Le galoppate dell'amico Stefano Jacurti non si fermano al cinema o ai libri ma adesso lo scrittore e regista romano può vantare un'altra tacca sul calcio della sua fedele pistola: niente di meno che la presenza in una storia dell'inossidabile re del fumetto italiano, Tex Willer! È così che avremo quindi occasione di vedere Stefano far parte della nutrita manica di nemici del ranger: il disegnatore Stefano Andreucci ha avuto l'idea di inserire nel Texone "Il magnifico fuorilegge" scritto da Mauro Boselli e in edicola a partire dal 21 giugno, uno dei personaggi di Jacurti portati sul grande schermo nell'ultimo dei suoi film western, Se il mondo intorno crepa. Black Burt, il protagonista del film, è un fuorilegge e un assassino in vena di recitare poesie prima di uccidere, ma nel Texone si trasforma in un crudele bandito chiamato Verdugo, che darà filo da torcere a un giovane Tex in una storia ambientata nel passato, quando lo stesso (futuro) ranger era un ricercato dalla legge! Andreucci ha dunque preso spunto da Stefano/Black Burt dal punto di vista estetico, visto che la penna di Boselli ha scritto un personaggio ben diverso da quello del film.
Comunque sia, è sempre un piacere vedere Stefano, anche se in questo caso dal punto di vista fumettistico! Una grande soddisfazione per il nostro amico che sicuramente, oltre a Clint Eastwood, ha sempre desiderato... essere ucciso da Tex Willer! Chissà se sarà così anche sul Texone? Per scoprirlo, non fatevelo scappare e correte in edicola!
Buona lettura!
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venerdì 23 giugno 2017
lunedì 12 giugno 2017
"Sykes" è il western crepuscolare tra Peckinpah e Leone [recensione]
Uno dei miglior bedè western degli ultimi anni è senz'altro Sykes. Scritto dal prolifico Pierre Dubois e disegnato da Dimitri Armand, questa storia western di 75 pagine, uscita in Francia alla fine del 2015 e in Italia edita per la prima volta l'anno scorso dalla Gazzetta dello Sport, è una tragica cavalcata che attraversa le vite segnate dei suoi protagonisti. Sykes è un marshal con una storia di violenza alle spalle, la sua missione è vendicare l'assassinio di una donna e prendersi cura del figlioletto rimasto orfano. Aiutato da un fedele amico, O'Malley, Sykes farà il suo dovere attraversando un West tanto leggendario quanto violento.
Nei testi di Dubois ci sono la malinconia e il rimorso, l'amicizia e la vendetta, la violenza e la compassione. L'albo si spinge oltre la storia principale, traccia il tramonto del West e delle sue figure, ne fa nascere di nuove, le incrocia in un destino beffardo. L'azione non manca, ma non mancano nemmeno le emozioni di una vicenda crepuscolare e dall'alto tasso drammatico. La prefazione all'edizione italiana parla di un western tra Eastwood e Packinpah, ma io aggiungerei anche Sergio Leone e il western all'italiana in generale (tra l'altro citati esplicitamente almeno una volta, ve ne accorgerete).
La violenza splatter, il tratto nervoso ma nitido, i colori autunnali di Armand rendono la storia di una dinamicità e realismo unici. Il taglio cinematografico delle tavole (bellissima e inaspettata la tavola formata da due pagine affiancate) si adatta perfettamente al tono crepuscolare della storia e alle vicende ricche di azione, sparatorie, agguati e macabre scoperte.
Consiglio assolutamente di procurarvi e leggere avidamente questa stupenda storia di vendetta, dove i personaggi corrono verso il West morente con tutte le emozioni che sa dare una vita alla Frontiera.
Nei testi di Dubois ci sono la malinconia e il rimorso, l'amicizia e la vendetta, la violenza e la compassione. L'albo si spinge oltre la storia principale, traccia il tramonto del West e delle sue figure, ne fa nascere di nuove, le incrocia in un destino beffardo. L'azione non manca, ma non mancano nemmeno le emozioni di una vicenda crepuscolare e dall'alto tasso drammatico. La prefazione all'edizione italiana parla di un western tra Eastwood e Packinpah, ma io aggiungerei anche Sergio Leone e il western all'italiana in generale (tra l'altro citati esplicitamente almeno una volta, ve ne accorgerete).
La violenza splatter, il tratto nervoso ma nitido, i colori autunnali di Armand rendono la storia di una dinamicità e realismo unici. Il taglio cinematografico delle tavole (bellissima e inaspettata la tavola formata da due pagine affiancate) si adatta perfettamente al tono crepuscolare della storia e alle vicende ricche di azione, sparatorie, agguati e macabre scoperte.
Consiglio assolutamente di procurarvi e leggere avidamente questa stupenda storia di vendetta, dove i personaggi corrono verso il West morente con tutte le emozioni che sa dare una vita alla Frontiera.
martedì 18 aprile 2017
"Undertaker", storia di un becchino nel West [recensione]
Quante volte, da appassionati di fumetti, libri e film, e soprattutto da italiani, abbiamo bestemmiato tra i denti perchè nel nostro paese non c'era modo di trovare molti dei capolavori che all'estero facevano faville e che, soprattutto, erano considerati pietre miliari di un genere? A evitare un tale torto, almeno per una volta, ci ha pensato la Gazzetta dello Sport che, nella sua prima (la seconda è in corso) apprezzatissima collana di fumetti western "Collana Western", ha pubblicato in edizione integrale il fumetto francese Undertaker. Un regalo ai lettori, dice nell'introduzione Fabio Licari, e regalo più azzeccato non poteva essere scelto. Basti pensare, infatti, che in Francia Undertaker è considerato "il miglior fumetto western dopo Blueberry" o, comunque, il migliore degli ultimi quindici anni. Effettivamente - pur io non potendo fare paragoni con la produzione fumettistica francese degli ultimi tre lustri e non potendo perciò condividere o negare i giudizi così drastici - si vede subito che con Undertaker siamo di fronte a qualcosa di peso.
Scritto da Xavier Dorison (attivo in ogni genere, dalla fantascienza all'avventura) e disegnato da Ralph Meyer, Undertaker è la saga in due episodi di Jonas Crow, un becchino molto furbo che va in giro per il West a seppellire i morti di chi lo paga di più. L'edizione Gazzetta dello Sport raccoglie le due storie che in Francia furono pubblicate in volumi separati nel 2015. I titoli sono "Il mangiatore d'oro" (Le mangeur d'or) e "La danza degli avvoltoi" (La Danse des vautours).
Quella di Undertaker (che significa, appunto, becchino) è una cavalcata non solo inconsueta ma anche ricca di azione, umorismo e violenza. Crow deve seppellire un ricco proprietario di miniere ed è obbligato a farlo in un certo luogo a una certa ora, pena qualcosa di brutto... È accompagnato dalle domestiche del morto ed inseguito dai minatori che vogliono l'oro tutto per sè. Da questo mix Dorison dà vita ad una vicenda classica e originale al tempo stesso, dando libero sfogo anche a qualche sottotesto di natura politica e sociale (lo sfruttamento dei minatori in primis, più volte rimarcato nel corso delle pagine). Colpi di scena, ritmo e una perfetta cadenza delle tavole concludono la storia di questo anomalo personaggio - che sovverte i clichè del genere, non essendo nè un pistolero, nè uno sceriffo, nè un bandito - destinato a rimanere impresso nella mente dei lettori.
Ma i testi di Dorison, per quanto impeccabili, non renderebbero senza il supporto dei disegni. Ralph Meyer (che non conoscevo, come non conoscevo Dorison) compie un lavoro a dir poco eccezionale, aiutato anche dall'azzecatissima colorazione di Caroline Delabie. Fabio Licari ha perfettamente centrato il punto quando scrive che il tratto di Meyer "non può non ricordare Giraud, addolcito però dall'influenza [...] delle matite di Colin Wilson [...] e di Michel Blanc-Dumont". Sono decisamente d'accordo, è una sorta di incrocio che salta subito all'occhio in maniera potente. Anche la costruzione delle tavole, in piena essenza da fumetto francese, risulta avvincente e sta in linea alla sceneggiatura di Dorison agganciandovisi senza sbavature. Il West di Meyer è realistico e dettagliato, violento e ricco di sfumature. La ricostruzione delle ambientazioni è impeccabile anche tra i salti più netti come dalla pioggia al deserto e il tratto dinamico del disegnatore aggiunge ritmo e velocità a una storia in cui difficilmente troverete punti morti.
Recuperate l'albo, in qualche modo. Undertaker vi stupirà per l'effervescenza della storia e dei dialoghi, per l'umorismo, per i disegni fenomenali e per l'alta quantità di azione e di West!
Scritto da Xavier Dorison (attivo in ogni genere, dalla fantascienza all'avventura) e disegnato da Ralph Meyer, Undertaker è la saga in due episodi di Jonas Crow, un becchino molto furbo che va in giro per il West a seppellire i morti di chi lo paga di più. L'edizione Gazzetta dello Sport raccoglie le due storie che in Francia furono pubblicate in volumi separati nel 2015. I titoli sono "Il mangiatore d'oro" (Le mangeur d'or) e "La danza degli avvoltoi" (La Danse des vautours).
Quella di Undertaker (che significa, appunto, becchino) è una cavalcata non solo inconsueta ma anche ricca di azione, umorismo e violenza. Crow deve seppellire un ricco proprietario di miniere ed è obbligato a farlo in un certo luogo a una certa ora, pena qualcosa di brutto... È accompagnato dalle domestiche del morto ed inseguito dai minatori che vogliono l'oro tutto per sè. Da questo mix Dorison dà vita ad una vicenda classica e originale al tempo stesso, dando libero sfogo anche a qualche sottotesto di natura politica e sociale (lo sfruttamento dei minatori in primis, più volte rimarcato nel corso delle pagine). Colpi di scena, ritmo e una perfetta cadenza delle tavole concludono la storia di questo anomalo personaggio - che sovverte i clichè del genere, non essendo nè un pistolero, nè uno sceriffo, nè un bandito - destinato a rimanere impresso nella mente dei lettori.
Ma i testi di Dorison, per quanto impeccabili, non renderebbero senza il supporto dei disegni. Ralph Meyer (che non conoscevo, come non conoscevo Dorison) compie un lavoro a dir poco eccezionale, aiutato anche dall'azzecatissima colorazione di Caroline Delabie. Fabio Licari ha perfettamente centrato il punto quando scrive che il tratto di Meyer "non può non ricordare Giraud, addolcito però dall'influenza [...] delle matite di Colin Wilson [...] e di Michel Blanc-Dumont". Sono decisamente d'accordo, è una sorta di incrocio che salta subito all'occhio in maniera potente. Anche la costruzione delle tavole, in piena essenza da fumetto francese, risulta avvincente e sta in linea alla sceneggiatura di Dorison agganciandovisi senza sbavature. Il West di Meyer è realistico e dettagliato, violento e ricco di sfumature. La ricostruzione delle ambientazioni è impeccabile anche tra i salti più netti come dalla pioggia al deserto e il tratto dinamico del disegnatore aggiunge ritmo e velocità a una storia in cui difficilmente troverete punti morti.
Recuperate l'albo, in qualche modo. Undertaker vi stupirà per l'effervescenza della storia e dei dialoghi, per l'umorismo, per i disegni fenomenali e per l'alta quantità di azione e di West!
Le copertine delle edizioni originali francesi
Le copertine delle edizioni speciali originali francesi
sabato 17 ottobre 2015
John Hays - Brutti, sporchi e cattivi [recensione]
1839. John Coffe Hays, capitano dei rangers del Texas, stringe un'alleanza con uno dei suoi peggiori nemici per tendere un agguato alla House of de Sol, una sanguinaria banda di Comanche. Non può immaginare però che dovrà affrontare nemici ben più temibili di un gruppo di banditi, né che scoprirà finalmente l'importanza di un dono ricevuto quattro anni prima da Samuel Colt in persona…
È questa la trama del recentissimo fumetto western proposto dall'Editoriale Cosmo. Precedentemente pubblicato dalla piccola Villain Comics, John Hays - Brutti, sporchi e cattivi è un weird western cupissimo e violentissimo, che vede affrontarsi Texas Rangers, messicani e ferocissimi Comanche dediti a sacrifici umani. Solo che non è tutto così semplice e i Rangers si troveranno presto ad affrontare un branco di affamatissimi licantropi.
Il fumetto, più lungo di una decina di pagine rispetto alla precedente edizione, è scritto da Michele Monteleone e Stefano Marsiglia ed è disegnato da Fabrizio Des Dorides.
Purtroppo l'albo non è, francamente, un capolavoro. La storia è banale, con imperdonabili errori storici (lo so che è narrativa, e per giunta horror, ma dico imperdonabili perchè se le cose sbagliate fossero state giuste la storia non avrebbe perso un grammo e anzi ne sarebbe stata avvantaggiata), le tavole a volte troppo confuse, altre troppo scure, altre invece dinamicissime con un alto grado di spettacolarità (per esempio la fuga di uno dei messicani lungo il portico del saloon e fino in strada, nel tentativo di sfuggire a una delle creature), ma purtroppo sempre con i medesimi errori storici (sulle armi - su quale tra l'altro tutta la storia si regge - in particolare).
Insomma, sarebbe potuta essere un'occasione sia per leggere un buon weird western sia per trovare nuovi spunti. Purtroppo i macroscopici errori (credo dovuti alla negligenza degli sceneggiatori in fase di documentazione) ne minano perfino la leggibilità e possono essere perdonati tramite la "sospensione dell'incredulità" solo fino a un certo punto, e con molta fatica, perchè non la giustificano: se corretti, la storia sarebbe stata più credibile senza perdere assolutamente niente.
L'edizione Cosmo è in formato 16x21 cm (a differenza di quanto scritto nella scheda sul loro sito, che riporta 12x17 cm) e di 96 pagine in bianco e nero.
È questa la trama del recentissimo fumetto western proposto dall'Editoriale Cosmo. Precedentemente pubblicato dalla piccola Villain Comics, John Hays - Brutti, sporchi e cattivi è un weird western cupissimo e violentissimo, che vede affrontarsi Texas Rangers, messicani e ferocissimi Comanche dediti a sacrifici umani. Solo che non è tutto così semplice e i Rangers si troveranno presto ad affrontare un branco di affamatissimi licantropi.
Il fumetto, più lungo di una decina di pagine rispetto alla precedente edizione, è scritto da Michele Monteleone e Stefano Marsiglia ed è disegnato da Fabrizio Des Dorides.
Purtroppo l'albo non è, francamente, un capolavoro. La storia è banale, con imperdonabili errori storici (lo so che è narrativa, e per giunta horror, ma dico imperdonabili perchè se le cose sbagliate fossero state giuste la storia non avrebbe perso un grammo e anzi ne sarebbe stata avvantaggiata), le tavole a volte troppo confuse, altre troppo scure, altre invece dinamicissime con un alto grado di spettacolarità (per esempio la fuga di uno dei messicani lungo il portico del saloon e fino in strada, nel tentativo di sfuggire a una delle creature), ma purtroppo sempre con i medesimi errori storici (sulle armi - su quale tra l'altro tutta la storia si regge - in particolare).
Insomma, sarebbe potuta essere un'occasione sia per leggere un buon weird western sia per trovare nuovi spunti. Purtroppo i macroscopici errori (credo dovuti alla negligenza degli sceneggiatori in fase di documentazione) ne minano perfino la leggibilità e possono essere perdonati tramite la "sospensione dell'incredulità" solo fino a un certo punto, e con molta fatica, perchè non la giustificano: se corretti, la storia sarebbe stata più credibile senza perdere assolutamente niente.
L'edizione Cosmo è in formato 16x21 cm (a differenza di quanto scritto nella scheda sul loro sito, che riporta 12x17 cm) e di 96 pagine in bianco e nero.
giovedì 20 agosto 2015
Trent, il West canadese a fumetti
Non sono molti i fumetti, e persino i film e i romanzi, ambientati nel West canadese dell’Ottocento. Tra i pochi, però, svetta Trent, una saga di otto episodi scritta da Rodolphe e disegnata da Leo tra il 1991 e il 2000.
Philip Trent è una giubba rossa della polizia a cavallo canadese, che viene spesso mandata in missione nei luoghi più solitari e selvaggi del West. Del suo passato sappiamo poco e nel corso degli episodi i suoi ricordi riemergeranno per evocare i momenti passati con la moglie. Trent non è una serie che un lettore rodato di western si aspetterebbe: difatti è incentrata più sulla drammaticità e sull’introspezione che sull’azione stile “cavalcate e sparatorie”. È, se vogliamo, una specie di Ken Parker francese, forse ancor più umanizzato, con un personaggio che si lambicca il cervello sulla sua vita passata, presente e futura, con passaggi a volte poetici, a volte malinconici, a volte ancora dolorosi.
Rodolphe non esagera, non spiattella e non mette più carne a fuoco di quanta ne serva, e per questo le sue storie sono non solo brevi e compatte ma anche leggere e altamente leggibili. E pur calcando la mano sulla psicologia di Trent, lo sceneggiatore non lesina una certa dose d’azione e, anche, di violenza, ben amalgamata nell’economia degli episodi, che restano comunque dei western puri, per trame, personaggi ed eventi. Episodi che tuttavia, pur nella loro semplicità, non rendono possibile riassumerne la trama in blocco, sia perché sono diversi l’uno dall’altro sia perché il filo conduttore è ciò che succede nella testa di Trent e nel suo conflitto interiore (sostanzialmente è uno solo, lo vedrete).
Leo, dal canto suo, è la vera magia di questa serie. Un disegno pulitissimo, nitido, estremamente adatto alle bellissime e suggestive ambientazioni. Le sue praterie, le sue distese innevate, le sue cittadine fangose, le sue montagne, i suoi fiumi, i suoi boschi, sono evocativi e realizzati alla perfezione. Anche gli interni mostrano un’accuratezza notevole, che si tratti di una costosa camera d'albergo o di una baracca semisepolta nella neve. Le scene d’azione sono vive, con qualche tocco di splatter, e in genere tutte le tavole sono costruite con un gran gusto della regia e delle inquadrature. Il colore è un altro tocco aggiuntivo verso l’eccellenza, ricco di sfumature (stupende le scene ambientate nei boschi) e con il rosso della giubba di Trent che spicca prepotente. Ma se lasciate vagare gli occhi su tutte le vignette noterete il lavoro davvero eccellente fatto con la colorazione (non so dire se opera dello stesso Leo).
In definitiva Trent è una serie che consiglio nel modo più assoluto. È un’occasione, se non altro, di respirare un po’ di quel West che spesso e volentieri viene snobbato: Leo (e i colori) ci permette di vivere davvero lungo le piste percorse da Trent.
Gli episodi che compongono Trent sono:
- L’uomo morto
- Il Kid / Il ragazzo
- Quando si accendono le luci
- La valle della paura
- Wild Bill
- Il paese senza sole
- Miss
- Il piccolo Trent
Le edizioni complete di cui sono a conoscenza sono due: quella edita da Lineachiara in quattro volumi di formato bonelli e in bianco e nero; e quella della Gazzetta dello Sport, collana “I capolavori del Western”, in quattro volumi di grande formato e a colori (copertine in basso). C’è poi un’edizione ComicArt come supplemento all’Eternauta: gli ultimi tre episodi sono a fascicoli completi a colori e i primi tre fanno parte della rivista “Eternauta & ComicArt”, dunque la collana è incompleta in quanto mancano gli ultimi due.
Philip Trent è una giubba rossa della polizia a cavallo canadese, che viene spesso mandata in missione nei luoghi più solitari e selvaggi del West. Del suo passato sappiamo poco e nel corso degli episodi i suoi ricordi riemergeranno per evocare i momenti passati con la moglie. Trent non è una serie che un lettore rodato di western si aspetterebbe: difatti è incentrata più sulla drammaticità e sull’introspezione che sull’azione stile “cavalcate e sparatorie”. È, se vogliamo, una specie di Ken Parker francese, forse ancor più umanizzato, con un personaggio che si lambicca il cervello sulla sua vita passata, presente e futura, con passaggi a volte poetici, a volte malinconici, a volte ancora dolorosi.
Rodolphe non esagera, non spiattella e non mette più carne a fuoco di quanta ne serva, e per questo le sue storie sono non solo brevi e compatte ma anche leggere e altamente leggibili. E pur calcando la mano sulla psicologia di Trent, lo sceneggiatore non lesina una certa dose d’azione e, anche, di violenza, ben amalgamata nell’economia degli episodi, che restano comunque dei western puri, per trame, personaggi ed eventi. Episodi che tuttavia, pur nella loro semplicità, non rendono possibile riassumerne la trama in blocco, sia perché sono diversi l’uno dall’altro sia perché il filo conduttore è ciò che succede nella testa di Trent e nel suo conflitto interiore (sostanzialmente è uno solo, lo vedrete).
Leo, dal canto suo, è la vera magia di questa serie. Un disegno pulitissimo, nitido, estremamente adatto alle bellissime e suggestive ambientazioni. Le sue praterie, le sue distese innevate, le sue cittadine fangose, le sue montagne, i suoi fiumi, i suoi boschi, sono evocativi e realizzati alla perfezione. Anche gli interni mostrano un’accuratezza notevole, che si tratti di una costosa camera d'albergo o di una baracca semisepolta nella neve. Le scene d’azione sono vive, con qualche tocco di splatter, e in genere tutte le tavole sono costruite con un gran gusto della regia e delle inquadrature. Il colore è un altro tocco aggiuntivo verso l’eccellenza, ricco di sfumature (stupende le scene ambientate nei boschi) e con il rosso della giubba di Trent che spicca prepotente. Ma se lasciate vagare gli occhi su tutte le vignette noterete il lavoro davvero eccellente fatto con la colorazione (non so dire se opera dello stesso Leo).
In definitiva Trent è una serie che consiglio nel modo più assoluto. È un’occasione, se non altro, di respirare un po’ di quel West che spesso e volentieri viene snobbato: Leo (e i colori) ci permette di vivere davvero lungo le piste percorse da Trent.
Gli episodi che compongono Trent sono:
- L’uomo morto
- Il Kid / Il ragazzo
- Quando si accendono le luci
- La valle della paura
- Wild Bill
- Il paese senza sole
- Miss
- Il piccolo Trent
Le edizioni complete di cui sono a conoscenza sono due: quella edita da Lineachiara in quattro volumi di formato bonelli e in bianco e nero; e quella della Gazzetta dello Sport, collana “I capolavori del Western”, in quattro volumi di grande formato e a colori (copertine in basso). C’è poi un’edizione ComicArt come supplemento all’Eternauta: gli ultimi tre episodi sono a fascicoli completi a colori e i primi tre fanno parte della rivista “Eternauta & ComicArt”, dunque la collana è incompleta in quanto mancano gli ultimi due.
mercoledì 5 agosto 2015
Blueberry: la saga del tesoro dei confederati
È questa, molto succinta, la trama di una delle più belle storie western del fumetto. Per comodità la chiameremo Il tesoro dei confederati, ma in realtà si tratta di tre episodi intitolati Chihuahua Pearl (Chihuahua Pearl), L’uomo che valeva 500.000 dollari (L’homme que valait 500.000 $) e Ballata per una bara (Ballade per un cercueil).
Scritta da Jean-Michel Charlier e disegnata da Jean Giraud (meglio noto come Moebius) tra il 1970 e il 1973, Il tesoro dei confederati è un’avventura di puro western che tiene il fortunato lettore incollato alle pagine. Charlier riesce magistralmente a intrecciare una trama così fitta, così complessa e così perfettamente scandita che rivelare anche il meno importante dei suoi tantissimi snodi snaturerebbe la lettura dell’intera storia: anzi, probabilmente sarebbe quasi impossibile riassumere degnamente tutta la vicenda, motivo per cui mi sono limitato a quelle poche righe d’apertura. Charlier è un maestro che riesce a far convivere senza sbavature una rosa di personaggi tanto ampia quanto eterogenea. Chihuahua Pearl è un’avventuriera bella ma velenosa, doppiogiochista dal cuore di ferro. Lopez è il pericoloso governatore che viene giocato da più parti ma che sta in testa a uno spietato gruppo di seguaci. Vico è il classico comandante messicano con i suoi federales al seguito. Finlay è lo sbandato che insieme alla sua piccola banda vagabonda per il deserto in cerca di soldi da arraffare con la violenza… In mezzo ci sono Blueberry e i suoi inseparabili pard McClure e Red Neck, che devono sbrogliare la matassa cercando non solo di non rimetterci la pelle ma in più di recuperare l’oro. In più ci sono altri personaggi minori che gravitano intorno e dentro la storia, tutti comunque con qualcosa da fare… ovviamente per arraffare questo benedetto oro! Con tutta questa marmaglia, quindi, potete immaginarvi la baraonda che ne viene fuori. Il bello è che a ogni pagina Charlier ci offre sparatorie, inseguimenti, tradimenti, esplosioni, scariche di fucileria, assalti di cavalleria, duelli, e il classico chi più ne ha, più ne metta… Sembra di guardare uno di quegli spaghetti western tutto violenza e polvere da sparo, a cui senz’altro Charlier si è ispirato. Difficile dire molto altro senza rovinare, anche di poco, il gusto e il piacere della lettura di questa fantastica ed esplosiva cavalcata tra la polvere rovente del Messico.
Un Messico, quello di Charlier e Giraud, che è quanto di più vivo e pulsante ci sia mai stato offerto dalla letteratura disegnata. In un’ambientazione accuratissima da tutti i punti di vista, la storia si dipana meravigliosamente bene anche grazie al suo sfondo così evocativo, dove riecheggiano tutta la cultura e la storia del Messico post-Massimiliano, con le sue cantinas, le sue strade e piste polverose, i messicani in siesta, i villaggi sperduti e scalcinati, le sierra selvagge e i deserti ribollenti, la tequila, le infernali prigioni, i peones, i rurales, i bandidos…Un ambiente che abbiamo imparato ad amare grazie agli innumerevoli film e romanzi western e che spesso rimane nel cuore dei westernofili.
E se Charlier è abile nel fondere ambientazione e svolgimento delle vicende, Giraud non è da meno nel rappresentare il tutto. D’altronde da uno dei più grandi disegnatori della storia del fumetto non ci si può aspettare di meno! Il suo tratto è fluido, densissimo di particolari tanto che a volte le vignette appaiono confuse da quanti elementi Giraud riesce a inserirci. Un esempio può essere la grande vignetta della Casa Roja, nel momento in cui Blueberry vi fa il suo ingresso per la prima volta. Ma in generale tutti gli albi che compongono la storia sono dei gioielli di dettaglio, ma anche di dinamismo e di caratterizzazione – i cavalli al galoppo, le figure in movimento, i volti e i vestiti dei personaggi – oltre che di sapiente costruzione della griglia, con un occhio particolare allo sfruttamento dei momenti più drammatici o di tensione, aiutati in questo anche dall’uso del colore (che non so se sia opera dello stesso Giraud): proprio quando le cose si fanno più “calde” vira al rosso e alle relative sfumature (a volte eliminando del tutto lo sfondo), per poi passare al giallo nelle ariose scene all’aperto. Tutto ciò, come abbiamo detto, unito a una rappresentazione del Messico davvero impeccabile, tanto che – come deve sempre accadere nello storytelling, che sia un fumetto o un romanzo, che sia un western o un noir – l’ambientazione diventa un protagonista assoluto e una ragion d’essere della storia.
Dunque è impossibile non essere catturati da questo connubio di espressività e bravura e, anche se l’intera storia è forse un po’ rallentata dai tanti e lunghi dialoghi e da una trama intricata, è impossibile non riuscire a godersi un’avventura dove il western è raccontato nella sua massima espressione!
Le copertine delle edizioni originali Dargaud.
venerdì 16 gennaio 2015
Wanted: ancora spaghetti western a fumetti!
Dalla vasta e attiva produzione della Editoriale Cosmo, casa editrice sempre
effervescente riguardo il western, recuperiamo Wanted, fumetto francese
per la prima volta pubblicato in Italia.
L’edizione Cosmo è composta da cinque volumi che raccolgono un ciclo completo formato da altrettanti episodi.
Wanted è un cacciatore di taglie che gira il Sudovest americano dietro a pendagli da forca ricercati dalla legge. Oltre a essere un fulmine con la pistola, Wanted ha una caratteristica particolare: uno sfregio a forma di W sul volto, che gli attraversa il naso.
In questo primo ciclo, il cacciatore di taglie si imbatte in un indiano meticcio, a cui una banda di assassini ha trucidato la squaw e i figli. Di conseguenza, tutti e cinque gli episodi raccontano la caccia ai banditi e le sue conseguenze, tra cui un tesoro nascosto e il salvataggio di una vedova e del suo ranch, oltre che - ovviamente - altri ostacoli da superare e nemici da affrontare.
Come per gli altri fumetti che abbiamo recensito, Wanted è agli antipodi del nostro italico Tex e più vicino a Durango, di cui sembra quasi un fratello, a cui è legato anche dal disegnatore, Thierry Girod, che ha illustrato gli ultimi tre episodi del pistolero del Colorado.
Wanted è, quindi, uno spaghetti western fatto e finito: il grande formato e il colore rendono ciò ancora più evidente. In quel calderone che è l’Arizona durante gli anni della Guerra Civile, Wanted e Jed (il meticcio biondo in cerca di vendetta) fanno la spola tra l’esercito nordista, l’esercito sudista, bande di sanguinari fuorilegge e di indiani, e compagini dell’esercito regolare con l’obiettivo di annientare i Navajo e gli Apache. Si scontreranno con il famoso scout Kit Carson e saranno coinvolti in cacce al tesoro e in regolamenti di conti e vendette trasversali.
Insomma, un’autentica avventura senza un attimo di tregua, giostrata da Simon Rocca, lo sceneggiatore, e Thierry Girod, il disegnatore, che parte abbastanza sottotono nel primo albo ma che poi esplode nei successivi, in uno stile rapidissimo assolutamente esaltato dal colore di Jocelyne Charrance.
Wanted è lo spaghetti western a fumetti: violenza e sangue a carrettate, polvere ovunque, caldo cocente sotto il sole dell’Arizona e tra le mura di villaggi minuscoli, cavalcate selvagge nel deserto e tra i cactus e i canyon, inseguimenti e agguati indiani, messicani inferociti e cavalieri solitari, sparatorie e una buona dose di sesso... Come negli spaghetti, Wanted è nato per intrattenere, non ci sono messaggi o prediche, volendo non c’è neanche chissà quale trama, solo violenza che genera altra violenza e comunque vada ci saranno sempre dei morti da contare. E giusto per non smentire la spaghettosità di questo fumetto, Rocca semina qua e là citazioni di western all’italiana e Girod li omaggia affidando la parte di antagonista negli ultimi albi a un clone di Lee Van Cleef!
Come vedete, dunque, siamo quasi agli antipodi rispetto al Tex “perfettino” della Bonelli.
Per chi volesse recuperarli, la lista completa degli albi è:
1. I fratelli Bull
2. Il canyon della morte
3. La città senza legge
4. L’oro sotto lo scalpo
5. Superstition Mountains
Ogni albo è di 48 pagine e di formato 19x27 centimetri, che esalta le belle tavole di Girod.
L’edizione Cosmo è composta da cinque volumi che raccolgono un ciclo completo formato da altrettanti episodi.
Wanted è un cacciatore di taglie che gira il Sudovest americano dietro a pendagli da forca ricercati dalla legge. Oltre a essere un fulmine con la pistola, Wanted ha una caratteristica particolare: uno sfregio a forma di W sul volto, che gli attraversa il naso.
In questo primo ciclo, il cacciatore di taglie si imbatte in un indiano meticcio, a cui una banda di assassini ha trucidato la squaw e i figli. Di conseguenza, tutti e cinque gli episodi raccontano la caccia ai banditi e le sue conseguenze, tra cui un tesoro nascosto e il salvataggio di una vedova e del suo ranch, oltre che - ovviamente - altri ostacoli da superare e nemici da affrontare.
Come per gli altri fumetti che abbiamo recensito, Wanted è agli antipodi del nostro italico Tex e più vicino a Durango, di cui sembra quasi un fratello, a cui è legato anche dal disegnatore, Thierry Girod, che ha illustrato gli ultimi tre episodi del pistolero del Colorado.
Wanted è, quindi, uno spaghetti western fatto e finito: il grande formato e il colore rendono ciò ancora più evidente. In quel calderone che è l’Arizona durante gli anni della Guerra Civile, Wanted e Jed (il meticcio biondo in cerca di vendetta) fanno la spola tra l’esercito nordista, l’esercito sudista, bande di sanguinari fuorilegge e di indiani, e compagini dell’esercito regolare con l’obiettivo di annientare i Navajo e gli Apache. Si scontreranno con il famoso scout Kit Carson e saranno coinvolti in cacce al tesoro e in regolamenti di conti e vendette trasversali.
Insomma, un’autentica avventura senza un attimo di tregua, giostrata da Simon Rocca, lo sceneggiatore, e Thierry Girod, il disegnatore, che parte abbastanza sottotono nel primo albo ma che poi esplode nei successivi, in uno stile rapidissimo assolutamente esaltato dal colore di Jocelyne Charrance.
Wanted è lo spaghetti western a fumetti: violenza e sangue a carrettate, polvere ovunque, caldo cocente sotto il sole dell’Arizona e tra le mura di villaggi minuscoli, cavalcate selvagge nel deserto e tra i cactus e i canyon, inseguimenti e agguati indiani, messicani inferociti e cavalieri solitari, sparatorie e una buona dose di sesso... Come negli spaghetti, Wanted è nato per intrattenere, non ci sono messaggi o prediche, volendo non c’è neanche chissà quale trama, solo violenza che genera altra violenza e comunque vada ci saranno sempre dei morti da contare. E giusto per non smentire la spaghettosità di questo fumetto, Rocca semina qua e là citazioni di western all’italiana e Girod li omaggia affidando la parte di antagonista negli ultimi albi a un clone di Lee Van Cleef!
Come vedete, dunque, siamo quasi agli antipodi rispetto al Tex “perfettino” della Bonelli.
Per chi volesse recuperarli, la lista completa degli albi è:
1. I fratelli Bull
2. Il canyon della morte
3. La città senza legge
4. L’oro sotto lo scalpo
5. Superstition Mountains
Ogni albo è di 48 pagine e di formato 19x27 centimetri, che esalta le belle tavole di Girod.
martedì 9 dicembre 2014
Bouncer, il western psicomagico
Avete presente i western di John Wayne e James Stewart, dove le strade dei villaggi sono pulite, gli eroi cavalcano al tramonto e i personaggi sono sempre inamidati anche dopo aver scavato latrine per tutto il giorno? E avete presente Tex Willer, dove il nostro è infallibile, l'unica violenza che si vede è quella di un proiettile che stende il cattivo e tutti sono con la camicia pulita? Bene, se volete sapere davvero cos'è Bouncer, dimenticatevi di tutto ciò e correte in libreria a procurarvi i tre volumi Magic Press.Per cominciare, Bouncer è il buttafuori monco di un braccio del saloon Infierno di Barro City, cittadina di frontiera nata e cresciuta sui morti e sulla violenza. Bouncer vi arriva dopo varie peripezie familiari, a conclusione delle quali si ritrova con un braccio (il destro) in meno e tanta rabbia in corpo in più.
A raccontarci le sue avventure sono Alejandro Jodorowsky ai testi e Francois Boucq ai disegni, entrambi mostri sacri del fumetto. Jodorowsky è anche famoso per i suoi trascorsi di regista e per aver formulato il concetto di psicomagia (su cui non sono documentato).
Ma se qualcuno pensa che Bouncer sia un El Topo a fumetti, può stare tranquillo: Bouncer è molto di più, ma soprattutto è qualcosa di molto diverso.
È un western fuori dai canoni, caratteristico della visione di Jodorowsky (anche chi dello scrittore conosce solo El Topo, come me, riuscirà comunque a capire che tipo di artista è Jodo e quali sono i suoi temi e il suo stile). Metafisico, geniale, forse psicomagico, Bouncer non è nè il classico western alla Tex Willer nè quello violento alla Durango, ma è un intrico di storie di follia a cui si mischiano gli stilemi classici del genere (specie nei disegni).
Specialmente nel parco protagonisti, Jodorowsky propone personaggi tipici della sua arte: oltre al
mutilato Bouncer, ci sono nani, dottori sfigurati, giovani ermafroditi, giganti con un'ascia piantata in testa, gemelle siamesi... Nel western di Jodo solo gli indiani sembrano essere gli unici esseri umani "normali", tanto più che gli danno anche la possibilità di esplorare il mondo "altro" della magia e dello sciamanesimo.
Nelle storie di Jodorowsky non c'è spazio per il buonismo o per la pietà, i colpevoli vanno puniti senza remore o indugio, che siano veri o presunti. L'unico barlume di giustizia-quella-vera ce l'ha proprio Bouncer, che in un mondo come quello in cui è costretto a vivere insieme alla sua sfortuna e ai suoi demoni cerca di portare un minimo di tranquillità (che è ciò che anche lui cerca).
Nel corso delle storie Bouncer è costretto prima a risolvere i drammi di famiglia, legati a un grosso diamante che sembra maledetto, poi quelli della fauna che popola Barrio City. Innamorandosi più di una volta, scopando altrettanto, sfidando (e non sempre uscendone vincitore) pistoleri semiciechi, vedove fatali e sceriffi corrotti, Bouncer vive un West che non ha quasi nulla di umano, dove la vita vale un soldo bucato e dove se non c'è violenza c'è il silenzio della morte.
A dare volto, corpo e forma ai personaggi e agli ambienti di Bouncer c'è Francois Boucq, artista franco-belga che con il suo tratto realistico e vivace, e i colori applicati con maestria, dipinge perfettamente le atmosfere create da Jodorowsky, con il pregio e l'abilità, però, di innestarle in un quadro di western classico, cinematografico: se dunque i personaggi sono freaks, o comunque hanno le loro caratteristiche psicologiche ben marcate ed evidenti, il mondo in cui si muovono è il West normale, quello dei canyon e delle cittadine di legno storto, di ranch scavati nelle colline e di fiumi gelidi e praterie d'erba, oltre che di deserti infuocati e montagne quasi inaccessibili.
La migliore edizione italiana di Bouncer è quella edita da Magic Press. Si tratta di una serie di nove tomi l'editore ha pubblicato, in serie, nel corso di due anni, suddividendoli in tre volumi brossurati di grande formato a colori.
Il primo volume contiene i primi cinque episodi e si può considerare come il ciclo "familiare" di Bouncer, dove Jodorowsky ne racconta la storia e le storie legate in un modo o nell'altro alle vicende del passato.
Il secondo volume contiene due tomi (episodi 6 e 7): in queste due storie Bouncer deve vedersela con due donne e una banda di assassini guidata da Axe-Head e dai suoi cinque bambini.
Il terzo e ultimo volume raccoglie altre due storie (8 e 9) e, secondo me, è il migliore dei tre: qui Bouncer è in cerca di vendetta, e per trovarla deve entrare in un penitenziario nel mezzo del deserto, dove ha trovato rifugio e protezione l'assassino dei suoi amici. In un'ambientazione spettacolare e magistralmente resa da Boucq, che ricorda tantissimo gli spaghetti western, Bouncer dovrà recuperare l'assassino, portarlo fuori dal carcere e infine superare l'immenso e bollente deserto, cercando al contempo di sfuggire ai carcerieri che gli danno la caccia per liberare il suo prigioniero (tra l'altro, figlio del direttore del carcere). Pur essendo forse poco approfondita la parte della fuga e della marcia nel deserto, quest'ultimo albo di Bouncer è una fantastica storia western, violentissima e ricca d'azione, con dei disegni straordinari che rievocano un pezzo di West come se fosse uno dei migliori spaghetti western.
Ecco l'elenco dei volumi e delle storie contenute:
Bouncer. L'integrale. Volume 1
- Un diamante per l'aldilà
- La pietà dei carnefici
- La giustizia dei serpenti
- La vendetta del monco
- In pasto alle lupe
Bouncer. L'integrale. Volume 2
- La vedova nera
- Cuore doppio
Bouncer. L'integrale. Volume 3
- All'inferno...
- ... e ritorno
martedì 2 dicembre 2014
Durango, lo spaghetti western a fumetti
Chi pensa che il western a fumetti sia solo Tex Willer e, al massimo, Ken Parker, commette un errore grande quanto il Texas. Perchè se diamo un'occhiata fuori dalla nostra "amata" Italia ci accorgeremmo di alcune autentiche perle che spesso e volentieri superano (per varie ragioni) l'immarcescibile Tex.
È il caso di Durango, particolare fumetto western che è considerato non solo uno dei capisaldi del genere ma anche uno dei suoi capolavori, in particolare per quanto riguarda la famosa scuola franco-belga.
Nato nel 1981 dalla penna e dalla matita di Yves Swolfs, Durango Lang è il protagonista di questa serie western che deve tantissimo, tanto da non farne mistero, allo spaghetti western italiano, e non solo ai classici di Sergio Leone ma anche, e soprattutto, al Django e al Grande Silenzio di Corbucci. È infatti con un omaggio a quest'ultimo meraviglioso film che si apre la serie, nell'episodio intitolato I cani muoiono d'inverno, ed è da questo film che Swolfs è stato ispirato nella caratterizzazione del personaggio.
Durango è un pistolero di poche parole, disegnato sul modello di Silenzio del film sopra citato, e soprannominato "Peacemaker" per motivi che sono facilmente intuibili. Rimasto irreparabilmente ferito alla mano destra, Durango si allena a sparare con la sinistra ma soprattutto usare nel modo più rapido possibile la letale Mauser C96 (la stessa usata da Silenzio, un'altra analogia col film di Corbucci), una pistola semiautomatica comparsa a fine Ottocento, quando ormai il West era stato quasi completamente civilizzato e la frontiera era di fatto scomparsa, risucchiata nelle acque del Pacifico. Ed è proprio in questo periodo storico che si svolgono le avventure di Durango: Swolfs tratteggia un West crepuscolare, in particolare quelle zone dove la civiltà e il progresso ancora non sono giunti e si vive, si combatte e si muore esattamente come venti o trent'anni prima.
Dal punto di vista dei testi, le storie di Durango sono crude, cupe, violentissime. Il West di Swolfs non ha nulla del western classico, non per niente l'autore deve tutta la sua ispirazione al western italiano: niente buoni, solo cattivi che lo sono o di più o di meno di altri; niente onesti, solo persone che perseguono i propri interessi, senza chiedersi se i loro desideri e le loro azioni per esaudirli siano legali o legittime. Durango si muove tra il Wyoming, il Colorado e il Messico spagnoleggiante, dai monti e le praterie innevate ai villaggi di tre case sperduti nella fornace del deserto del Sudovest. Neanche a dirlo, i personaggi che lo accompagnano e gli antagonisti che lo osteggiano sono presi di forza dagli spaghetti western, sicchè è tutt'altro che raro imbattersi in guerriglieri messicani con la faccia di Tomas Milian o in avventurieri senza scrupoli disegnati sul personaggio di Douglas Mortimer di leevancliffiana memoria o su quello di Klaus Kinski.
Proprio i disegni sono il punto forte della breve serie: parlando dell'edizione in bianco e nero e in formato bonelliano (l'unica che finora sono riuscito a reperire), i disegni di Swolfs (per i primi 13 episodi, su 16 finora pubblicati - gli ultimi tre sono di Thierry Girod) sono semplicemente dei capolavori, risultato ancor più soprendente se pensate che ogni vignetta meriterebbe una lunga analisi solo per scoprirne tre quarti. Infatti il tratto e lo stile di Swolfs sono ultradettagliati, ma non solo: sono anche di un realismo incredibile, per cui ogni minimo elemento è curato con precisione maniacale. Armi, ambientazioni, personaggi, lo stile iperrealistico di Swolfs riesce anche a creare quella classica atmosfera per cui ti sembra di star vedendo un film, anche grazie al taglio delle vignette che è completamente sfalsato rispetto a quello classico di Tex (per cui un lettore abituato al Ranger potrebbe trovarlo confuso e spiazzante). Ma ciò volge in favore delle storie, che così acquistano un taglio più dinamico e meno canonico, e quindi meno noioso se vogliamo, o meno prevedibile. Le tavole di Swolfs (sia quando fa tutto da sè che quando scrive per Girod) sono piene zeppe di sparatorie, morti, proiettili e bossoli, sangue, polvere (da sparo e del deserto), sporcizia, caldo e freddo...
Girod, nelle ultime tre storie, non fa pesare molto il cambio di guardia: forse è appena meno dettagliato di Swolfs, ma mantiene il livello altissimo e sempre con il riconoscibilissimo stile franco-belga. Inoltre probabilmente è quello che si adatta meglio al formato ridotto, non perdendo di qualità o di chiarezza rispetto al formato originale.
In Italia la pubblicazione di Durango è molto frammentaria, soprattutto riguardo le prime edizioni. Agli inizi degli anni Ottanta il primo episodio fu pubblicato dalla rivista Metal, poi gli altri son passati su Lanciostory negli anni 90 e alla fine del decennio su L'Eternauta, a colori e di grande formato, che però ha pubblicato solo le storie numero 9, 10, 11, 12 e 13.
Dal 2011 Planeta De Agostini ha ricominciato da capo pubblicando quattro volumi da tre storie ciascuno, cartonati di grande formato e a colori. Linea Chiara (RW Edizioni) ha pubblicato il quinto volume l'anno scorso, mantenendo formato e grafica e sempre tre storie all'interno.
Nel 2012-2013 GP Publishing ha ripubblicato il tutto in 7 volumetti di formato bonelli e in bianco e nero con due storie per albo, troncando la serie al quattordicesimo episodio: la serie è stata ripresa dopo dalla Editoriale Cosmo, che ha pubblicato gli episodi 15 e 16 nell'albo numero 8, mantenendo però formato e grafica dell'edizione GP, così da non rovinare la collezione ai lettori.
Questa è la lista degli episodi:
1. I cani muoiono d'inverno
2. La forza dell'ira
3. Trappola per un killer
4. "Amos"
5. Sierra selvaggia
6. Il destino di un desperado
7. Loneville
8. Una ragione per morire
9. L'oro di Duncan
10. Gli sciacalli
11. Colorado
12. L'erede
13. Senza pietà
14. Un passo verso l'inferno
15. El Cobra
16. Il crepuscolo dell'avvoltoio
È il caso di Durango, particolare fumetto western che è considerato non solo uno dei capisaldi del genere ma anche uno dei suoi capolavori, in particolare per quanto riguarda la famosa scuola franco-belga.
Nato nel 1981 dalla penna e dalla matita di Yves Swolfs, Durango Lang è il protagonista di questa serie western che deve tantissimo, tanto da non farne mistero, allo spaghetti western italiano, e non solo ai classici di Sergio Leone ma anche, e soprattutto, al Django e al Grande Silenzio di Corbucci. È infatti con un omaggio a quest'ultimo meraviglioso film che si apre la serie, nell'episodio intitolato I cani muoiono d'inverno, ed è da questo film che Swolfs è stato ispirato nella caratterizzazione del personaggio.
Durango è un pistolero di poche parole, disegnato sul modello di Silenzio del film sopra citato, e soprannominato "Peacemaker" per motivi che sono facilmente intuibili. Rimasto irreparabilmente ferito alla mano destra, Durango si allena a sparare con la sinistra ma soprattutto usare nel modo più rapido possibile la letale Mauser C96 (la stessa usata da Silenzio, un'altra analogia col film di Corbucci), una pistola semiautomatica comparsa a fine Ottocento, quando ormai il West era stato quasi completamente civilizzato e la frontiera era di fatto scomparsa, risucchiata nelle acque del Pacifico. Ed è proprio in questo periodo storico che si svolgono le avventure di Durango: Swolfs tratteggia un West crepuscolare, in particolare quelle zone dove la civiltà e il progresso ancora non sono giunti e si vive, si combatte e si muore esattamente come venti o trent'anni prima.
Dal punto di vista dei testi, le storie di Durango sono crude, cupe, violentissime. Il West di Swolfs non ha nulla del western classico, non per niente l'autore deve tutta la sua ispirazione al western italiano: niente buoni, solo cattivi che lo sono o di più o di meno di altri; niente onesti, solo persone che perseguono i propri interessi, senza chiedersi se i loro desideri e le loro azioni per esaudirli siano legali o legittime. Durango si muove tra il Wyoming, il Colorado e il Messico spagnoleggiante, dai monti e le praterie innevate ai villaggi di tre case sperduti nella fornace del deserto del Sudovest. Neanche a dirlo, i personaggi che lo accompagnano e gli antagonisti che lo osteggiano sono presi di forza dagli spaghetti western, sicchè è tutt'altro che raro imbattersi in guerriglieri messicani con la faccia di Tomas Milian o in avventurieri senza scrupoli disegnati sul personaggio di Douglas Mortimer di leevancliffiana memoria o su quello di Klaus Kinski.
Proprio i disegni sono il punto forte della breve serie: parlando dell'edizione in bianco e nero e in formato bonelliano (l'unica che finora sono riuscito a reperire), i disegni di Swolfs (per i primi 13 episodi, su 16 finora pubblicati - gli ultimi tre sono di Thierry Girod) sono semplicemente dei capolavori, risultato ancor più soprendente se pensate che ogni vignetta meriterebbe una lunga analisi solo per scoprirne tre quarti. Infatti il tratto e lo stile di Swolfs sono ultradettagliati, ma non solo: sono anche di un realismo incredibile, per cui ogni minimo elemento è curato con precisione maniacale. Armi, ambientazioni, personaggi, lo stile iperrealistico di Swolfs riesce anche a creare quella classica atmosfera per cui ti sembra di star vedendo un film, anche grazie al taglio delle vignette che è completamente sfalsato rispetto a quello classico di Tex (per cui un lettore abituato al Ranger potrebbe trovarlo confuso e spiazzante). Ma ciò volge in favore delle storie, che così acquistano un taglio più dinamico e meno canonico, e quindi meno noioso se vogliamo, o meno prevedibile. Le tavole di Swolfs (sia quando fa tutto da sè che quando scrive per Girod) sono piene zeppe di sparatorie, morti, proiettili e bossoli, sangue, polvere (da sparo e del deserto), sporcizia, caldo e freddo...
Girod, nelle ultime tre storie, non fa pesare molto il cambio di guardia: forse è appena meno dettagliato di Swolfs, ma mantiene il livello altissimo e sempre con il riconoscibilissimo stile franco-belga. Inoltre probabilmente è quello che si adatta meglio al formato ridotto, non perdendo di qualità o di chiarezza rispetto al formato originale.
In Italia la pubblicazione di Durango è molto frammentaria, soprattutto riguardo le prime edizioni. Agli inizi degli anni Ottanta il primo episodio fu pubblicato dalla rivista Metal, poi gli altri son passati su Lanciostory negli anni 90 e alla fine del decennio su L'Eternauta, a colori e di grande formato, che però ha pubblicato solo le storie numero 9, 10, 11, 12 e 13.
Dal 2011 Planeta De Agostini ha ricominciato da capo pubblicando quattro volumi da tre storie ciascuno, cartonati di grande formato e a colori. Linea Chiara (RW Edizioni) ha pubblicato il quinto volume l'anno scorso, mantenendo formato e grafica e sempre tre storie all'interno.
Nel 2012-2013 GP Publishing ha ripubblicato il tutto in 7 volumetti di formato bonelli e in bianco e nero con due storie per albo, troncando la serie al quattordicesimo episodio: la serie è stata ripresa dopo dalla Editoriale Cosmo, che ha pubblicato gli episodi 15 e 16 nell'albo numero 8, mantenendo però formato e grafica dell'edizione GP, così da non rovinare la collezione ai lettori.
Questa è la lista degli episodi:
1. I cani muoiono d'inverno
2. La forza dell'ira
3. Trappola per un killer
4. "Amos"
5. Sierra selvaggia
6. Il destino di un desperado
7. Loneville
8. Una ragione per morire
9. L'oro di Duncan
10. Gli sciacalli
11. Colorado
12. L'erede
13. Senza pietà
14. Un passo verso l'inferno
15. El Cobra
16. Il crepuscolo dell'avvoltoio
venerdì 19 settembre 2014
"La ballata di Zeke Colter" di Claudio Nizzi e Renzo Calegari
Quando si parla di Tex Willer, solitamente vengono in mente le grandi storie del suo creatore, Gian Luigi Bonelli, oppure al massimo qualche notevole lavoro grafico di quelli proposti nei Texoni, ma raramente vengono ricordate o prese in considerazione le storie contenute nei MaxiTex o negli Almanacchi del West. Ed è proprio di una storia pubblicata in un Almanacco che voglio parlarvi.
La ballata di Zeke Colter è una breve storia western scritta da Claudio Nizzi. La particolarità di questa storia, oltre alla brevità e al fatto di essere la "capostipite" degli Almanacchi del West, sta nel suo disegnatore: Renzo Calegari. Tecnicamente le matite sono di Stefano Biglia e Luigi Copello, ma è evidente come il lavoro, lo stile e la mano di Calegari prendano il sopravvento.
La storia racconta un'avventura di Tex che, durante una tempesta di neve, viene accolto dal suo amico trapper Zeke Colter. Colter vive da vent'anni in una capanna isolata in mezzo alle montagne, insieme alla moglie indiana Anatra Zoppa. Da qualche tempo ha noia con un gruppo di avventurieri disonesti che lo minacciano, credendo che abbia trovato un giacimento d'oro. Tex risolverà la situazione, ma il cuore della storia non è la trama in sè, quanto tutta l'atmosfera su cui e con cui è costruita, sia narrativamente che graficamente.
Claudio Nizzi regala una delle sue prove migliori su Tex, nonostante la brevità. La storia è una specie di monologo di Zeke, un personaggio rude ma dal cuore d'oro. L'intermezzo dei banditi è una scusa per raccontare del suo incontro con Tex, per raccontare il suo passato e la sua filosofia di vita, di come non abbia mai avuto la febbre dell'oro ma quella delle pellicce, di come le sue stesse prede gli abbiano salvato la vita durante un incontro con i Piedi Neri.
Zeke Colter è un personaggio tra i più riusciti di Nizzi, risoluto e testardo come dovevano essere i trapper e gli uomini delle montagne. Anatra Zoppa è un'altra magnifica aggiunta alla storia, riuscendo a regalare siparietti divertenti con le sue imprecazioni, uniche frasi della lingua dei bianchi che è riuscita ad imparare.
Renzo Calegari rende la storia quasi onirica, con i suoi interni dettagliati, gli esterni innevati e l'uso splendido della mezzatinta per descrivere il flashback di Colter. E' assolutamente incredibile la sua abilità nel raccontare, anzi nel mostrare, il West, la sua natura e i suoi personaggi. L'atmosfera che riesce a evocare con il suo inconfondibile tratto dona alla storia un realismo estremo, usando i contrasti (caldo e freddo, nero e bianco) come punto di forza: sembra insomma di essere dentro quella capanna o fuori in mezzo alla neve, a sentire lo scoppiettio del fuoco o l'aroma dello stufato e delle frittelle di lardo e farina preparati da Anatra Zoppa.
Del resto Calegari è sempre stato un maestro nel rappresentare il West, basti vedere la sua produzione sterminata che riguarda l'epopea della Frontiera americana (Storia del West, Welcome to Springville, Gente di Frontiera, e numerose illustrazioni a tema per le più disparate pubblicazioni).
Peccato che non abbia più avuto modo di disegnare ancora Tex. Il suo ranger è eccezionale, grazie anche al tratto realistico che riesce a dar vita a un personaggio riconoscibile ma allo stesso tempo personale e originale: il suo Tex non somiglia a nessuno mai visto prima ma si vede che è Tex, ed è una cosa che non riesce a tutti i disegnatori, che hanno bisogno di un punto di riferimento (Galep, Ticci, Villa) per costruire il loro ranger.
In conclusione, La ballata di Zeke Colter è un gioiellino che merita di essere riconsiderato: per la sua particolarità, per la sua storia-non storia, ma ancora di più per l'eccezionale prova grafica del maestro del West Renzo Calegari.
La ballata di Zeke Colter è una breve storia western scritta da Claudio Nizzi. La particolarità di questa storia, oltre alla brevità e al fatto di essere la "capostipite" degli Almanacchi del West, sta nel suo disegnatore: Renzo Calegari. Tecnicamente le matite sono di Stefano Biglia e Luigi Copello, ma è evidente come il lavoro, lo stile e la mano di Calegari prendano il sopravvento.
La storia racconta un'avventura di Tex che, durante una tempesta di neve, viene accolto dal suo amico trapper Zeke Colter. Colter vive da vent'anni in una capanna isolata in mezzo alle montagne, insieme alla moglie indiana Anatra Zoppa. Da qualche tempo ha noia con un gruppo di avventurieri disonesti che lo minacciano, credendo che abbia trovato un giacimento d'oro. Tex risolverà la situazione, ma il cuore della storia non è la trama in sè, quanto tutta l'atmosfera su cui e con cui è costruita, sia narrativamente che graficamente.
Claudio Nizzi regala una delle sue prove migliori su Tex, nonostante la brevità. La storia è una specie di monologo di Zeke, un personaggio rude ma dal cuore d'oro. L'intermezzo dei banditi è una scusa per raccontare del suo incontro con Tex, per raccontare il suo passato e la sua filosofia di vita, di come non abbia mai avuto la febbre dell'oro ma quella delle pellicce, di come le sue stesse prede gli abbiano salvato la vita durante un incontro con i Piedi Neri.
Zeke Colter è un personaggio tra i più riusciti di Nizzi, risoluto e testardo come dovevano essere i trapper e gli uomini delle montagne. Anatra Zoppa è un'altra magnifica aggiunta alla storia, riuscendo a regalare siparietti divertenti con le sue imprecazioni, uniche frasi della lingua dei bianchi che è riuscita ad imparare.
Renzo Calegari rende la storia quasi onirica, con i suoi interni dettagliati, gli esterni innevati e l'uso splendido della mezzatinta per descrivere il flashback di Colter. E' assolutamente incredibile la sua abilità nel raccontare, anzi nel mostrare, il West, la sua natura e i suoi personaggi. L'atmosfera che riesce a evocare con il suo inconfondibile tratto dona alla storia un realismo estremo, usando i contrasti (caldo e freddo, nero e bianco) come punto di forza: sembra insomma di essere dentro quella capanna o fuori in mezzo alla neve, a sentire lo scoppiettio del fuoco o l'aroma dello stufato e delle frittelle di lardo e farina preparati da Anatra Zoppa.Del resto Calegari è sempre stato un maestro nel rappresentare il West, basti vedere la sua produzione sterminata che riguarda l'epopea della Frontiera americana (Storia del West, Welcome to Springville, Gente di Frontiera, e numerose illustrazioni a tema per le più disparate pubblicazioni).
Peccato che non abbia più avuto modo di disegnare ancora Tex. Il suo ranger è eccezionale, grazie anche al tratto realistico che riesce a dar vita a un personaggio riconoscibile ma allo stesso tempo personale e originale: il suo Tex non somiglia a nessuno mai visto prima ma si vede che è Tex, ed è una cosa che non riesce a tutti i disegnatori, che hanno bisogno di un punto di riferimento (Galep, Ticci, Villa) per costruire il loro ranger.
In conclusione, La ballata di Zeke Colter è un gioiellino che merita di essere riconsiderato: per la sua particolarità, per la sua storia-non storia, ma ancora di più per l'eccezionale prova grafica del maestro del West Renzo Calegari.
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