinez era “solidificato e pieno di pus” e che materia infettiva era passata anche all’altro polmone, inoltre si scoprì che la freccia aveva danneggiato anche fegato e stomaco. Nella categoria delle ferite al torace rientrano anche quelle alle coste o alle vertebre, e lì il problema era più delicato perché la punta poteva incastrarsi troppo vicina al midollo spinale ed estrarla sarebbe stato pericolosissimo e dall’esito quanto mai incerto. Per quanto riguarda le coste, erano ferite comuni che però richiedevano molta attenzione, in particolar modo quelle dove la punta di freccia si incastrava nella parte interna delle coste posteriori.
Infine, quelle addominali erano altrettanto (se non di più) letali di quelle toraciche, con un tasso di mortalità del 90%. I tessuti molli dell’addome, non protetti come cuore e polmoni, erano il bersaglio preferito dagli indiani proprio per la loro vulnerabilità (infatti miravano sempre all’ombelico). Una freccia che lacerava gli intestini era mortale se non curata in tempo: se l’estrazione della punta era possibile, il chirurgo praticava una laparotomia per toglierla e bastava poi cucire il budello lacerato con del sottile filo d’oro, ma se l’intervento non era tempestivo o la punta non si riusciva ad estrarre, nella quasi totalità dei casi sopraggiungeva una peritonite dovuta al versamento di sangue, liquido intestinale e/o materia fecale nella cavità addominale, e di conseguenza una dolorosissima morte; nel migliore dei casi un’infezione seguiva la perforazione dell’intestino. Su venti casi di ferite all’addome curati da Bill solo uno si rivelò non mortale; di queste diciannove diciassette coinvolgevano gli intestini: tredici furono letali dovute a peritonite, quattro a emorragia. “Le ferite da freccia all’addome sono generalmente mortali. Raramente una freccia riesce ad attraversare l’addome senza tranciare una vena o lacerare l’intestino” scriveva Bill. I soldati messicani, consci di questo pericolo, erano soliti proteggersi fasciandosi l’addome con coperte ben ripiegate.
Altri punti vulnerabili erano il collo e l’interno coscia, percorsi rispettivamente da carotide e arteria femorale. Una freccia che tranciava una delle due era mortale nella quasi totalità dei casi, per dissanguamento.
Il dottor Bill affermò che, nel corso della sua carriera, non vide mai un uomo colpito da una sola freccia: tutti, invece, gli si presentavano bucati come puntaspilli. Non facciamo fatica a credergli, se guardiamo la famosa foto (in basso) del sergente Frederick Wyllyams del Settimo Cavalleria, che venne ucciso e mutilato dopo uno scontro con Cheyenne, Sioux e Arapaho, il 26 giugno 1867.

* Il cardiologo americano D.P. Lyle afferma che possono esserci casi in cui le contrazioni del cuore possono addirittura bloccare in loco la freccia e impedire così l’emorragia. Solo quando la punta sarà estratta ci sarà un notevole versamento di sangue e per poter sopravvivere, oggi, è necessario un intervento chirurgico. All’epoca del West, in una situazione del genere, il malcapitato non aveva speranze di sopravvivenza.

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Fonti

• Hugh T. Harrington, "Battle Wounds Never Pull an Arrow Out of a Body".
• "Treatment of arrow wounds by nineteenth century USA army surgeons", Journal of the Royal Society of Medicine, Volume 87, February 1994 (anche per l'immagine della pinza di Bill).
• Joseph Howland Bill, "Notes on Arrow Wounds", The American Journal of the Medical Sciences, October 1862.
• Maurizio Biagini, "Feriti da una freccia", farwest.it.
• Gualtiero Fabbri, "Ferite di freccia", farwest.it.
• Jeremy Agnew, Life of a Soldier on the Western Frontier, 2008.
• D.P. Lyle, More Forensics and Fiction, 2012.

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