giovedì 7 agosto 2025
The Unholy Trinity (2024) [recensione]
C’è quindi un intreccio che cerca di staccarsi dai soliti clichè del genere unendo un po’ di cose come una caccia all’oro, tradimenti, un sottofondo da giallo, e piccoli misteri familiari; ci sono personaggi un po’ da riempitivo (per esempio Q’orianka Kilcher nei panni di un’indiana Blackfoot) e altri con un po’ più di spessore, tra i quali ovviamente spicca Pierce Brosnan nei panni di uno sceriffo misurato e onesto (Brosnan col tempo è diventato una faccia da western perfetta ed è un immenso peccato che da quel capolavoro in poi di Caccia spietata abbia fatto solo quest’altro western – non contiamo la serie tv “The Son”), mentre Jackson mi è parso leggermente in ombra e poco ispirato nei panni di uno spietato ma, all’inizio, ambiguo ex schiavo; invece poco o nulla sembra essere d’interesse per quello che dovrebbe essere il protagonista, cioè il ragazzo (Brandon Lessard), che si muove più spaesato che altro in mezzo a gente di cui non sa se fidarsi o meno.
Visivamente The Unholy Trinity è un bellissimo western, che si muove tra il paesino e gli splendidi panorami – anche innevati – del Montana. Ha belle scene d’azione, con spari veri, bei costumi e una limpida fotografia. Non è un film perfetto, non è neanche ottimo a dire la verità, ma è un western onestissimo, movimentato, non annoia e non fa sbadigliare (e di sti tempi è tutto grasso che cola), non infastidisce cercando di fare il passo più lungo della gamba ma anzi si mantiene su una linea tra il classico nella regia e la ricerca di un po’ di originalità nella trama. Si potevano sfruttare meglio Brosnan e Jackson? Sicuramente sì, ma ormai in un western, se non sei Kevin Costner, mi sa che puoi fare poco per alzare l’asticella (e non so se è un male, perché molto spesso a provare a fare i fenomeni – e non mi riferisco a Costner, anzi non sto nella pelle per vedere i seguiti di Horizon – ne viene fuori una ciofeca, per esempio quell’oscenità con Nicolas Cage, Heather Graham e Stephen Dorff…) e quindi ci si deve accontentare. Ma quasi sempre Brosnan è una garanzia di qualità.
domenica 2 marzo 2025
"Oltre il confine": la piccola cine-antologia di racconti western di Emiliano Ferrera
In “Black Town” Ferrera è Nessuno, un soldato con il compito di riportare indietro la nipote del suo superiore che è tenuta prigioniera da una “strega” (Yasmin Pucci) in una desolata cittadina soverchiata dai soldati confederati. In questo episodio, ambientato due mesi dopo la fine della Guerra Civile, c’è un che di horror ma purtroppo non adeguatamente sfruttato (e forse non era nemmeno intenzione del regista) però le dinamiche di fondo dei personaggi sono interessanti, sebbene – a mio gusto e opinione – sia il più debole del film.
“Sfida a White Buffalo”, invece, ritengo sia un vero gioiellino: oltre ad avere Stefano Jacurti protagonista (ah, che piacere rivederlo nei suoi ruoli western!) insieme allo stesso Ferrera (quasi irriconoscibile, coi baffi, nel ruolo del capobanda Jim Levy), c’è la storia di una caccia all’uomo in un Wyoming splendidamente ricreato e quasi tutta girata in esterni, con un’atmosfera incredibile data dall’onnipresente nebbia, dai cupi valloni, dai boschi pericolosi da attraversare, in un misto di colori e… temperature (anche se non si sentono effettivamente, com’è ovvio) autunnali-invernali che personalmente mi mettono addosso “la scimmia” come si suol dire… Alla fine a White Buffalo (che si trova “su quella collina”) convergono lo sceriffo quasi in pensione Bat Mallory (un cognome che ormai è parte indelebile dell’atmosfera jacurtiana), la sua aiutante Libby Thompson e Jim Levy reduce dalla rapina alla banca di Little Horse… il tutto per una resa dei conti. In questo racconto, oltre ai dettagli già citati, spicca effettivamente l’interpretazione di Giulia Morgani, naturale e credibile, finanche “bipolare”, che dà il quid femminile anche a questa vicenda. E poi, mi ci risoffermo, la presenza molto più cospicua di Jacurti (che era presente anche nel primo episodio, ma in un ruolo minore) in uno dei ruoli che credo sia uno dei suoi preferiti, ovvero lo sceriffo.
Chi mi conosce sa bene quanto io non abbia la minima stima per il cinema italiano degli ultimi 30 anni (almeno), per tanti motivi che non sto qui ad elencare. L’unica eccezione la faccio per il cinema indipendente che, anche se non è perfetto, almeno nella gran parte dei casi riconosce i suoi limiti e non fa finta di essere quello che non è, gonfiandosi a dismisura di supponenza e autoreferenzialità (ok, adesso avete scoperto almeno un paio dei motivi che non volevo elencare). Emiliano Ferrera e Stefano Jacurti fanno un cinema semplice, chiaro, sia davanti alla macchina da presa (facendo di necessità virtù e sfruttando benissimo i budget che presumo non siano da grandi o medie produzioni) che dietro (niente bullaggini, niente “grandi progetti che so fare solo io”, niente atteggiamento da Oscar, ecc.), e ciò mi pare sia abbastanza evidente. Oltre il confine è prodotto dignitosissimo, ma soprattutto è un prodotto che nasce dal vero amore per il western e che non segue nessuna stupida moda, quale essa sia. Sa sfruttare le location, i costumi, le armi (sebbene, ahimè, gli spari finti o aggiunti in post produzione mi portano ad un accenno di orticaria – ma è una cosa mia), sa offrire buone interpretazioni e – cosa non scontata e molto difficile – sa dare l’atmosfera giusta, quella del West che però non è il West storico, ma che è quello tra lo spaghetti storico e lo spaghetti filtrato (come è giusto che sia) attraverso la sensibilità di Ferrera e il contributo di ottimi maestri come quello di Klaus Veri che ha firmato la colonna sonora. Emiliano Ferrera sta facendo un bellissimo percorso in un genere bistrattato, morto, sepolto, e su cui banchettano gli avvoltoi. Cosa più importante, sa benissimo dove mettere le mani ed è lontanissimo da quell'atteggiamento, troppo comune nel cinema italiano, di voler fare il passo più lungo della gamba senza averne le capacità, le conoscenze e la sensibilità. E se, alla luce di tutto ciò, quella di Ferrera non è passione sana, passione che porta a risultati molto soddisfacenti, cos’è?
Un applauso a tutti quelli che hanno reso possibile Oltre il confine.
lunedì 13 gennaio 2025
"American Primeval": il vero West non lascia scampo
Nata dalla fantasia dello sceneggiatore di Revenant, Mark L. Smith, questa miniserie da sei episodi è una boccata d’aria rigenerante per il western, come del resto sono stati recentemente più le serie tv che i film. In un West più vicino ai trapper che ai cowboy, più dirimpetto alla Guerra Civile che alle guerre indiane, si consumano le due vicende che sono in parte radicate nella vera Storia e in parte frutto di fantasia. Tutto comincia con l’arrivo a Fort Bridger di Sarah Rowell (Betty Gilpin) e suo figlio, che vogliono e devono andare ad ovest alla ricerca del padre del bambino. Prima si legano ad una carovana di mormoni diretta in Utah ma quando questa viene massacrata proprio da una milizia della loro stessa gente, Sarah e figlio vengono salvati da Isaac Reed (Taylor Kitsch), un burbero e silenzioso cacciatore. Da quel momento i due filoni della storia si divideranno per procedere parallelamente: da un lato l’ostinata e difficilissima traversata del continente della donna, che per giunta è anche ricercata da un nugolo di cacciatori di taglie; dall’altro, l’incrocio sanguinario tra la sete di potere (e di dominio) dei mormoni guidati dal fanatico Brigham Young (interpretato dal sempre inquietante Kim Coates) e protetti dalla milizia, gli indiani Paiute e Shoshoni e la cavalleria americana.
American Primeval tocca innanzitutto un’epoca della storia del West forse mai presa in considerazione dalla cinematografia: è il 1857 e il massacro della carovana è mutuato da quello realmente avvenuto proprio quell’anno a Mountain Meadows da parte di “soldati mormoni” travestiti da indiani (e su cui ancora oggi non è mai stata fatta assoluta chiarezza), a cui seguì una specie di guerra tra i religiosi e l’esercito americano, ansioso di fermare il progetto “indipendentista” di Young, tra l’altro ben esposto nella miniserie. Ma ovviamente American Primeval va oltre: pur dovendo inevitabilmente acconsentire a qualche stereotipo, la storia si focalizza molto sulla sanguinarietà della religione, sui conflitti morali, sullo scontro di culture come quella pellerossa (apparentemente l’unica a subire le peggiori conseguenze), ma anche sulla speranza e sull’amore.
La sceneggiatura fa un lavoro impressionante: il ritmo è martellante, in sei episodi (della durata media di 50 minuti) non ci si ferma neanche per un istante, i momenti di riflessione, di dialogo statico, di confronto civile sono ridotti all’osso e ogni pochi minuti succede sempre qualcosa, quasi senza soluzione di continuità. Un enorme pregio che fa scorrere gli episodi uno dietro l’altro, e se non si tiene il conto ci si potrebbe ritrovare alla fine senza neanche accorgersene.
I personaggi fanno tutti un lavoro mostruoso, a cominciare ovviamente da Betty Gilpin, nuovissima nel western, una donna tenace, dura come l’acciaio, orgogliosa ma con il cuore aperto ad una vita migliore; poi Kitsch (anche lui nuovo nel genere) che è taciturno ma quasi invincibile, rude ma in realtà pienissimo di sentimento, solitario al limite del mutismo ma di cui vedremo il perché a poco a poco; c’è la coppia di sposini mormoni Abish (Saura Lightfoot Leon) e Jacob Pratt (Dane DeHaan, lo abbiamo visto nei panni di Billy the Kid nel film The Kid) e la loro storia in caduta tra la follia di lui e l’incertezza di lei; ci sono i capi della milizia; c’è Jim Bridger (Shea Whigham), gran personaggio sarcastico e simpaticissimo; c’è il capitano della cavalleria (Lucas Neff), altro grandissimo personaggio molto diverso dal solito soldato cercatore di gloria dei western classici, anzi; poi c’è anche la piccola Due Lune, l’indiana muta che accompagna Sarah, Isaac e il figlio, e ci sono gli indiani Shoshoni e gli indiani Paiute, le guide, i cacciatori di taglie, il folle Young e il suo aiutante… E pur focalizzandosi molto sulle donne, American Primeval ha l’enorme pregio di non fossilizzarle nelle supereroine imbattibili resistenti alle botte e alle pallottole che vanno di moda oggi ma invece di renderle umane, orgogliose, e forti quando serve. Insomma, una pletora di personaggi per un affresco western di enorme impatto.
E se storia e personaggi hanno il loro perché, gran parte del lavoro di American Primeval lo fa l’intero aspetto visivo: il regista Peter Berg e lo sceneggiatore Mark Smith ricreano un West così reale da far male agli occhi. Violenze esplicite e inaudite (ci sono scalpature, mutilazioni, spari in faccia, ecc.) puntellano i sei episodi (stranamente l’aspetto sessuale è quasi totalmente lasciato fuori), mostrando quanto la vita sulla Frontiera americana fosse di una durezza difficilmente comprensibile da noi oggi. Il pericolo e la morte sempre in agguato, e sopra di esse il manto della natura selvaggia, qui mostrata in tutto il suo splendore attraverso riprese tra i più vari ambienti come la pianura spoglia, le foreste innevate, gli intrighi di rocce, gli strapiombi. Ma non aspettatevi il verde rigoglioso o l’azzurro cielo: la fotografia di American Primeval è ghiacciata, freddissima, aumentando la sensazione di violenza e di freddo, persino negli ambienti che dovrebbero essere assolati. In effetti in American Primeval l’ambientazione gioca un grande ruolo, a cominciare per esempio da Fort Bridger, un rudissimo avamposto popolato da ubriaconi, cacciatori di pellicce, indiani, soldati, mormoni, sbandati, cacciatori di taglie e scout di ogni nazionalità, immerso nel fango perenne. Ambientazione intesa anche come costumi, ovviamente: la cura nei dettagli è lontana anni luce dalle raffazzonate riproduzioni del West messe in mostra nei western classici: in American Primeval le armi sono correttissime, i costumi curatissimi, le scenografie ricostruite con la massima cura, tanto che credo ci sia stato un lavoro di maestranze veramente imponente.
In American Primeval, in genere, comunque, tutti sono sporchi e cattivi, l’atmosfera è cupa e oppressiva e la speranza e l’amore, se ci sono, sono ben nascosti. Non si fanno sconti, non esiste il buonismo o il politically correct, né la moderazione o tanto meno la diplomazia.
Ma ce l’avrà qualche difetto questa serie tv? Forse sì. Gli stereotipi un po’ retorici sugli indiani sono sempre quelli, ormai lasciano il tempo che trovano ma è anche vero che, a meno di non estremizzarli al massimo, quelli sono e quelli resteranno. Forse i personaggi hanno un livello di profondità un po’ ridotto ma personalmente, a cominciare dal fatto che American Primeval non è un film drammatico dove si parla soltanto, lo ritengo più un pregio che un difetto, visto che comunque l’essenziale viene detto (o non detto) e tutti i personaggi funzionano meravigliosamente bene. Infine, forse il difetto maggiore per chi è sensibile è l’altissimo tasso di violenza esplicita, che potrebbe senz’altro disturbare. Per quanto mi riguarda, lo ritengo semplicemente una realtà fattuale per un lavoro che fa del realismo il suo punto di forza.
Arrivando alle conclusioni, per me American Primeval è un capolavoro. Avventura e azione in ambiente western, con un occhio alla Storia, un altro ai dettagli, un altro ancora ai personaggi, su una sceneggiatura che non lascia un attimo di respiro, dipinta da una regia con vari accorgimenti stilistici d’impatto (qualcuno su internet ha citato la pioggia di frecce, che mette veramente paura!). Cosa chiedere di più? Ah, c’è pure Betty Gilpin… Il capolavoro è servito.
giovedì 5 dicembre 2024
L'ultimo fuorilegge (1993) [recensione]
Da una premessa molto comune nel cinema western, L'ultimo fuorilegge dipana un buonissimo action, molto martellante per quanto riguarda la caccia spietata di Graff, che si rivela sempre più un sadico psicopatico che non risparmia nessuno, nemmeno i suoi ex compagni d'armi.
Se sostanzialmente il film non è molto di più di una sequenza di scene di uccisioni mentre l'inseguimento prosegue (il che non è affatto un male), risulta arricchito da una, secondo me, ottima estetica: a cominciare dagli splendidi esterni naturali del New Mexico (dalle parti semidesertiche a quelle più rocciose e montagnose) passando per i buoni costumi e le armi, tra cui un non molto comune revolver Remington 1875.
Inoltre, il film rende anche una certa aria, appena accennata come il retrogusto di un liquore, se non horror quasi, con Graff visto come fosse un fantasma. Quest'aria è aiutata anche dall'alto livello di violenza e anche da un paio di scene molto crude.
Infine, ad aiutare ulteriormente il film c'è anche il cast secondario, con ottime facce da western come Ted Levine, Steve Buscemi (visto in Dead Man), John McGinley (visto in Il prezzo della giustizia) e Keith Davis (visto anche in Pronti a morire) che si sposano benissimo con l'atmosfera di polvere e sudore.
Insomma, il realismo (che negli anni novanta comincia a farsi sempre più consapevole e ricercato nei film western) dà un'aggiunta ancora più piacevole ad un film che comunque già di per sè è un ottimo prodotto, almeno per quelli che apprezzano un B movie.
Attualmente, L'ultimo fuorilegge è disponibile all'interno del catalogo di Amazon Prime.
lunedì 9 settembre 2024
Place of Bones (2023) [recensione]
Una trama così semplice e inflazionata nel western avrebbe potuto ancora dire la sua con un po’ di originalità… e l’avrebbe fatto, se questo Place of Bones non spruzzasse “very low budget” da tutti i pori! Ad una prima occhiata, tra trailer e scheda, non lo si direbbe… Heather Graham e Tom Hopper uno se li immagina garanzia di qualcosa di perlomeno più elevato, e invece…
Il film si trascina noiosamente fino al colpissimo di scena finale, che in sostanza ne è la trave portante e avrebbe svolto egregiamente il suo ruolo se non fosse che tutto quello che c’è prima fa sbadigliare e non contiene nulla di rilevante, se non alcuni dialoghi apparentemente fuori luogo ma che avranno il loro senso una volta giunto il colpo di scena. Purtroppo Place of Bones si alterna tra scenografie e costumi decenti e credibili (nelle scene all’interno della casa) e scenografie e costumi da palmo in fronte (in tutte le altre), ma tutto ciò non è neanche la cosa peggiore, la quale corrisponde all’iniezione letale dei film moderni: e cioè agli spari FINTI! Una cosa che fa rabbrividire fin nelle ossa, un’aberrazione cinematografica che andrebbe estirpata e che ucciderebbe persino capolavori immortali come Il buono, il brutto, il cattivo o Sentieri selvaggi o Il mucchio selvaggio! È proprio così, purtroppo, e non riesco a capire perché produttori, registi e montatori non se ne accorgano, non si accorgano del fatto che questa disgrazia degli effetti speciali (unita, ovviamente, anche alle conseguenze dello sparo, ossia buchi di pallottola, schegge di legno, polvere che si alza, e all’uso di armi visibilmente posticce) è un colpo alla nuca per qualsiasi film. Place of Bones non sarebbe stato comunque tutto sto granché, ma il colpo di scena l’avrebbe un po’ sollevato, se non altro togliendo allo spettatore la sensazione di aver buttato un’ora e mezza del suo tempo… e invece già il primo sparo finto ne decreta una morte non bella.
In tutta onestà, alla fine, questo western mi è sembrato anche uno spreco dell’“utilizzo” di due attori che non mi dispiacciono affatto, i già citati Tom Hopper (al suo primo western) e Heather Graham (con due western negli ultimi tre anni, e un altro – con Nicolas Cage – in arrivo il prossimo anno), la quale peraltro qui se la cava egregiamente e dimostra di starci bene in questo genere.
lunedì 22 luglio 2024
The Dead Don't Hurt (2023) [recensione]
L’intero risultato è comunque non disprezzabile affatto: buonissimo il cast, ottime le interpretazioni e curato tutto l’aspetto visivo del film (interni, esterni, costumi, armi, ecc.), insomma visivamente è un bel vedere. Forse tale cura avrebbe meritato una storia diversa (attenzione: diversa, non migliore) ma se Mortensen l’ha voluta così allora tanto di cappello, anche perché stiamo parlando pur sempre di un’alta produzione americana, mica delle robe italiane che vengono spacciate per film.
Da parte mia, The Dead Don’t Hurt si becca un bel 6 pieno, finanche un 6+. Alla fine della fiera, lo consiglio.
venerdì 10 novembre 2023
"Butcher's Crossing": il secondo western di Nicolas Cage [recensione]
Butcher’s Crossing è un western lento, monotono, con due soli tipi di scena inframmezzati dal punto di vista del ragazzo (con flashback e ricordi spiattellati a mo’ di sogni) e del “trauma” che pare subire alla vista di un insensato sterminio. Un ottimo Cage però non fa propriamente rimpiangere la visione che, anche se ripetitiva, alla fine – sul filo del rasoio – regge alla noia. Un aiuto è dato dalla splendida fotografia, limpidissima, che incornicia gli spettacolari paesaggi del West insieme ad alcune belle sequenze con i bisonti in stile Balla coi lupi.
sabato 18 marzo 2023
"The English" (serie tv, 2022) [recensione]
Ma di cosa parla The English? In breve, è la storia di una donna inglese (stavolta nel senso che proviene dall’Inghilterra), Cornelia Locke (Emily Blunt), che per via di un trauma subito decide di oltrepassare l’oceano e andare nel West a cercare l’uomo responsabile di quel trauma. Lì incontra un indiano Pawnee, Eli Whipp (Chaske Spencer), ex scout dell’esercito, diviso tra la vita bianca e quella rossa e con (ovviamente) un passato oscuro, che la aiuterà nel suo viaggio dal Kansas al Wyoming. Siamo nel 1890, la civilizzazione è praticamente completata e nel Wyoming infuriano le scaramucce tra proprietari di bestiame grandi e piccoli. Inutile quindi dire che il viaggio sarà costellato di pericoli ma anche di rivelazioni.
All’inizio potrebbe essere ostico seguire The English: la trama è quasi del tutto oscura, molto intrecciata, e i dialoghi criptici, a volte apparentemente insensati, più che aiutare a dipanare la matassa la ingrovigliano ancora di più. Solo nel corso degli episodi, di cui uno incentrato sulle vicende passate dei personaggi e su come iniziò la storia, la vicenda si chiarisce, sebbene molti elementi si incastreranno davvero solo con l’ultima puntata. Gli sceneggiatori hanno messo molta carne a fuoco, perché se da una parte ci sono le storie (i percorsi) di Cornelia e Eli, dall’altra ci sono le vicende degli altri personaggi (minori e non minori): strani e brutali furti di bestiame, assassinii e suicidi misteriosi, sciacalli che si fanno la guerra a suon di razzie, indiani che perdono famigliari, e mille altre cose che però, in un modo o nell’altro, convergeranno nella pista di Cornelia e Eli.
Secondo il mio parere, al netto della trama che di intuitivo ha ben poco, The English riesce a bilanciare molto bene le parti più d’azione con quelle di rivelazione dei personaggi, per i quali tra l’altro è stato fatto un lavoro egregio: il personaggio interpretato da una sempre maiuscola Emily Blunt non è per niente solo quello di una donna in cerca di vendetta, ma ha sotto uno strato zuppo di vicende e segreti, così come il personaggio di Eli Whipp non è solo quello di un indiano che disprezza i bianchi e cerca solo di raggiungere il Nebraska.
È superfluo aggiungere che l’intera sceneggiatura poggia sulle solite critiche alla politica americana sul trattamento degli indiani e su una quantità industriale di messaggi e simbolismi che francamente rinuncio già a priori a voler (cercare di) cogliere (perché francamente mi interessano meno di zero). Tuttavia c’è una spina nel fianco di questa vicenda che in fondo non ammette episodi positivi, o comunque non troppi: qui il West è rappresentato come una terra violentissima, brutale fino alle radici dell’erba, selvaggia nonostante la Frontiera fosse ormai scomparsa. Cornelia e Eli vedranno una quantità enorme di omicidi e torture, le piste sono frequentate da ladri, assassini, profittatori, soldati e cacciatori di scalpi, il sangue scorre a fiumi e ogni passo del cavallo può essere foriero di qualche disgrazia o incidente. Anche gli antagonisti si rivelano misera feccia.
Per il resto The English si becca un plauso generale: fotografia maestosa, tutto il telefilm contiene riprese delle sterminate praterie attraversate dai cavalli al galoppo, in una luce che credo i tecnici abbiano voluto più naturale possibile, rendendo il tutto con una impressionante nitidezza (parte della serie tv è stata girata in Spagna, ma non nelle classiche location degli spaghetti western, che sono l’opposto di ciò che cercava il regista e di quello che dovrebbero essere il Wyoming e il Nebraska). Anche scenografie e costumi sono curatissimi, le divise dei soldati, gli abiti, persino il paesucolo nel bel mezzo del nulla ha un fascino incredibile. Un piccolo dubbio mi viene soltanto dalle armi, in particolare da quelle utilizzate da Emily Blunt, ma non ne sono sicuro. Infine, applausi anche per la colonna sonora: fantastica, un sound da puro western modernizzato quel tanto che basta per essere originale e non una scopiazzatura, sebbene è impossibile che non rimandi a qualcosa di già sentito, ma è proprio questo il bello! Tra l’altro, non vorrei dire, ma in molti momenti (per esempio nella sigla e nella scena che conclude la caccia di Cornelia) le musiche mi hanno fatto venire in mente quelle del videogioco “Desperados” (il primo) che purtroppo sono sottovalutatissime ma in realtà hanno un sound western anche migliore di quello di molti film. Parentesi chiusa.
In generale, quindi, The English merita assolutamente la visione: ha anche il pregio di essere breve sia nel numero di episodi che nella durata di ciascuno di essi (50 minuti, poco più l’ultimo), anche se però necessita di una certa attenzione. È anche vero che alcune scene di dialoghi e di confronto (in primis quelle tra i due protagonisti) possono sembrare lunghe ed estenuanti (e lo sono) ma nel complesso sono bene amalgamate grazie a quel bilanciamento di cui vi parlavo prima.
Evviva finalmente il western, quello fatto bene, quello che non ha manie di grandezza (tipo quella cretinata di That Dirty Black Bag) ma che allo stesso tempo è grande, molto grande.
giovedì 8 dicembre 2022
"That dirty black bag": di quale ritorno dello spaghetti western stiamo parlando?
Le uniche cose positive di TDBB sono le scenografie, che riportano le macchine da presa nuovamente nei deserti dell’Almeria spagnola a riprendere quei luoghi che hanno fatto grande il western all’italiana, e, nonostante tutto, un certo ritmo che comunque permette di seguire piacevolmente gli otto episodi di questa prima stagione. Tuttavia, se c’è un’altra cosa in cui TDBB ha fallito completamente è quella dell’atmosfera: non basta girare in Almeria per considerare qualcosa un western all’italiana, perché le sensazioni che trasmettevano gli spaghetti western quelli veri non sono più replicabili e molto probabilmente non lo saranno mai.
L’aspetto vergognoso lo lascio per ultimo: una serie tv mezza italiana, pensata e scritta da italiani, con un cast internazionale, ma che non esce in Italia (almeno finora, a circa nove mesi dalla sua trasmissione nei paesi anglofoni), è veramente un’assurdità. Evidentemente “il rilancio dello spaghetti western” (che, ricordiamolo, è per il 90% e più italiano) è solo quando conviene.
giovedì 1 settembre 2022
"Black Wood": quando un horror è orrido
Black Wood fa senz'altro parte della cerchia delle ciofeche immonde, paragonabile - in una scala di valori - ad un film italiano. Chi avrà il coraggio di non prendere a calci il televisore dopo la mezz'ora di visione o è un coraggioso/masochista o semplicemente s'è addormentato.
Ma, direte voi, cos'è sto Black Wood? Black Wood è un terribile film western-horror che a modo suo vorrebbe raccontare la leggenda indiana del Wendigo mettendo insieme un'accozzaglia di personaggi (una banda di non si sa cosa, un'indiana, un altro tizio a caso) che per motivi vari (e spesso del tutto assenti, tipo non ho capito perchè l'indiana si trovasse lì) si trovano ad attraversare una foresta che si dice infestata da, appunto, un Wendigo, cioè un uomo-demone cannibale; inutile dire che il mostro li ucciderà barbaramente uno ad uno e bla bla bla.
A modo suo la storia ci sarebbe anche (una versione molto diversa della leggenda) ma è portata sullo schermo in modo talmente piatto, talmente monotono e talmente brutto da far scadere anche le cose buone (che comunque non ci sono). Vi svelo un trucco: per capire se un western fa(rà) schifo, guardate le scenografie urbane. Nel 99% dei casi (incluso questo film) saranno posticce, nel senso di strutture rozze e precarie chiaramente di realizzazione moderna e con un appeal e un'atmosfera mai così lontani dal western, tipiche insomma dei film a zero budget. Che infatti poi virano quasi subito (e per fortuna) su ambientazioni esterne. Non che nel caso di Black Wood la cosa cambi: il ritmo soporifero unito ad una suspense orrorifica ben oltre sotto lo zero affossano tutto. Ma proprio tutto. E non finisce mica qui: se quelle viste in Black Wood sono facce da western, io sono un indiano apache; e se quello degli attori è recitare, io sono Marlon Brando (l'unico che si salva è il protagonista principale, Bates Wilder, attore mai sentito prima, eppure ha fatto un buon numero di film tra i quali uno con Jennifer Lawrence): insomma, nulla da invidiare ai film italiani.
A completare la torta c'è infine la rappresentazione del Wendigo, che oltre ad essere totalmente avulsa dalla "realtà della leggenda" (o comunque dall'idea che un mostro dovrebbe fare paura, specie in un film horror) è pure patetica e stupida, ancor di più nel momento dello scontro finale (forse la cosa più cringe dell'universo).
C'è bisogno che aggiunga altro?
martedì 12 luglio 2022
"Ghost Town - La città maledetta" (1988) [recensione]
Scritta così la trama potrebbe essere interessante, il problema è che messa su pellicola diventa involontariamente comica. A tratti curioso, ad altri (più numerosi) noioso, Ghost Town vagheggia egli stesso nel limbo tra un B-movie guardabile e una ciofeca indefinibile, propendendo decisamente verso quest’ultima, affossato da una certa lentezza nel dipanarsi della storia, che resta costellata da situazioni da “mah” pur trattandosi di un horror. Il cattivo, poi, spicca tra tutti per essere uno zombi in mezzo a tutti gli abitanti del paese che invece sono “normali” fantasmi! Infine, c’è il “piccolo” dettaglio del trucco per uccidere i “fantasmi” cattivi, introdotto così male e così posticciamente che risulta essere l’unico appiglio per far andare avanti il film (nonché fa rischiare inutilmente la vita al vicesceriffo).
Veniamo alle pochissime cose positive: a mani basse vince l’ambientazione, forse la più bella e affascinante città fantasma del West che si sia mai vista persino nei western (devo ancora capire di quale set si tratta, se Old Tucson o un altro…), ben ripresa anche negli interni. Anche le scene prettamente western sono molto buone e in generale interessanti le sparatorie e le parti più movimentate (al netto dei revolver che sparano all’infinito e che si ricordano di scaricarsi solo quando serve per motivi di sceneggiatura) e, stranamente, anche gli effetti speciali sembrano di ottima fattura. Infine, il diamante in mezzo alla sabbia, il chioschetto di acqua e bibite in mezzo all’arido deserto: Laura Schaefer, attrice con soli tre filmetti all’attivo, che d’improvviso sbuca dal nulla per lasciare lo spettatore completamente stupefatto e a bocca aperta, fulminato da una bellezza fuori da ogni logica.
giovedì 7 luglio 2022
"Terror on the Prairie" (2022), ossia il western involontariamente ridicomico
Sostanzialmente non c'è molto da dire. Già l'esile soggetto (donna assediata da banditi ex confederati in cerca di vendetta contro il marito) potrebbe stare bene a malapena in un cortometraggio: figuriamoci quindi cosa diventa sviluppato in un film di quasi due ore. Ma è proprio la sceneggiatura ad essere fuori da qualsiasi logica: dei personaggi si mostra una cosa e la si lascia lì (il bambino sa sparare, la madre è depressa), i cattivi sono una macchietta, i buoni sono stupidi, scelte totalmente illogiche dei personaggi infarciscono il film e lo rendono ridicolo. La cosa peggiore, che si presenta costante per tutto il film, è proprio quest'ultima: la protagonista, in una situazione in cui la logica e il buonsenso diventano istintivi e non devi stare a cercarli, fa tutto l'opposto, e per tutto il film si trova i nemici chiari e nitidi davanti alla canna del fucile ma non spara MAI (se non una volta sola). Automaticamente le scene diventano patetiche: gente che si muove al rallentatore, tutti sotto il tiro di tutti, e nessuno (NESSUNO) che spara (dando così il tempo, cioè un'eternità, all'avversario di mettersi al riparo) o che colpisca il nemico; case date accidentalmente a fuoco nel tentativo di mandare una segnalazione d'aiuto; e via di questo tenore. Nemmeno nelle Comiche, insomma. Proprio come la scena del marito che di botto, così senza senso, arriva a cavallo nel punto dove viene tenuta prigioniera la moglie e si butta dall'alto sopra uno degli aguzzini così da venire catturato come il pollo che effettivamente è. La scena dell'inseguimento al fiume, poi, farebbe invidia agli sketch di Stanlio e Ollio.
Vabbè, lasciamo perdere che è meglio. Ma la protagonista due parole le merita: Gina Carano è una ex lottatrice di arti marziali, forse la più famosa al mondo tra le donne. Ecco, cosa ci azzecca con il western una donna con le spalle larghe tre metri nel ruolo di una pioniera rincoglionita? Certo, come da prassi da pioniera depressa da quella vita diventa in una notte una pistolera giustiziera (senza nessuna giustificazione, se non che da bambina viveva a St. Louis) ma è chiaramente l'antitesi del western. È cosi avulsa dal genere e intrappolata nel suo stesso personaggio di attrice (ha interpretato numerosi film d'azione come tipa d'acciaio) che nella scena finale salta come un grillo pure con un proiettile in pancia (manco una ferita di striscio)!
Ma c'è qualcosa che si salva in questo film? Fotografia, paesaggi, armi e costumi fanno una buona impressione, ma anche se si è appassionati di queste cose (come me) non si possono passare due ore solo a guardare quel fucile Henry o come viene usato quello Sharps o contare i colpi di un revolver o notare le fondine, i cappelli, le camicie...
mercoledì 22 giugno 2022
Il giorno dei lunghi fucili (The Hunting Party, 1971)
Il film sembra partire deciso ma senza particolari strombazzamenti però alla lunga finisce per diventare quasi intollerabile per l'estrema dilatazione dei tempi e dei raccordi tra le scene, imbalsamato nelle sue quasi due ore di durata. In sostanza tutta la pellicola si riduce a scene di sparatorie d'enorme violenza dove Brendt e i suoi bersagliano la banda di Frank da lontano, sterminando i fuggiaschi uno per uno, finchè questi non riescono a sganciarsi per ricominciare l'inseguimento fino al prossimo punto di sosta.
Più che l'interesse per la storia tra Frank e Melissa, il cui punto decisamente a favore è che non cade mai nel melodramma, ciò che si nota di più ne Il giorno dei lunghi fucili è il fatalismo e soprattutto la violenza, mutuata (insieme alle location delle riprese) dagli spaghetti western che in quegli anni (1971) hanno gli ultimi sussulti a cui si sovrappongono le prime parodie che costituiscono il tramonto del genere. Il fatalismo e la violenza del film, diretto da Don Medford, regista esclusivamente televisivo (solo 3 film per il cinema girati), sono ben evidenti non solo dalle uccisioni e dal carattere di Brandt, che risulta ben peggiore dei fuorilegge a cui dà la caccia, ma dal modo in cui le persone muoiono, con la loro sofferenza sempre in primo piano, e dall'amarissimo finale, che forse è una delle poche cose che funzionano nel film.
La storia d'amore, così leggera com'è e su cui dovrebbe ruotare la vicenda dell'intero film, funziona molto bene così come il finale, che effettivamente è la conclusione più coerente rispetto a tutto quello che succede: il film sarebbe dovuto durare una mezz'ora di meno per poter essere più incisivo e soprattutto meno noioso.
sabato 18 giugno 2022
L'ora della furia (Firecreek, 1968)
In alcune scene fa anche capolino il tipico bigottismo religioso americano ma anche il rifiuto del passato e la vigliaccheria (o la paura?) di chi non è capace di reagire non solo a favore di un innocente umiliato ma neanche verso se stessi.
L'ora della furia non è una vicenda alla Northfield o Coffeyville, dove gli abitanti si ribellarono rispettivamente alla banda di Jesse James e a quella dei Dalton prendendoli a fucilate, ma è il climax solo di pochissimi abitanti di Firecreek capaci di un serio esame di coscienza e di rispondere alla chiamata del proprio rispetto.
Un film dai tempi dilatati, poco ritmato e abbastanza statico, con alcuni punti dove sembra che la violenza debba scoppiare e invece poi no e la trama è sottilissima, e dove Fonda è purtroppo relegato ad un ruolo che si voleva carismatico ma che poi si rivela un fuoco di paglia e comunque molto poco sfruttato, a differenza di un James Stewart sempre sulla scena e dove il ruolo di pacifico agricoltore (non porta mai la pistola) gli si confà molto di più rispetto a quello di pistolero, bandito o personaggio d'azione in generale, e infatti è proprio lui la faccia "pacifista" e pulita del western americano dagli anni 50 ai 70.
Concludono il cast la bellissima e biondissima ex modella Brooke Bundy (qui al suo primo film) e l'altrettanto bionda, ma un po' sbiadita e più vecchia dei suoi 34 anni, Inger Stevens, che purtroppo si suicidò due anni dopo.
venerdì 20 maggio 2022
West da ridere: la terza stagione di "Miracle Workers" [recensione]
Non ho visto le precedenti due stagioni, che comunque, a quanto ho capito, sono tutte diverse tra di loro, ma devo ammettere che questa che sto recensendo è un vero gioiellino. Lasciando da parte una notevole approssimazione storica e ambientale (ma del resto non vuole essere questo il punto forte), tutte le 10 puntate si snodano in un interminabile flusso di cretinate (nel senso buono), battute, episodi fuori da ogni logica, incontri demenziali e chissà cos'altro! Di sicuro gli sceneggiatori si son divertiti ad includere una gag dietro l'altra: alcune un po' banalotte e forse superate, altre divertentissime e ben amalgamate nel contesto della storia (che fondamentalmente non c'è) e dei personaggi. Tuttavia, uno dei punti forti è l'inclusione di molte scene volutamente anacronistiche, con cui gli sceneggiatori lanciano frecciatine al mondo di oggi, in particolare quello dei social (per esempio, in uno dei primi episodi c'è una specie di coppia hippy che se ne va per il West a farsi veri e propri selfie per poi aggiungere "hashtag" e "taggami"), ma anche alla politica americana e al carattere patriottico.
Ovviamente i punti forti del telefilm sono i due protagonisti: il bandito e il reverendo. Chi influenza chi non è facile stabilirlo ma tra i due c'è un continuo scambio di personalità, che ovviamente si riflette di conseguenza sugli altri pionieri della carovana. In particolare, la coppia Aberdeen: Todd (Jon Bass), un riccone nullafacente e borioso, e Prudence (Geraldine Viswanathan), una ragazza vivace e avventurosa (nota a margine: ma quanto stracavolo è bella quest'attrice????), in piena crisi che sfocerà poi in certi eventi di cui non vi spoilero nulla.
Benny è un bandito volgare, cattivo e ironico, Ezechiele un predicatore ligio ma anche permissivo, e quindi c'è questo incontro/scontro molto divertente che ci accompagna per tutti i 10 episodi della stagione, facendoci fare grosse risate (Buscemi è una garanzia in questo tipo di ruoli), anche attraverso allusioni sessuali (ma mai volgari) che ormai al giorno d'oggi non mancano da nessuna parte.
Personalmente, mi sono divertito molto, per tutta una serie di motivi: innanzitutto non ci sono punti morti, forse anche grazie al fatto che ogni episodio dura 20 minuti, poi perchè ci sono molte divertentissime prese in giro un po' a tutto (alla religione in primis, ma anche al sesso, al matrimonio, all'amicizia, alla famiglia, all'onestà, ecc. ecc.) e un intelligente lavoro di "fusione" di simboli del mondo di oggi all'interno di un contesto storico per metterne in risalto più che altro la stupidità e l'insensatezza. È inutile, allo stesso tempo, aspettarsi o pretendere fedeltà storica, proprio in virtù di questi anacronismi. E, anche se può sembrare strano, non aspettatevi prese in giro o battute o rivisitazioni sui luoghi comuni del western, perchè non ne troverete se non forse una sparuta manciata.
Personalmente, non sono un fruitore di commedie, per cui non so quanto davvero di originale ci sia nella comicità di Miracle Workers, ma so che mi sono divertito molto, mi son fatto belle risate e goduto l'abilità (anche mimica e d'espressione) di Buscemi, la duttilità di Radcliffe (che non è solo Harry Potter), la divertente simpatia di Geraldine Viswanathan (chi non vorrebbe a fianco una ragazza così?), la buffoneria cialtrona di Jon Bass (forse l'unico personaggio che sotto sotto è davvero cattivo) e, pure, l'ironia di Karan Soni, il cacciatore di taglie omosessuale che dà ossessivamente la caccia a Benny.
mercoledì 8 dicembre 2021
"Il mio corpo vi seppellirà": una specie di western risorgimentale
Un
curioso western siculo-risorgimentale, sulla falsariga del solito
Tarantino, è uscito da poco [primi mesi del 2021] sulle piattaforme on demand. Tutto
totalmente italiano, quindi non proprio sinonimo di affidabilità, eppure
alla fine si rivela un prodotto quantomeno degno di visione.
In un
periodo in cui il cinema italiano sta cercando di riscoprire i generi
(all'opposto della insopportabile spocchiosità e presunzione del
mainstream, un vero e proprio flagello), questo IL MIO CORPO VI
SEPPELLIRA' effettivamente è quello che si fa notare con più prepotenza.
Nella Sicilia del 1860, quando Garibaldi sta combattendo contro i
Borboni per realizzare l'unità d'Italia, un gruppo di banditesse (le
Druide) alla macchia combatte per la sopravvivenza contro i cacciatori
di briganti, i piemontesi e gli ex borbonici passati al servizio di
Vittorio Emanuele.
Sebbene io odi associare il termine western a cose
che di western (nel senso più puro del termine: terre occidentali degli
Stati Uniti e del Canada tra il 1800 e il 1900 al più tardi + Messico
del Nord fino alla Rivoluzione messicana novecentesca) non hanno nemmeno
l'ombra, nel caso di questo film oserei dire che l'associazione è
abbastanza plausibile (ma in ogni caso, NON è un western) o comunque
meno tirata per i capelli. Perchè c'è un po' di tutto di quello che di
solito si trova in un western: Colt a tutto spiano (nota: anacronismo
becero quando si vogliono fare le cose del genere "perchè le fa
Tarantino", le Colt usate nel film sono le Peacemaker del 1873, ossia
nate 13 anni DOPO Garibaldi e i suoi Mille), carri da assaltare,
agguati, duelli, piste polverose, cavalcate, ma anche i paesaggi
selvaggi che sembrano effettivamente i canyon dell’Arizona e che sono
molto ben ripresi, specie quelli dai toni rossicci. Ma ci sono anche
parallelismi interessanti come l’esercito piemontese in luogo delle
giacche blu americane, i briganti come i banditi di frontiera (o anche
come gli indiani) costretti a nascondersi in luoghi inaccessibili, i
cacciatori di briganti come quelli di taglie, masserie come ranch, e
come sfondo una guerra di liberazione per sgomberare le terre dai
rivoltosi e far spazio ai nuovi arrivati e al “progresso”. Del resto si è
sempre detto che il Risorgimento, e in particolare il brigantaggio, è
il Far West italiano, ironia della sorte anche cronologicamente
coincidente con quello americano (mentre là si combatteva la guerra
civile nord-sud, qui sostanzialmente si faceva la stessa cosa; mentre là
si sterminavano gli indiani, qui si faceva lo stesso con i briganti; lo
stesso Colt inviò a Garibaldi un carico di revolver e fucili che
vennero apprezzati e di conseguenza integrati con un acquisto più
corposo: per dire che nel nostro Risorgimento di fu davvero qualcosa del
vero West!).
IL MIO CORPO VI SEPPELLIRA’ mostra tutto questo, mostra
la ferocia dell’esercito del Nord nella persona di un colonnello dal
forte accento piemontese, mostra la sconfitta del Sud nella persona di
un soldato borbonico passato al soldo del nemico, mostra il lato ribelle
nel gruppo di brigantesse che uccidono, assaltano e rapinano senza
fermarsi nemmeno davanti ad una ragazza incinta. E il resto lo mostra
nel vero senso del termine: non mancano infatti persone sgozzate,
frustate, torturate, con profusione di sangue e violenze di ogni tipo
che poco vengono lasciate all’immaginazione. Per questo si sta parlando
anche di pulp-western.
Su tutto questo c’è una buona regia e una
bellissima fotografia, specie negli esterni ben valorizzati, ma anche un
evidente importante lavoro su costumi e scenografie, mentre il
montaggio è zoppo (con alcuni punti morti e lentissimi), la
sceneggiatura con falle clamorose nei momenti in cui vorrebbe far ridere
e infine la classica recitazione all’italiana, ovvero meno che mediocre
(per incapacità spicca su tutte la ragazza incinta) sebbene meno peggio
di altri film (convincenti in particolare il colonnello sabaudo e il
soldato borbonico diventato poi cacciatore di taglie).
L’obiettivo
del film ovviamente, come già da qualche tempo accade, è centrato sulle
donne, per entrare in quel filone dell’action femminista dove ormai se
le donzelle non ammazzano quanto e più di un esercito sembra non si
possa più fare un film.
martedì 7 dicembre 2021
"The Harder They Fall": il western baraccone da circo
In questo western che ha la caratteristica principale di essere all black (cioè interamente interpretato e girato da uomini di colore) c'è una tale messe di cretinate che è impossibile seguirne la visione senza sbadigliare. Mi voglio soffermare un attimo sui dialoghi: io sono un tipo che odia a morte quando nei film (ma anche nella vita reale) i personaggi si danno un tono; qui c'è un'enorme profusione di frasi, battute e linee di dialogo da macho, quelle odiose sparate ad effetto per far vedere a tutti quanto si è fighi, toh, guardami quanto la so lunga sulla vita, sull'amore, su tutto. Oppure quelle battute che al tono aggiungono filosofia spicciola e invece sono solo arie da palloni gonfiati. Il brutto di tutto ciò è che la naturalezza dei discorsi va a farsi benedire perchè è tutto palesemente costruito (e quindi forzato) ad ottenere quella certa battuta macha, così l'unica cosa che si ottiene è un'aria di posticcio pesante come un carro armato.
Alla trama stantia, ai dialoghi insopportabili e ai personaggi "realmente esistiti ma calati in una storia inventata" (come recita più o meno il disclaimer a inizio film) ma che stanno tutti altamente sulle balle, si aggiunge la confezione: una scenografia perfetta per un baraccone circo quale effettivamente è il film: colori improbabili sparati a mille che prendono a cazzotti gli occhi dello spettatore spuntando soprattutto dagli edifici (le cittadine sembrano un arcobaleno) ma anche gli interni, come quelli dei saloon, affastellati di cose, luci e colori inconcepibili. Per non parlare poi del tocco di classe: la cittadina dei bianchi tutta dipinta di bianco! Dai su, facciamo i seri, per cortesia...
La caccia all'uomo del film, in mezzo alla quale si evolve la faida tra due bande di neri, una buona (guidata da Nat Love) e una cattiva (guidata da Rufus Buck, un Idris Elba sprecato in maniera vergognosa), finisce, come abbiamo detto, con una delle sparatorie più esagerate e ridicole del western, degna conclusione di un vero e proprio baraccone da circo.
giovedì 14 ottobre 2021
#flashreview -- Dead again in Tombstone (2017)
Certo
che Danny Trejo si è ridotto proprio male. Non che sia mai stato tutta
sta gran cosa, però aver fatto film cult l'ha aiutato. Qui invece siamo
alla deriva più totale. DEAD AGAIN IN TOMBSTONE è il sequel di DEAD IN
TOMBSTONE, con Trejo che viene reso immortale dal demonio in persona
purchè fornisca all'inferno la manodopera. Se il primo film era
simpatico (da quel poco che mi ricordo), questo è una catastrofe.
Personaggi deficienti, con motivazioni così ridicole - pure per un film
horror - che veramente ci si chiede chi mai abbia potuto scrivere una
sceneggiatura simile senza essere totalmente imbecille. Stereotipi a
pioggia, azioni dei personaggi stupidissime, legnosità nelle scene corpo
a corpo e nella recitazione, CGI traballante... e trama così assurda,
ma proprio ASSURDA, che non so nemmeno cosa scrivere. E consideriamo che
il film è un horror, quindi la trama dovrebbe poter essere stupida ma
almeno un minimo verosimile, mentre qui siamo proprio dalle parti
dell'idiozia più totale. Per non parlare dei personaggi, che hanno
motivazioni di cui non te ne può fregare di meno e più sottili
dell'aria. La suspense è inesistente, sostituita da un fastidio diffuso e
persistente, reso insopportabile dalla lentezza.
Si salvano
ambientazione e atmosfera dark, per il resto buio senza spiragli. Un
film di serie Z a voler essere buoni, non vale nemmeno per una serata
veloce davanti alla tv.
E la domanda sorge spontanea: perchè
traducono schifezze simili e poi lasciano fuori cose più interessanti? Mistero.
sabato 25 settembre 2021
Western prossimamente al cinema
(11 novembre 2016)
Senza dubbio pure negli Stati Uniti ultimamente il western langue un po’, ma è altrettanto vero che continua a resistere e a non mollare l’osso. Quindi anche quest’anno [2015], o il prossimo, probabilmente vedremo qualche buona cosa. Proviamo a fare il punto sui film annunciati, in produzione o comunque in arrivo nel prossimo futuro.
Nota. Viste le possibilità che possano uscire fuori nuove news di nuovi western in studio o in lavorazione o anche dettagli su film già nell’elenco, ho deciso di tenere aggiornato quest’articolo. In caso di nuovi titoli, questi verranno aggiunti in cima all’elenco, mentre foto, dettagli aggiuntivi e trailer si accoderanno alle rispettive voci. Ogni aggiunta verrà segnalata aggiornando la data del post (così che rimanga in cima alla pagina a ogni modifica) e inserendo un riferimento in rosso (AGGIORNAMENTO).
AGGIORNAMENTO 25 SETTEMBRE 2021 ---> Aggiunte 7 nuove schede film + 1 aggiornamento.
The Last Son. Padre contro figlio, entrambi assassini, in questo western previsto per l'autunno-inverno 2021. Thomas Jane, nei panni di un ufficiale dell'esercito, darà la caccia ai due tagliagole.
Apache Junction. Ancora un western con Thomas Jane (in un ruolo secondario). Una giornalista dell'Est arriva ad Apache Junction, una cittadina di rapinatori e fuorilegge, ed è presa di mira dagli abitanti. Ad aiutarla ci sarà un pistolero misterioso. Poca attrattiva a giudicare dal trailer, più che altro sembra un B-movie. Vedremo.
Murder at Emigrant Gulch. Terzo western con Thomas Jane. Misteriose morti di minatori in una cittadina del Montana. Nessun trailer finora, l'uscita è prevista per l'inverno ma anche questo dà l'impressione di un B-movie. Nel cast anche Anna Camp, al suo primo western.
The Old Way. Il primo western di Nicolas Cage (una storia di vendetta) di cui abbiamo già parlato.
Old Henry. Questo film, già uscito al festival del cinema di Venezia, è già stato positivamente recensito dalla critica. Henry (Tim Blake Nelson) vive in una fattoria con il figlio e dà aiuto ad uno straniero che porta con sè un mucchio di soldi. Quando una posse arriva alla ricerca di quest'ultimo, Henry dovrà decidere se fidarsi dello straniero o dei suoi inseguitori. Il trailer dà un chiaro esempio del perchè delle critiche positive, sebbene non è mai buona cosa avere alte aspettative di un film vedendone solo il trailer. Tuttavia Nelson sembra davvero in parte e insomma c'è ottimismo nell'attesa di vederlo anche da noi. Uscita prevista per l'autunno.
Butcher's Crossing. Il film tratto dall'omonimo romanzo di John Williams e già da anni in sviluppo ha il suo attore principale: Nicolas Cage. Nessuna data di uscita prevista.
Doc. Ancora una riproposizione cinematografica della sparatoria all'OK Corral ma dal punto di vista di Doc Holliday, qui interpretato da Jeremy Renner. Film in sviluppo e senza una data d'uscita, nemmeno indicativa.
Far Bright Star. Storia (tratta dal romanzo omonimo di Robert Olmstead) di un gruppo di soldati a cavallo che nel 1916 passano in Messico per dare la caccia a Pancho Villa, ma dovranno affrontare agguati e il deserto. Casey Affleck alla regia e Joaquin Phoenix nel cast.
Wraiths of the Broken Land. Il romanzo western di S. Craig Zahler (anche regista di Bone Tomahawk) diventerà un film diretto da Ridley Scott (al suo primo western). Un gruppo di uomini sconfinerà in Messico per salvare le proprie sorelle, rapite e costrette a prostituirsi. I lavori di Zahler sono sempre molto violenti, quindi dovrebbe venire fuori un film cupo e realistico. Il cast è per adesso sconosciuto, anche perchè il film è ancora in sviluppo.
The Harder They Fall. Scrive Manuel Bellicchi: "la notizia di un nuovo western in cantiere. All black [...]. Qui ci sono Wesley Snipes e Michael K. Williams ("Boardwalk Empire"): Oklahoma, tardo '800, una gang di fuorilegge di colore ha una missione: uccidere Snipes, a capo di una banda di sanguinari assassini. Dirige il tutto (da un proprio script) il musicista Jeymes Samuel. Il titolo è The Harder They Fall, che copia quello originale di un bel film sulla boxe con Humphrey Bogart del 1956, Il colosso d'argilla. In tutto questo, c'è anche una buona notizia: la presenza nel cast della bella Rosario Dawson".
Aggiornamento: il film è previsto per l'inverno 2021 e nel frattempo ha cambiato gli attori: Idris Elba (al suo primo western) e Zazie Beetz. Trailer disponibile.
Cut Throats Nine. Remake dello spaghetti-western spagnolo omonimo del 1972 (conosciuto anche col titolo Condenados a vivir e, inspiegabilmente, mai uscito in Italia). La storia è quella di un sergente di cavalleria che, insieme alla figlia, deve scortare nove fuorilegge attraverso impervi territori; ovviamente il compito dell'ufficiale è quello di tenere la figlia al sicuro e portare i banditi a destinazione, ma anche di trovare l'assassino di sua moglie, che è uno dei nove banditi. Anche qui tutto immobile riguardo il cast, ma si parla(va) di Harvey Keitel e Madds Mikkelsen, con Rudrigo Gudino alla regia. L'originale è famoso per essere un cross-over con l'horror, dove non mancano sbudellamenti, smembramenti e sangue a secchiate, e sembra che i produttori vogliano mantenere intatta questa caratteristica anche nel remake.
Boone's Lick. Un western di cui si parla da circa dieci anni, sarebbe l'adattamento dell'omonimo romanzo di Larry McMurtry, in cui una donna parte da Boone's Lick (Missouri) insieme alla figlia e al cognato, per raggiungere Fort Phil Kearny (Wyoming) dove vive e lavora suo marito. Durante il viaggio il cognato si innamora della donna. Al momento tutto è rimasto al cast originario, con Barry Levinson alla regia e Julianne Moore e Tom Hanks nel ruolo dei protagonisti. Con tutta probabilità, se mai il film si farà non saranno questi gli attori e il regista, però per adesso sul film c'è il buio più totale.
Empire of the Summer Moon. Film sui Comanche diretto da Derek Cianfrance e preso dal saggio omonimo di S.C. Gwynne (uscito recentemente sugli Oscar Storia mondadoriani). Null'altro si sa, se non che era stato in precedenza opzionato da Ridley Scott.
Black Belle. Notizia recentissima riportata quasi in pompa magna anche dai siti di cinema italiani, perchè la protagonista sarà Zoe Kravitz, figlia del cantante Lenny (appena vista al cinema con Mad Max: Fury Road). In questo western ambientato dopo la Guerra Civile, Zoe sarà una cacciatrice di taglie alla ricerca dell'assassino di sua madre, ma tutto cambierà quando scoprirà chi è davvero l'omicida... Scritto da Tasha Huo e diretto da Shana Betz, per ora non si sa la data di uscita, ma le riprese dovrebbero cominciare a settembre 2015.
Blood Meridian (Meridiano di sangue). Il film tratto dall'omonimo romanzo di Cormac McCarthy vive nel limbo già da molti anni. Opzionato un paio di decenni fa da Tommy Lee Jones, che ne scrisse un primo adattamento sulla fiducia dello stesso McCarthy, il film non ha mai visto una vera e propria produzione, restando sempre "in sviluppo", definizione che significa tutto e niente. Qualche anno fa si seppe che la regia era passata a Ridley Scott, che aveva detto di voler mantenere su schermo tutta la violenza originale del romanzo, poi il testimone è passato a Todd Field e infine, negli ultimi cinque anni, il progetto è stato ripreso da James Franco: ma sempre senza fare un passo concreto. L'unica cosa che finora Franco è riuscito a fare è stato girare, qualche anno fa, una sorta di test tecnico di mezz'ora con Scott Glenn, Luke Perry e Mark Pellegrino, ma il produttore Scott Rudin (che detiene i diritti sul romanzo) l'ha rifiutato e ha così bloccato, per l'ennesima volta, la produzione. A tutt'oggi del film non si sa nulla. Evidentemente la bassa "filmabilità" del romanzo, unita alla difficoltà di trovare qualcuno che per stile si avvicini il più possibile all'opera di McCarthy, rende questo film un eterno incompiuto.
Purgatory. Un western-horror dove uno sceriffo si unirà a un cacciatore di vampiri per difendere una cittadina del New Mexico da un’orda di zombie. Sarà diretto da Mary Lambert e nel cast ci saranno Vincent D’Onofrio ed Elizabeth Hurley (inedita in un western). Attualmente il film è in fase di scrittura.
Boone. Nulla si sa di questo western. Dalla tagline, The True Story of America’s Original Serial Killer, posso presumere trattarsi del biopic di Boone Helm, un assassino e cannibale che infestò il West nella prima metà dell’Ottocento.
Unbound Captives. “Dopo l’assassinio del marito e il rapimento dei figli da parte di un gruppo di guerrieri Comanche, una donna coraggiosa parte alla ricerca dei suoi ragazzi, aiutata, nella missione suicida, da un aitante cowboy”. E’ la trama di questo travagliato, sfortunato western. Da anni in studio, mai annunciato e mai entrato in produzione, questo film viaggia nel limbo degli indecisi. Dovrebbe essere il debutto alla regia di Madeline Stowe (che ha sempre detto di avere un debole per i western) e, soprattutto, doveva essere il debutto nel western per Hugh Jackman. Purtroppo però l’attore australiano ha dovuto tirarsene fuori, sia perchè era stufo di aspettare sia per un problema di disponibilità dovuto alle riprese di altri suoi film. Le voci sul cast parlano anche di Rachel Weisz e Robert Pattinson. Chissà se questo western lo vedremo mai...
A Magnificent Death from a Shattered Hand. E’ il progetto western del grande Thomas Jane. Già annunciato da un paio d’anni, tratterà la vicenda di un ex soldato che verrà inseguito senza pietà per aver stuprato e ucciso una donna “perbene”. Durante la fuga incontrerà indiani e donne di malaffare e tenterà di cambiare vita e nascondere il perchè della sua fuga e della sua caccia. Diretto, co-sceneggiato e interpretato dallo stesso Jane, il cast prevede anche Jeremy Irons e Nick Nolte, ma non si sa ancora nulla riguardo la data di uscita.
FILM GIA' USCITI
Woman Walks Ahead. La storia (vera) di Catherine Weldon,
che nel 1889 partì dall'Est per andare in Dakota ad aiutare Toro Seduto
contro i soprusi del governo americano che voleva togliere le terre agli
indiani. Nel ruolo della protagonista ci sarà Jessica Chastain, alla
regia Susanna White.
Damsel. Gli attori che dovevano essere protagonisti di Brimstone, cioè Robert Pattinson e Mia
Wasikowska (che han dovuto poi abbandonare il progetto), hanno avuto
nuovamente l'occasione di calarsi in un western, appunto Damsel. Si sa
poco, imdb lo porta come in post-produzione (uscita 2017) e la plot line
parla di una commedia western dove Pattinson si reca sulle montagne per
ritrovare la fidanzata.
Godless [Serie tv]. Serie tv distribuita da Netflix e
prodotta da Steven Soderbergh, diretta da Scott Frank. Sarà un western
ambientato in una cittadina mineraria del New Mexico. Nel cast Jeff
Bridges. In arrivo nel 2017.
The Son [Serie tv]. Riproposizione in forma di serie tv
del romanzo omonimo di Philipp Meyer (da noi pubblicato da Einaudi), che
ripercorre la storia di una famiglia texana tra il 1800 e il 1900. Uno
dei personaggi principali sarà interpretato da Pierce Brosnan.
The Beguiled. Sofia Coppola dirigerà il remake di quello che in italiano è uscito, nel 1971, col titolo di La notte brava del soldato Jonathan.
Nell'originale il soldato protagonista (che si ritrova ferito sotto le
cure di un gruppo di donne) è Clint Eastwood ma in questa nuova versione
non si sa ancora chi ne prenderà l'eredità. Si sa però qualcosa sul
cast femminile: Kirsten Dunst, Nicole Kidman ed Elle Fanning.
The Sisters Brothers (Arrivano i Sister). Da questo romanzo di Patrick DeWitt (in Italia tradotto da Fazi con il titolo Arrivano i Sister) Jacques Audiard trarrà il suo primo film in lingua inglese, con l'attore americano John C. Reilly nel ruolo di uno dei protagonisti. È la picaresca storia dei fratelli Sister che, nella California della corsa all'oro, danno la caccia a un ladro che ha rubato al loro boss. (grazie a Manuel Bellicchi per la segnalazione)
The Kid. Vincent D'Onofrio dirigerà questo western che non sarà un biopic di Billy the Kid ma che invece dovrebbe semplicemente coinvolgere il Kid e Pat Garrett all'interno della storia di un ragazzo che vorrebbe salvare la sorella dalla prostituzione in cui l'ha costretta lo zio, che si è anche macchiato dell'omicidio del padre. Nel cast lo stesso D'Onofrio, James Franco e Ethan Hawke (che evidentemente ci ha preso gusto col western). (grazie a Manuel Bellicchi per la segnalazione)
venerdì 12 febbraio 2021
"Notizie dal mondo", tra romanzo e film
C’è riuscito nel migliore dei modi? Beh, sfortunatamente no. Perché Notizie dal mondo è un western riuscito per un quarto. A differenza del romanzo (da noi pubblicato il mese scorso da Neri Pozza, come segnalato), che pur non essendo un western classico (o forse proprio per questo, accantonando sparatorie e violenze) riesce comunque magnificamente a raccontare la storia di una ragazzina sospesa tra due mondi, il film non brilla né di luce propria, né di luce riflessa. Ci sta benissimo il fatto di cambiare qualcosa rispetto al romanzo (molte sono le differenze tra quello che succede nel libro e quello che succede nel film, ma anche come succede) ma è vero che la natura più introspettiva e psicologica del libro è molto difficile da mostrare visivamente. Infatti Notizie dal mondo non ci riesce. Per nulla. Si rivela essere un film lentissimo, con una sola scena d’azione “vera” (dove Tom Hanks, tra l’altro, da personaggio western se la cava in modo eccellente), ma fallisce nell’intenzione di esprimere i sentimenti della bambina tedesca, che dopo sei anni di prigionia tra i Kiowa deve essere riportata dai suoi parenti. Nel romanzo invece c’è tutta la dinamica tra lei e il capitano Kidd (Tom Hanks) intrecciata con la storia del Texas d’inizio anni Settanta, in preda al cannibalismo della Ricostruzione post guerra civile. Cosa, quest’ultima, che anche nel film viene a mancare, o forse dovrei dire viene trattata in modo meno che superficiale.
Nonostante il film duri due ore, dunque, Greenberg (il regista) non trova il tempo né di approfondire ciò che prova la ragazzina, né di mostrare il legame che si viene a creare tra lei e il suo salvatore, né, ancor meno, contestualizzare storicamente tutto questo. Nel romanzo, all’opposto, l’autrice Paulette Jiles fa un gran lavoro di scavo nella psicologia dei due personaggi, sicuramente aiutata da certe scene e situazioni appositamente create per risaltare le dinamiche “interne”, scene che nel film o mancano o non sono sfruttate a dovere. Persino la scena finale, che dovrebbe avere un impatto fortissimo dal punto di vista emozionale, è di una piattezza e pallore incredibili, più da sbadiglio che da lacrime o commozione.
Non aspettatevi dunque un western classico. Come il romanzo è più un romanzo storico ambientato nel West, il film potrebbe essere un melodramma ambientato nel West. Gli attori fanno la loro porca figura (meno il doppiaggio della bambina), la biondissima Helena Zengel (credo qui al suo primo film americano), pur non aiutata dalla sceneggiatura, se la cava benissimo come prigioniera dei Kiowa prima e dell’ambiente bianco che non sente più suo dopo, mentre Tom Hanks, pur riconoscendogli da sempre una fazza non adatta al western, da grandissimo attore qual è ha saputo rendere in maniera perfetta il suo personaggio. Il capitano Kidd, che legge le notizie dei giornali spostandosi di villaggio in villaggio nel Texas settentrionale, è un uomo sensibile e roso dai ricordi di guerra e da qualcos’altro che si scoprirà solo alla fine (nel romanzo invece viene detto subito), non è certo un uomo d’azione ma se occorre sa come fare. Per il resto c’è poco altro da dire pure sul resto dei personaggi, visto che per la gran parte del film la telecamera è centrata su Johanna e Kidd intenti a cercare di capirsi e a non fare nient’altro.
Belli invece, anzi bellissimi, gli scenari e l’ambientazione, molto ben resa: i villaggi dove il capitano si ferma a leggere, le praterie erbose e aride, le colline rocciose, i fiumi, le carovane e le fattorie abbandonate… Oltre a questo, però, c’è poco altro.
















