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venerdì 18 gennaio 2019

Il grande silenzio [recensione]

*** L’articolo contiene spoiler ***

Chiariamo subito una cosa: Il grande silenzio è uno dei più grandi western girati, sia americani che italiani. Nel filone degli spaghetti viene unanimemente considerato nella Top Ten ed è da sempre elogiato dagli appassionati, anche da quelli di cinema in generale.
Sergio Corbucci, che pure scrisse e diresse quell’altro capolavoro di Django, riuscì all’epoca (siamo nel 1968) ad anticipare non solo gli stilemi del western all’italiana ma addirittura a capovolgerli totalmente, e nel modo migliore possibile. Possiamo dire che Il grande silenzio diventò uno spaghetti western anomalo ancor prima che venissero definiti, in modo consapevole, i tratti caratteristici (poi divenuti clichè) del genere.
Ribaltando le ambientazioni soleggiate, desertiche e polverose, e le classiche dicotomie banditi = cattivi e sceriffi = buoni, Corbucci porta sullo schermo una storia dove gli uomini di legge sono le carogne e i banditi sono dei perseguitati costretti a vivere di espedienti e nascosti sulle montagne, il tutto in un paesaggio sommerso nella neve, che il regista usa in modo eccellente facendolo diventare uno dei protagonisti.
In questo clima gelido ma allo stesso tempo rovente, dove i cacciatori di taglie sono affamati (di denaro) come lupi e si buttano senza pietà sui disgraziati fuorilegge che osano scendere in paese lasciando la sicurezza della montagna, spicca il personaggio di Silenzio. Interpretato da Jean-Louis Trintignant (al suo unico western) e nato, sembra, da un’idea di Marcello Mastroianni, Silenzio è un letale pistolero muto, un cacciatore di taglie che dà la caccia a chi si merita di morire e che si imbatte in una vendetta che probabilmente riteneva già compiuta. Suo nemico è Tigrero (Klaus Kinski), un bounty killer spietato e crudele, reso più straniante dal doppiaggio italiano e dal suo abbigliamento, infagottato com’è in una sciarpa e in una pelliccia da donna; Silenzio dovrà ucciderlo su commissione di una vedova (Vonetta McGee, qui alla sua prima apparizione).
Il grande silenzio non è quindi un western come tutti gli altri. Anticipando di alcuni anni I compari di Robert Altman, Corbucci inscena un dramma innevato ricco di violenza e di significato, con scene truci e sanguinolente che ben spiccano sul candido della neve. Snow Hill – in realtà Cortina d’Ampezzo, dove il film venne girato nell'inverno del 1967 – è quasi una ghost town, un villaggio da western crepuscolare, costantemente spazzata dal vento e dalle tormente di neve, tiranneggiata da Pollycut (un Luigi Pistilli viscido come un serpente) e tenuta sotto scacco da Tigrero e gli altri cacciatori di taglie.

Il personaggio di Silenzio è un’anomalia nel western e anche all’interno stesso del film: un pistolero muto, così chiamato perché «dopo che è passato, restano solo il silenzio e la morte», usa una pistola semi-automatica Mauser (quindi la vicenda è ambientata dopo il 1896) contro i cacciatori di taglie che in realtà dovrebbero stare dalla parte della legge. Ma a Snow Hill la legge non c’è, arriverà nella persona di Gideon Corbett – interpretato da Frank Wolff – uno sceriffo brontolone ma acuto che avrà il suo bel daffare contro Tigrero e la cricca di Pollycut.
Gli scenari innevati, dicevamo, aggiungono il tocco perfetto all’atmosfera lugubre e crepuscolare del Grande silenzio, caratteristica studiata attentamente da Corbucci nella sua idea di rivisitare il western italiano che ancora western italiano maturo non era.
Ma fin qui potrebbe essere una sorta di ordinaria amministrazione. Ciò che nel Grande silenzio fa ancor di più la differenza è invece il finale, che non solo smonta tutto quello che succede nel film ma smonta la consuetudine cinematografica. Quando, dopo averle prese dai cattivi, essere stato ferito in modo anche abbastanza grave, il protagonista/eroe è nel momento di rimettere le cose a posto e far trionfare la giustizia, Corbucci cambia le carte in gioco: niente happy ending, niente ripristino della legge e dell’ordine, niente di così consuetudinario e prevedibile: Tigrero farà fuori Corbett, la vedova e soprattutto Silenzio, dopo avergli sforacchiato le mani. Un finale che fece infuriare i produttori, che pretesero l’happy ending e lo imposero a Corbucci. Il buon Sergio, difendendo invece la sua scelta con i denti, girò appositamente un finale alternativo dove Silenzio e Corbett uccidevano Tigrero e i cacciatori di taglie, ma lo girò in modo così osceno che alla fine i produttori si arresero (questo finale è disponibile negli extra delle versioni in dvd del film).
E nacque così la leggenda del Grande silenzio, dove lo spaghetti western viene ribaltato ancor prima di rendersi conto di sé stesso, nonostante l'allora recentissimo boom di Sergio Leone (che, come sappiamo, fissò le leggi del genere), un'opera coraggiosa che andò contro le aspettative del pubblico ed ebbe addirittura il divieto di visione per i minorenni. Un lavoro magistrale ricco di significati e di scelte controcorrente che si mischiano sì a quelle di routine e stereotipate ma allo stesso tempo le rifiutano imponendone il loro contrario.

lunedì 11 luglio 2016

Idee minime sullo Spaghetti Western - di Mauro Fradegradi

Cari amici della Frontiera, con il nuovo post ospitiamo un altro amico di Western Campfire: Mauro Fradegradi, scrittore, studioso e appassionato di letteratura e cinema western. In questo breve saggio Mauro fa ordine sugli aspetti meno visivi del genere western (americano e italiano/europeo) e ne illustra le parti dal punto di vista simbolico, mettendo a confronto i western d'oltreoceano con quelli italiani evidenziando i sostrati comuni a entrambi, gli archetipi di base, gli stravolgimenti strutturali e altri piccoli aspetti meno evidenti.
Buona lettura!

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Idee minime sullo Spaghetti Western
di Mauro Fradegradi

Il western, e meglio ancora lo Spaghetti-Western (SW) perché più brutale e antieroico, originale e rivoluzionario, indigenista e proletario, è il miglior paradigma delle vicende umane. La mimesi perfetta dell’emozionalità virile, scenario deputato alla rappresentazione dell’irrisolto maschile occidentale moderno. Il genere che da Griffith e Ford fino a Tarantino e Tommy Lee Jones, passando per Delmer Daves, Sam Peckinpah, Sergio Leone, Clint Eastwood e Kevin Costner ha raccontato l’uomo, il mondo e l’uomo nel mondo meglio di altre estetiche e di altre poetiche, trova nei suoi caratteri fondamentali i suoi referenti mitopoietici meglio adatti a tale rappresentazione. Il paesaggio, il mondo animale, la wilderness, i personaggi, le loro figure e le loro intertestualità, l’iconografia e la composizione scenico-semantica, la modulazione narrativa, i temi e i motivi prescelti, funzionano inizialmente come indicatori culturali di una mitologia atavica, condivisa e riconosciuta, mentre successivamente operano come connettori poetici e politici relazionando l’immagine finzionale con la nostra realtà, soprattutto con il nostro mondo interiore.

Il primo carattere di un western è il paesaggio. Nelle dune di sabbia bianca, simbolo di una purezza che non è di questo mondo, come nelle terre aride e piene di coyotes e avvoltoi, per non dire di bandidos senza scrupoli, ritroviamo i tratti dell’antieroe western che nel paesaggio si rispecchia. Vi trova i suoi limiti e le sue sfide, ma anche una proiezione del suo destino: incerto quanto solitario ed ostile. Questo paesaggio vasto e iconograficamente tanto affascinante quanto pericoloso, amplifica il carattere solitario e malinconico del pistolero. La bellissima immagine del pistolero che si allontana in groppa al suo cavallo lungo la linea dell’orizzonte è un’immagine instabile, di falso equilibrio. Qui, in questa istantanea che ben raffigura l’individualismo, vi troviamo la relazione tra l’uomo e il mondo. Il nostro antieroe, con il suo compagno e il suo cavallo, è un personaggio chiuso nella sua organica e malinconica solitudine esistenziale.

Personalmente credo che gli unici tre interlocutori della sua intimità siano:
- l’amico, a volte ambiguamente tratteggiato come un altro da sé, che può anche assumere i toni di un’amicizia virile che in alcuni casi rasenta l’omosessualità, inquadrando l’amicizia e la stima reciproca come un bellissimo rapporto d’amore;
- il cavallo, vero e proprio compagno di avventure e anche di sventure, nonché emblema di libertà selvaggia, irrefrenabile e indomabile, come di virilità e fecondità;
- la pistola infine, è simbolo di virilità la cui perdita segnerebbe la perdita di una virilità e di una potenza sessuale che per l’antieroe western sono a volte l’unico tesoro posseduto.

Se gli eroi western del cinema classico hollywoodiano erano integri moralmente e instauravano un ordine stabile là dove era assente combattendo contro i cattivi di turno tratteggiati amoralmente, quelli sporchi e individualisti dello SW, come del cinema western americano post-’63 - quello di Peckinpah, Siegel, Aldrich, Eastwood, Fonda, Hellman – erano invece antimorali e portavano disordine là dove il disordine magari già c’era. La loro antimoralità li eleva ad eroi tragici in diretta eredità esistenziale con i prototipi greci. Come dice Bazin, il western che nega la ricostruzione storica assume direttamente i caratteri epici della tragedia.
Se gli eroi di John Ford erano soliti esser ripresi dal basso come per farsi ammirare nella loro grandezza morale e mitologica, il prototipo dell’antieroe western, che è lo Straniero di Clint Eastwood in Per un Pugno di Dollari, entra in scena addirittura di spalle. Era il 1964 e Sergio Leone rivoluziona il genere. Questa infatti, è la prima e più grande rottura estetica con il passato che diventa anche rottura di contenuti, di immaginario e di intenzioni autoriali. Tant’è che quando parliamo di SW parliamo di un genere vero e proprio e non di una modalità italiana di fare i film sui cowboy.
Se gli eroi del western classico tendevano alla famiglia, alla casa, alla patria e all’ordine, come propaganda governativa voleva, gli antieroi dello SW tendevano al proprio individualismo, alla preservazione di una malinconia che permetteva loro di elevarsi all’eterno o meglio all’illusione di esso, senza scadere nelle convenzioni. Il cowboy tutto d’un pezzo che fonda il suo futuro sulla sua precedente vittoria, scenderà automaticamente a compromessi con il sistema. Lo Straniero o il Cuchillo o il Sartana di turno invece, seppur vincitori, andranno sempre per la loro strada, rifiutando la mitizzazione facile e scontata e preferendovi quella maledetta che amplifica la loro carica romantica di uomini primitivi. Eticamente primitivi, per dirla come Ernst Junger nel suo Trattato sul Ribelle. Perché la loro vera natura è una natura arrabbiata. La rivolta dell’individuo-pistolero è nichilista e senza causa, o apparentemente senza causa. Se ha una causa, è una causa individuale non collettivamente condivisa. Ed è qui che il nostro antieroe diventa Mito, perché veicola l’universo emozionale ed etico di un uomo, e non della massa che si uniforma.
Se gli eroi del vecchio western erano l’opposto puro ed integro dei cattivi che dovevano sfidare, tra gli antieroi del western revisionista italiano come americano e i loro cattivi non c’è una chiara e netta linea di demarcazione. Anzi, spesso e volentieri si assomigliano o addirittura si passano la palla l’uno con l’altro scendendo a patti tra di loro per poi farsi la pelle a vicenda, come insegna il leoniano Il Buono, il Brutto, Il Cattivo del ’66.

Ad oggi il genere western può essere raggruppato in tre macro-gruppi storici che a loro volta possono crearne di micro dai tratti distintivi. Abbiamo così:

- il western classico che tende a mitizzare non solo la nascita di una nazione, quella americana, quanto la nascita dell’uomo ideale ed esemplare nella sua integrità morale. Ed è il western sia delle “horse opera”, cioè il western della celebrazione, sia quello dei film anni ’50, ovvero quello della propaganda. È chiaro che esistono delle eccezioni.
- lo Spaghetti-Western da Sergio Leone in avanti, che ha decostruito il genere precedente risemantizzando gli eroi in antieroi e gli spazi da amorevoli in ostili, ha ricodificato non solo un genere ma tutto un approccio moderno dell’uomo nei confronti del mondo preferendovi una via provocatoria ed irriverente come antidoto ad un buonismo moralizzante, offensivo per la libertà dell’uomo. Nello SW vi troveremo l’eurowestern fatto da spagnoli, italiani e tedeschi prima del 1964 di Sergio Leone: film modellati sul western classico americano; il zapata-western – detto anche tortilla western – che tratta di situazioni e contenuti politici usando il teatro paradigmatico della rivoluzione messicana; il western-gotico, tipico nostro italiano, dove l’abilità nell’organizzare trame, figure, scenari e linguaggi tipici dell’horror veniva riutilizzata in contesto western sorprendendo nella riuscita di un prodotto straniante e perturbante. Ci sono poi film dichiaratamente epigoni di Sergio Leone, come quelli di Tonino Valerii, il migliore a riprendere la lezione leoniana; così come sono epigoni di Sergio Corbucci quei film che puntano tutto sull’estetica violenta e cruda di Django. Tra questi epigoni va detto che molti, riprendendo soprattutto la struttura a “triello” de Il Buono, il Brutto, il Cattivo ripropongono storie classiche, con scarso stile e poche idee registiche, restando comunque film pregni del segno ultimo del western, come i film di Demofilo Fidani e León Klimovsky. Dopo Lo Chiamavano Trinità arriva il western brillante, comico o addirittura demenziale (spesso senza volerlo), una vera e propria commedia-western che potremmo chiamare anche fagioli-western.
- in ultimo il western moderno che riprende il mito della frontiera e i vari archetipi classici riposizionandoli nella contemporaneità, risemantizzandoli alla luce dell’evoluzione culturale dell’ambiente.

Bisogna precisare anche cosa s’intende per western crepuscolare e revisionista. Non sono generi con cui poter classificare film, bensì elementi trasversali che attraversano i macro-gruppi prima citati incidendo sul loro stile e sulla loro poetica. Sono categorie di registro, categorie poetiche e stilistiche che di volta in volta personalizzano il tono dell’opera. Per esempio, Sfida Infernale di John Ford del 1946 è un western classico, Per Qualche Dollaro in Più di Sergio Leone del ’65 è uno Spaghetti-Western e Brokeback Mountain o The Three Burials of Melquiades Estrada, entrambi del 2005, sono western moderni, contemporanei. Oltre a questa classificazione verticale che crea categorie a sé troviamo una classificazione orizzontale cha attraversa le tre categorie madri. È qui che entrano in gioco i caratteri crepuscolari e revisionisti dei western che dalla fine degli anni ’60 hanno cambiato, e in molti casi stravolto, il Mito classico. Il tono crepuscolare è il tono della malinconia, della tristezza, del disagio e dell’inquietudine della consapevolezza che tutto s’è modificato, o peggio ancora, che tutto s’è corrotto. Muore la speranza. Muore il positivo. Muore la vitalità. Nascono invece il dubbio, il rancore, la solitudine. Ne sono manifesti film di epoche diverse come Sfida sull’Alta Sierra del ’63 di Sam Peckinpah e il pluripremiato Gli Spietati (Unforgiven) del ’92 di Clint Eastwood con Gene Hackman, nel cui personaggio, più che in quello di Eastwood, vi troviamo i caratteri essenziali della parabola crepuscolare dell’uomo eastwoodiano: ambiguità, disillusione, sconfitta. Anche i film di Leone hanno quel tono nostalgico, di quell’età dell’anima persa per sempre o che non abbiamo mai avuto e che vorremmo invece avere, tipica del crepuscolarismo. Titoli come C’era Una Volta il West e Giù la Testa… Coglione! ne sono l’esempio più chiaro.

Mentre invece, quando si parla di western revisionista, intendiamo parlare di quei film che rivedono il mito della frontiera. Non più i grandi eroi senza macchia e senza paura, simboli della morale americana, bandiere dei valori morali severi e intransigenti con cui si crede di creare e condurre una nazione. No. Rivedere il mito americano del cowboy vuol dire spostare l’asse critico insieme all’asse narrativo e immaginifico su ben altri punti di focalizzazione. Spostare quindi l’attenzione su desperados, bandidos, stranieri solitari e taciturni; farli muovere in uno scenario ostile, a tratti orrorifico, omofobico e inquietante; e soprattutto farli diventare degli antieroi in sostituzione all’eroe retorico di John Wayne. E va anche detto che pure John Ford trovò un non-eroe sostitutivo del monolitico Wayne: parlo del grande manniano James Stewart che sarà il simbolo, il significante, di tante ambiguità morali. Ford lo preferirà a John Wayne nella sua fase registica più matura e disillusa. Caso a parte per il gigantesco Henry Fonda che oltre ad incarnare l’eroe duro della frontiera come in Sfida Infernale, capolavoro fordiano del 1946, è un eroe/antieroe ancora più criptico, nella sua ambiguità, di Jimmy Stewart, come ne Il Massacro di Fort Apache del 1947, ne Ultima Notte a Warlock del 1959, Firecreek - L’Ora della Furia e C’era Una Volta il West del ’68, Uomini e Cobra del ’71 e infine nel nostro Il Mio Nome è Nessuno del 1972.

Nonostante il corpus western di John Ford sia di inestimabile valore anche per chi fa un “altro” western e la figura di John Wayne andrebbe rivalutata anche se solo in relazione al disegno autoriale più ampio dell’opera fordiana, non si può nascondere come quel cinema abbia influito sulla concezione del mito americano. Il cinema di Ford, e quindi anche i di lui eroi wayneiani, vanno oltre la loro prima lettura reazionaria e severa tipica del fondamento della nazione americana di cui prima si evidenziavano i limiti. Il suo cinema ha fotografato quella vita aspra e selvaggia con i toni dell’epica, una dimensione che manca oggi nella vita prosaica di ognuno di noi, ma alla quale tendiamo in numerosi sogni e progetti. Ford ha saputo celebrare il mito del cowboy ed evidenziarne i contrasti e le ambiguità. Suoi sono infatti quelle pellicole in cui si riflettono maggiormente i mali americani del mito western da lui stesso celebrato. Titoli come Sentieri Selvaggi, Il Grande Sentiero, L’Uomo che Uccise Liberty Valance, sono amari e disillusi, critici e senza secondi appelli. Revisionista sta quindi per quel western che rivede i codici fordiani e classici in generale, per adattare il mito della frontiera, che è un archetipo del viaggio, della formazione, e via dicendo, alla contemporaneità e ai dubbi e alle inquietudini dell’uomo moderno. Ecco che revisionisti saranno quei western che hanno riaperto il dibattito indianista prendendo palesemente le difese dei nativi americani come Soldato Blu e Piccolo Grande Uomo, entrambi del ’70, anche se già L’Amante Indiana del 1962 e addirittura Blazing Trail del 1912 proprio di John Ford, e oggi perso, avevano preso le difese del popolo indiano. Anche Leone demitizzando l’eroe classico opera una revisione che si riflette anche nell’estetica e nel linguaggio. Il Mucchio Selvaggio di Peckinpah segue a ruota la demitizzazione leoniana e porta l’estetica della violenza a parossismi mai gratuiti e pieni di poesia. Così, il western revisionista e crepuscolare, sia leoniano che peckinpahniano che eastwoodiano, e perché no anche costneriano e jonesiano, è un western in cui lo sguardo dell’autore è una lucida osservazione della corruzione delle certezze e dei valori, che ci fornisce una visione distaccata e “spietata” della società contemporanea.

Tra antieroi vincenti e perdenti, tra paesaggi ostili che sono specchio dell’anima del pistolero errante e vagabondo, tra un’iconografia provocatoria, dura e a tratti sadica, tra il ribaltamento ideale del Mito e la sua demistificazione che passa poi a nuova mitizzazione, o anti-mitizzazione, ci lasciamo sedurre dal fascino dello SW. Ma grazie proprio a questo suo fascino rivoluzionario siamo in grado di apprezzare ulteriormente e con più attenzione il western classico americano, non solo perché oppositivo a quello spaghetti, ma perché contenitore di archetipi e altrove intimi immortali.
Va detto, infine, che la famosa trilogia del dollaro di Sergio Leone - Per un pugno di Dollari (1964), Per Qualche Dollaro in Più (1965), Il Buono, il Brutto, il Cattivo (1966) – nonostante le tante giuste rivalutazioni di altri autori nostrani con i loro preziosi apporti, come l’iperviolenza e il crudo realismo di Sergio Corbucci - l’iperrealismo era già di Leone -, il rifondismo leoniano di Tonino Valerii, la rivoluzione grammaticale di Gianfranco Parolini, ecc., quella di Leone rimane la trilogia codificante del western all’italiana. A questa va unita quella che Roberto Donati chiama la trilogia del tempo, sempre di Sergio Leone - C’era Una Volta il West (1968), Giù la Testa... Coglione! (1971), C’era Una Volta in America (1984) – in quanto trilogia che codifica la dimensione esistenziale del cinema western che da “brutto, sporco e cattivo” si fa “crepuscolare”.

Ed è poi da qui che arrivano i recenti Balla Coi Lupi e Gli Spietati, per non parlare dei western di Clint Eastwood degli ’80, e i precedenti di Peckinpah dei ’60-’70. Ed è da questa nuova trilogia che si muovono le ulteriori considerazioni sullo SW e sul western in generale. Teoricamente il western è un genere nostalgico per definizione, perché ricrea un’epopea scomparsa. La nostalgia, dopotutto, è il desiderio feroce di riappropriarci di una condizione passata, o comunque di aspirare ad uno stato esistenziale diverso dall’attuale, migliore, ma che purtroppo a causa dei limiti della realtà e della società tutta ci risulta lontano ed irraggiungibile.

È così che mi piace immaginare il mio posto personale nel palcoscenico della vita/frontiera: quello di un pistolero solitario, con le sue aspirazioni più alte e con i suoi sentimenti taciuti, in continua lotta con i rigidi limiti della realtà che va verso il sole portando con sé tutta la verità del mondo.

domenica 15 febbraio 2015

"E Dio disse a Caino...", lo spaghetti western gotico

Com’è noto, nel filone degli spaghetti western molti film sono stati curiosi e coraggiosi esperimenti di registi e sceneggiatori per differenziare le loro produzioni dai western tipicamente americani. Sono stati girati diversi titoli che mescolavano il western con altri generi o che inserivano elementi insoliti, sia in fase di sceneggiatura che nella caratterizzazione dei personaggi (mi vengono in mente le bizzarre armi usate per esempio da Sartana).
E Dio disse a Caino... è uno di questi film. Senza voler per forza distinguersi dagli altri tramite trovate bizzarre o anacronistiche, è uno dei pochi spaghetti a incrociare il western con l’horror e il gotico. Antonio Margheriti, il regista, dirà «abbiamo tirato fuori una storia che assomigliava a quella di tutti i film western del mondo, ma con qualcosa di differente, un clima fantastico per differenziare un po’ il nostro film dagli altri western italiani tutti identici» (dal Dizionario del western all’italiana di Marco Giusti).
Margheriti è d’altronde abile nel costruire solidamente questo cross-over, in virtù della sua adattabilità ai vari generi, che dall’horror alla fantascienza l’hanno reso uno dei migliori registi di genere italiani.
Il soggetto di E Dio disse a Caino... è molto minimale, e tipico di molti altri film del genere: un ex soldato, condannato ingiustamente ai lavori forzati, viene graziato dopo dieci anni e va in cerca di vendetta ad ammazzare coloro che l’avevano fatto arrestare.
Il punto forte del film dunque non è il soggetto, e nemmeno la sceneggiatura, che si limita a visualizzare la lineare ed esile trama senza aggiungere niente (sembra addirittura che sia il remake di un altro spaghetti, Uno straniero a Paso Bravo), ma la trasposizione vera e propria. Margheriti riesce ad innovare il film attraverso un’atmosfera da film horror, facendo arrivare il protagonista in città nel bel mezzo di una tempesta di vento.
In questo clima cupo il protagonista, un inedito Klaus Kinski nei panni del buono di nome Gary Hamilton, si muove sicuro e silenzioso come un fantasma, tanto che i suoi avversari - un piccolo esercito agli ordini di Acombar (interpretato da Peter Carsten), l’uomo che aveva fatto arrestare Gary e che gli aveva tolto compagna (Marcella Michelangeli) e villa - lo ritengono un mostro dell’inferno.
Oltre porte socchiuse che sbattono, lungo il campanile della chiesa del paese, attraverso un cimitero indiano e una serie di cuniculi sotto la città, Kinski è invisibile e riesce a compiere la sua vendetta cominciando a falciare uomini dopo uomini grazie al suo Winchester.
Il paese fantasma, il vento continuo e insistente che porta via fili di paglia e rintocchi di campana, la polvere che si alza, i contrasti non tra chiaro e scuro ma tra grigio e nero e tra il rosso vivo della camicia di Kinski, nascondono le azioni del protagonista e rendono l’atmosfera del film davvero macabra.
Margheriti è bravissimo a ricreare le inquadrature dal migliore impatto drammatico, supportate da una colonna sonora, ad opera di Carlo Savina, anch’essa molto gotica, con pianoforte e organo a sottolineare i vari snodi e punti importanti della vicenda.
La storia - o, meglio, la vicenda principale - si svolge nel corso di una sola, infernale notte, fino all’epilogo, quando un Kinski sempre più ossessionato e deciso entra come un gatto all’interno della villa proprio mentre il sole sta sorgendo.
Il finale, con il duello all’interno del salone della villa, è ben più che una citazione del gotico, da cui mutua l’ambientazione tra gli specchi, tutta decorata con mobili e arredi ottocenteschi.
Il film di Margheriti è considerato uno dei migliori spaghetti western. Da parte mia posso dire che è un film che va visto senz’altro, che esula dagli elementi tipici del genere e quindi meritevole di una visione, anche perchè Margheriti riesce in una messa in scena coinvolgente e curata, nonostante il budget molto limitato.
Consigliato.

sabato 31 gennaio 2015

"C'era una volta il West (ma c'ero anch'io)" di Sergio Donati

La casa editrice Omero è un piccolo editore romano che pubblica principalmente manuali di scrittura e sceneggiatura. Mi è già capitato, in altri lidi, di esprimere apprezzamento per i suoi lavori e stavolta mi tocca... bissare i complimenti, scrivendo due righe di recensione per C’era una volta il West (ma c’ero anch’io). Questo libretto, di dimensioni tascabili e di poco più di cento pagine, è il diario di Sergio Donati, grande sceneggiatore di cinema di genere che negli anni Sessanta e Settanta mise la sua firma (ma spesso solo il suo lavoro, senza nessun riconoscimento ufficiale) su un bel po’ di film ormai cult tra gli amanti dello spaghetti western. A noi, appunto, interessa qui solo la sua produzione western quindi questo libretto è proprio quello che fa per noi.
Con uno stile frizzante, Donati racconta, nella prima parte del volumetto, il suo rapporto di amore-odio con Sergio Leone: da quando il grande regista lo chiamò per offrirgli di metter mano alla sceneggiatura di Per un pugno di dollari a quando l’idillio tra i due finì - non proprio amichevolmente - con il copione di Giù la testa, con un breve colpo di coda a fine anni Ottanta per la produzione di un serial western che poi non andò in porto.
Nelle “memorie” di Donati (che, non vorrei essere frainteso, è ancora vivo) si leggono le mille e più sfide che Leone cercava di portare avanti, i battibecchi tra i due, le lunghissime sessioni in sala montaggio, i giorni sul set, ma soprattutto il travagliato lavoro di ogni sceneggiatura (che spesso non era Donati a scrivere) e i successivi ritocchi o, meglio, riscritture (che toccavano a Donati). Solo da C’era una volta il West il lavoro di Donati venne riconosciuto ufficialmente ma tutti i precedenti western di Leone - tranne il primo - furono da lui riscritti su sceneggiature di altri e per questo non riconosciuti nei titoli di coda.
Tra i racconti del suo rapporto con Leone spuntano però anche i ritratti di altri grandissimi del cinema, come Clint Eastwood, Lee Van Cleef, Eli Wallach, Rod Steiger, Charles Bronson, Henry Fonda, Jason Robards, i western scritti per l’ennesimo Sergio (Sollima), i viaggi negli USA per trovare il cast dei film e sistemare il doppiaggio, i vizi e i pregi degli attori...
Nella seconda parte, Donati butta giù degli schizzi di personaggi famosi e di aneddoti del cinema non propriamente legati al western, ma che sono una bellissima testimonianza di un mondo e di un lavoro la cui unica certezza è che non è certo così bello come sembra.
A impreziosire ancor di più il libro, e a fargli perdonare la brevità (leggendolo scoprirete che vorreste non finisse mai), ci sono alcune pagine di sceneggiatura di C’era una volta il West e alcune pagine del trattamento di Mi faccio una pistola, film che poi divenne Il giocattolo per la regia di Giulio Montaldo.
Insomma, per chi ama lo spaghetti western C’era una volta il West (ma c’ero anch’io) è una bellissima testimonianza di un’epoca d’oro del cinema, non solo italiano e non solo western.

venerdì 16 gennaio 2015

Wanted: ancora spaghetti western a fumetti!

Dalla vasta e attiva produzione della Editoriale Cosmo, casa editrice sempre effervescente riguardo il western, recuperiamo Wanted, fumetto francese per la prima volta pubblicato in Italia.
L’edizione Cosmo è composta da cinque volumi che raccolgono un ciclo completo formato da altrettanti episodi.
Wanted è un cacciatore di taglie che gira il Sudovest americano dietro a pendagli da forca ricercati dalla legge. Oltre a essere un fulmine con la pistola, Wanted ha una caratteristica particolare: uno sfregio a forma di W sul volto, che gli attraversa il naso.
In questo primo ciclo, il cacciatore di taglie si imbatte in un indiano meticcio, a cui una banda di assassini ha trucidato la squaw e i figli. Di conseguenza, tutti e cinque gli episodi raccontano la caccia ai banditi e le sue conseguenze, tra cui un tesoro nascosto e il salvataggio di una vedova e del suo ranch, oltre che - ovviamente - altri ostacoli da superare e nemici da affrontare.
Come per gli altri fumetti che abbiamo recensito, Wanted è agli antipodi del nostro italico Tex e più vicino a Durango, di cui sembra quasi un fratello, a cui è legato anche dal disegnatore, Thierry Girod, che ha illustrato gli ultimi tre episodi del pistolero del Colorado.
Wanted è, quindi, uno spaghetti western fatto e finito: il grande formato e il colore rendono ciò ancora più evidente. In quel calderone che è l’Arizona durante gli anni della Guerra Civile, Wanted e Jed (il meticcio biondo in cerca di vendetta) fanno la spola tra l’esercito nordista, l’esercito sudista, bande di sanguinari fuorilegge e di indiani, e compagini dell’esercito regolare con l’obiettivo di annientare i Navajo e gli Apache. Si scontreranno con il famoso scout Kit Carson e saranno coinvolti in cacce al tesoro e in regolamenti di conti e vendette trasversali.
Insomma, un’autentica avventura senza un attimo di tregua, giostrata da Simon Rocca, lo sceneggiatore, e Thierry Girod, il disegnatore, che parte abbastanza sottotono nel primo albo ma che poi esplode nei successivi, in uno stile rapidissimo assolutamente esaltato dal colore di Jocelyne Charrance.
Wanted è lo spaghetti western a fumetti: violenza e sangue a carrettate, polvere ovunque, caldo cocente sotto il sole dell’Arizona e tra le mura di villaggi minuscoli, cavalcate selvagge nel deserto e tra i cactus e i canyon, inseguimenti e agguati indiani, messicani inferociti e cavalieri solitari, sparatorie e una buona dose di sesso... Come negli spaghetti, Wanted è nato per intrattenere, non ci sono messaggi o prediche, volendo non c’è neanche chissà quale trama, solo violenza che genera altra violenza e comunque vada ci saranno sempre dei morti da contare. E giusto per non smentire la spaghettosità di questo fumetto, Rocca semina qua e là citazioni di western all’italiana e Girod li omaggia affidando la parte di antagonista negli ultimi albi a un clone di Lee Van Cleef!
Come vedete, dunque, siamo quasi agli antipodi rispetto al Tex “perfettino” della Bonelli.

Per chi volesse recuperarli, la lista completa degli albi è:

1. I fratelli Bull
2. Il canyon della morte
3. La città senza legge
4. L’oro sotto lo scalpo
5. Superstition Mountains

Ogni albo è di 48 pagine e di formato 19x27 centimetri, che esalta le belle tavole di Girod.

martedì 2 dicembre 2014

Durango, lo spaghetti western a fumetti

Chi pensa che il western a fumetti sia solo Tex Willer e, al massimo, Ken Parker, commette un errore grande quanto il Texas. Perchè se diamo un'occhiata fuori dalla nostra "amata" Italia ci accorgeremmo di alcune autentiche perle che spesso e volentieri superano (per varie ragioni) l'immarcescibile Tex.
È il caso di Durango, particolare fumetto western che è considerato non solo uno dei capisaldi del genere ma anche uno dei suoi capolavori, in particolare per quanto riguarda la famosa scuola franco-belga.
Nato nel 1981 dalla penna e dalla matita di Yves Swolfs, Durango Lang è il protagonista di questa serie western che deve tantissimo, tanto da non farne mistero, allo spaghetti western italiano, e non solo ai classici di Sergio Leone ma anche, e soprattutto, al Django e al Grande Silenzio di Corbucci. È infatti con un omaggio a quest'ultimo meraviglioso film che si apre la serie, nell'episodio intitolato I cani muoiono d'inverno, ed è da questo film che Swolfs è stato ispirato nella caratterizzazione del personaggio.
Durango è un pistolero di poche parole, disegnato sul modello di Silenzio del film sopra citato, e soprannominato "Peacemaker" per motivi che sono facilmente intuibili. Rimasto irreparabilmente ferito alla mano destra, Durango si allena a sparare con la sinistra ma soprattutto usare nel modo più rapido possibile la letale Mauser C96 (la stessa usata da Silenzio, un'altra analogia col film di Corbucci), una pistola semiautomatica comparsa a fine Ottocento, quando ormai il West era stato quasi completamente civilizzato e la frontiera era di fatto scomparsa, risucchiata nelle acque del Pacifico. Ed è proprio in questo periodo storico che si svolgono le avventure di Durango: Swolfs tratteggia un West crepuscolare, in particolare quelle zone dove la civiltà e il progresso ancora non sono giunti e si vive, si combatte e si muore esattamente come venti o trent'anni prima.
Dal punto di vista dei testi, le storie di Durango sono crude, cupe, violentissime. Il West di Swolfs non ha nulla del western classico, non per niente l'autore deve tutta la sua ispirazione al western italiano: niente buoni, solo cattivi che lo sono o di più o di meno di altri; niente onesti, solo persone che perseguono i propri interessi, senza chiedersi se i loro desideri e le loro azioni per esaudirli siano legali o legittime. Durango si muove tra il Wyoming, il Colorado e il Messico spagnoleggiante, dai monti e le praterie innevate ai villaggi di tre case sperduti nella fornace del deserto del Sudovest. Neanche a dirlo, i personaggi che lo accompagnano e gli antagonisti che lo osteggiano sono presi di forza dagli spaghetti western, sicchè è tutt'altro che raro imbattersi in guerriglieri messicani con la faccia di Tomas Milian o in avventurieri senza scrupoli disegnati sul personaggio di Douglas Mortimer di leevancliffiana memoria o su quello di Klaus Kinski.
Proprio i disegni sono il punto forte della breve serie: parlando dell'edizione in bianco e nero e in formato bonelliano (l'unica che finora sono riuscito a reperire), i disegni di Swolfs (per i primi 13 episodi, su 16 finora pubblicati - gli ultimi tre sono di Thierry Girod) sono semplicemente dei capolavori, risultato ancor più soprendente se pensate che ogni vignetta meriterebbe una lunga analisi solo per scoprirne tre quarti. Infatti il tratto e lo stile di Swolfs sono ultradettagliati, ma non solo: sono anche di un realismo incredibile, per cui ogni minimo elemento è curato con precisione maniacale. Armi, ambientazioni, personaggi, lo stile iperrealistico di Swolfs riesce anche a creare quella classica atmosfera per cui ti sembra di star vedendo un film, anche grazie al taglio delle vignette che è completamente sfalsato rispetto a quello classico di Tex (per cui un lettore abituato al Ranger potrebbe trovarlo confuso e spiazzante). Ma ciò volge in favore delle storie, che così acquistano un taglio più dinamico e meno canonico, e quindi meno noioso se vogliamo, o meno prevedibile. Le tavole di Swolfs (sia quando fa tutto da sè che quando scrive per Girod) sono piene zeppe di sparatorie, morti, proiettili e bossoli, sangue, polvere (da sparo e del deserto), sporcizia, caldo e freddo...
Girod, nelle ultime tre storie, non fa pesare molto il cambio di guardia: forse è appena meno dettagliato di Swolfs, ma mantiene il livello altissimo e sempre con il riconoscibilissimo stile franco-belga. Inoltre probabilmente è quello che si adatta meglio al formato ridotto, non perdendo di qualità o di chiarezza rispetto al formato originale.


In Italia la pubblicazione di Durango è molto frammentaria, soprattutto riguardo le prime edizioni. Agli inizi degli anni Ottanta il primo episodio fu pubblicato dalla rivista Metal, poi gli altri son passati su Lanciostory negli anni 90 e alla fine del decennio su L'Eternauta, a colori e di grande formato, che però ha pubblicato solo le storie numero 9, 10, 11, 12 e 13.
Dal 2011 Planeta De Agostini ha ricominciato da capo pubblicando quattro volumi da tre storie ciascuno, cartonati di grande formato e a colori. Linea Chiara (RW Edizioni) ha pubblicato il quinto volume l'anno scorso, mantenendo formato e grafica e sempre tre storie all'interno.
Nel 2012-2013 GP Publishing ha ripubblicato il tutto in 7 volumetti di formato bonelli e in bianco e nero con due storie per albo, troncando la serie al quattordicesimo episodio: la serie è stata ripresa dopo dalla Editoriale Cosmo, che ha pubblicato gli episodi 15 e 16 nell'albo numero 8, mantenendo però formato e grafica dell'edizione GP, così da non rovinare la collezione ai lettori.

Questa è la lista degli episodi:

1. I cani muoiono d'inverno
2. La forza dell'ira
3. Trappola per un killer
4. "Amos"
5. Sierra selvaggia
6. Il destino di un desperado
7. Loneville
8. Una ragione per morire
9. L'oro di Duncan
10. Gli sciacalli
11. Colorado
12. L'erede
13. Senza pietà
14. Un passo verso l'inferno
15. El Cobra
16. Il crepuscolo dell'avvoltoio

sabato 24 marzo 2012

Riparte il western all'italiana: "Shuna - The Legend"!

Ci eravamo lasciati, nell'ambito del cinema western italiano, con Inferno Bianco, il film indipendente scritto e girato da Stefano Jacurti ed Emiliano Ferrera, che riproponeva lo spaghetti western dopo decenni di silenzio totale. Adesso, dopo l'ottimo western innevato che abbiamo anche recensito su Western Campfire, Emiliano Ferrera ci riprova e confeziona, dal suo posto dietro la macchina da presa, un altro spaghetti tutto italiano: Shuna - The Legend, storia di un'indiana comanche sulla pista della vendetta. Il ritorno - nel giro di pochi anni - del western di casa nostra non può che farci piacere, tanto più conoscendo la bravura di Ferrera e la sua grandissima passione per il western! Per cui siamo pronti a mettere la mano sul fuoco affermando che questo nuovo progetto, che annovera tra l'altro anche la partecipazione di Enzo Castellari, storico regista di alcuni degli spaghetti western più belli e rappresentativi, sarà un altro successo. Si può, del resto, avere prova di ciò guardando il trailer (lo potete trovare nel link al sito del produttore).

Il film è stato girato in Abruzzo (come Inferno Bianco) e in Spagna, in lingua inglese perchè il progetto sembra avere collegamenti con gli Stati Uniti. E' prodotto dalla West 46th Films, giovane casa produttrice, e da Giampaolo Duranti.
Purtroppo, a quanto pare, non è prevista l'edizione italiana, ma noi di Western Campfire ci accontenteremo pure della versione sottotitolata, e se riusciremo ad avere notizie vi aggiorneremo tempestivamente.

Con questo articolo vogliamo lanciare il sasso e diffondere, nel nostro piccolo, la notizia di questo nuovo western, e rendere omaggio e ringraziamento a chi ancora crede nel genere cinematografico per eccellenza.

Grazie Emiliano!