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sabato 30 novembre 2024

"In viaggio con Tex" di Aurelio Sangiorgio [recensione]

Ci ho impiegato esattamente diciott’anni per procurarmi questo libretto, che mi risultava introvabile non solo negli store librari online ma persino nei canali (virtuali e non) dell’usato. E solo una settimana fa sono riuscito fortunosamente a trovarne una copia, il che mi ha fatto sentire come un archeologo che abbia trovato una vecchia ciotola di terracotta nel mezzo del deserto.
L’autore, Aurelio Sangiorgio (che successivamente ha scritto anche un Atlante di Tex, un libro dal titolo fuorviante perché in realtà è un dizionario con tutte le cose che riguardano il ranger e il suo mondo, e che anche questo non sono mai riuscito a procurarmi), in pratica butta giù una specie di guida turistica ai luoghi visitati o percorsi da Tex nel corso dei suoi primi 400 numeri (il libro è del gennaio 1998), aiutato dal fatto di aver battuto egli stesso quelle piste. Dal Messico azteco all’Alaska della corsa all’oro e finanche con puntate più a est come a New Orleans e a Washington, Sangiorgio fa un vero e proprio excursus, studiando le storie e le descrizioni, spesso involontariamente confuse ma altrettanto spesso volutamente depistanti, che Gian Luigi Bonelli lasciava cadere nelle vignette, descrivendo un ideale itinerario ai luoghi di Tex, con tanto di sezioni intitolate “Appunti per il turista” e descrizioni delle strade (statali, interstatali, ecc.) migliori per raggiungerle (e ormai sicuramente datate, visto che son passati venticinque anni). In tutto questo discorso che Sangiorgio fa, si intersecano le trame delle storie di Tex e leggeri accenni alla storia del West e ai suoi personaggi, specie quelli incontrati dai pard, nonché alcune congetture sull’anno di nascita esatto di Tex. E quindi pagina dopo pagina scorrono gli affascinanti nomi – che noi lettori di Tex ormai conosciamo a memoria – di Kayenta, Tucson, Flagstaff, Phoenix, El Paso, Nogales, Chihuahua, Virginia City, San Francisco, Apache Pass e tantissimi altri (gran parte del focus lo occupa l’Arizona). Inoltre, Sangiorgio si spinge a trovare certi luoghi non segnati sulle cartine basandosi sui punti di partenza e sui tempi di viaggio dei pard (altri dati forniti da GLB nelle storie) e presumendo che il buon Bonelli abbia forse scambiato una cittadina per un’altra cambiandone il nome oppure creandola di sana pianta in un luogo dove in realtà c’è solo deserto.
Il libro è chiaramente scritto con grande passione – inoltre si avvale dell’introduzione di Sergio Bonelli, roba mica da poco – e impegno, anche se è troppo breve (poco meno di 120 pagine, esclusa una postfazione di Bruno Pianta) e il numero di storie prese in esame è purtroppo molto stretto, sebbene comprensibile visto che l’autore ha voluto passare di persona per ogni punto descritto nella sua mappa (con tanto di deviazioni). Il difetto più grande del libro, tuttavia, sono le illustrazioni: pessime nelle mappe e nelle cartine (minuscole, sgranate tanto da renderle illeggibili, troppo circoscritte e troppo moderne: se volevano essere un aiuto per il turista, si sono rivelate del tutto inutili), appena meglio nelle fotografie ma sempre meno che accettabili.
In sostanza In viaggio con Tex è un bel libretto, curioso, senz’altro unico, scritto benissimo, discorsivo e che si legge in poche ore e che fa immergere il lettore nel mondo geografico reale di Tex Willer e dei suoi soci.

PS. Questa è una di due recensioni di questo libro presenti online: l’altra, molto succinta, è di Moreno Burattini che l’ha pubblicata sul suo blog Utili sputi di riflessione.

Dati del libro
In viaggio con Tex. La geografia del Far West in cinquant’anni di avventure del più famoso personaggio del fumetto italiano è edito da Il Minotauro nella collana Gli Argonauti, pubblicato nel 1998, 132 pagine totali, formato 13,5 x 20 cm, ISBN 9788880730415.

martedì 30 gennaio 2024

"Tu sei vendetta": romanzo western-horror di Stefano Rossi

L’altro giorno, cercando nuovi romanzi o racconti western-horror, mi sono imbattuto in questo libretto molto carino, recentemente scritto e pubblicato da un italiano: Tu sei vendetta. Preso al volo anche grazie al prezzo popolarissimo (appena 10 euro), si è rivelato una lettura piacevolissima e ricca di divertimento, il che non è mai scontato per un lavoro di questo sottogenere così bistrattato.
La trama lineare e semplice è quella di un bandito, Will Wydel, e la sua banda, che vogliono cercare la salvezza in Messico mentre un marshal federale, Ben Dagget, gli dà una caccia che definire spietata è poco. Ed è così che nasce e si sviluppa un inseguimento che per la prima metà del romanzo è un western puro e solo quando la banda Wydel arriva quasi in Messico tutto si trasforma in un vero e proprio inferno aprendo il portone (del forte) all’horror a piene mani!
L’autore, Stefano Rossi (che fa parte di un gruppo chiamato gli scapestrati), scrive benissimo e sa rievocare molto bene l’atmosfera del West (sebbene con almeno un paio di errori da matita blu) ma non del West “normale” bensì di una frontiera spietatissima, feroce, violenta ben oltre lo splatter, con personaggi totalmente cattivi (difficile trovare sfumature anche soltanto grigie, nemmeno tra quelli che dovrebbero essere i “buoni”) e una continua propensione al movimento e all’azione spettacolare, con anche l’aggiunta di un po’ di magia nera quando si arriva alla parte più prettamente horror. Sembra che la visione western di Rossi sia molto vicina a quella di Luca Barbieri, quindi sicuramente il suo è un West dark, nerissimo, e poi a parte arriva l’horror, ma la base del suo western “classico” è quella più tendente ad uno spietato realismo, senza poetica alcuna, un’atmosfera dove tutto, non solo il cielo, è plumbeo. E quindi il sangue scorre e piove (letteralmente), le torture sono all’ordine della pagina, mutilazioni, teste che esplodono, impiccati che non muoiono fanno capolino spesso e volentieri. Insomma, un West durissimo, che tra l’altro si giova di una scrittura evocativa ma non (come accade nel 99% degli scrittori italiani) inutilmente barocca.
Sono davvero felicissimo di aver scoperto questo piccolo romanzo e di essermelo goduto proprio come ci si gode un ottimo B-movie (a differenza di tanti, io non uso “B-movie” in senso dispregiativo, anzi…). Sono felice perché nel mare del nulla di questo genere (perlomeno in italiano) Tu sei vendetta trova legittimamente e meritatamente il suo posto.

Dove trovarlo: Tu sei vendetta si trova solo cartaceo e solo su Amazon.

domenica 15 maggio 2022

"Il cinema western e non di "Bloody" Sam Peckinpah" di Stefano Jacurti [recensione]

Come anticipato dalla segnalazione di qualche giorno fa, presto uscirà in libreria il nuovo libro di Stefano Jacurti, che stavolta dalla storia e dalla narrativa si sposta al cinema e ci regala un lavoro tutto dedicato al regista Sam Peckinpah e ai suoi film.
Io, grazie all'autore, ho avuto l'onore e la fortuna di poter leggere il libro in "anteprima" e, come sempre finora mi è capitato, è stata una lettura affascinante ma soprattutto ricca di aneddoti, in particolare sulle gesta di Peckinpah, uno dei registi americani più discussi di sempre.
Il libro di Stefano è, in sostanza, una specie di catalogo dei film di Bloody Sam, insieme ad un profilo della sua vita e della sua personalità e un succinto occhio ai lavori "minori" come le regie e le sceneggiature di telefilm e le apparizioni in altri film.
Il corpus principale di Il cinema western e non di "Bloody" Sam Peckinpah è la parte centrale tutta dedicata ai quattordici film del regista, dove per ognuno Stefano presenta dati di produzione, trama e soprattutto una lunga e dettagliata analisi, dove ai contenuti del film si aggiungono i problemi di produzione (che di solito c'erano sempre), i profili degli attori, le disavventure sul set, le (non sempre belle) pazzie di Peckinpah, gli accenni alle colonne sonore e al montaggio ma anche alle ambientazioni, e almeno in un caso anche una disamina sulla vera storia del West dietro a quella del film. Il focus è sui significati dietro al film, su ciò che Sam traspose dalla sua visione della vita alle immagini cinematografiche, spesso non senza una certa sofferenza di fondo.
Chiude il libro una corposa carrellata di immagini (anche a colori) di attori, locandine, scene dei film, pubblicità promozionali, pagine di riviste, ecc.
Il libro è un lavoro di cuore, perchè Stefano Jacurti è sempre stato un enorme fan di Peckinpah, cosa che risultava evidente a chi ebbe la fortuna di seguire i suoi post sui vecchi forum di Farwest.it, dove l'autore mostrava spesso e volentieri la sua profonda conoscenza del regista e dei suoi film, conoscenza che del resto si può ritrovare anche nei romanzi e nei racconti di Jacurti, dove di certo non mancano citazioni dei capolavori western di Bloody Sam. Questo per dire che Il cinema western e non di "Bloody" Sam Peckinpah è un lavoro sentito, affidabile e schietto, dove il cinema western, o per la precisione il cinema western attraverso gli occhi di Sam Peckinpah, è mostrato in tutta la sua crudezza e allo stesso tempo onestà ed è raccontato da chi davvero sa di cosa sta parlando. Un omaggio sentito ad un grande protagonista del cinema di genere!

mercoledì 4 maggio 2022

#flashreview -- "Apache Warrior vs US Cavalryman: 1846–86" di Sean McLachlan


La Osprey raramente delude, sebbene io non ne abbia molti di loro libri (dovrò recuperare...). In questo volumetto c'è l'essenza della lotta esercito/apache, attraverso la rievocazione di tre battaglie (Cieneguilla, Adobe Walls I e Cibecue Creek) e moltissime illustrazioni. Il primo capitolo, sulle armi, le tattiche, la psicologia di entrambi i fronti è un po' superficiale ma i tre successivi sulle battaglie sono dettagliatissimi e con preziosi schemi che rendono conto dei movimenti delle truppe, i luoghi e i punti chiave. Una bella opera, insomma, anche abbastanza originale, che però serve più che altro come introduzione al mondo delle guerre apache. Uno dei pochi difetti però è che non ti spiega come combattevano esercito e apache (tipo movimenti, organizzazione di attacchi e ritirate, ecc.) ma soltanto quello che successe nelle tre battaglie, e la parte dove dovrebbe essere spiegata la filosofia degli eserciti è poco dettagliata. Ma il libro merita, anche in virtù delle tante e notevoli illustrazioni.

Il libro: Sean McLachlan, Apache Warrior versus US Cavalryman 1846-86, Osprey, 2016, brossura, 80 pagine.

martedì 1 febbraio 2022

#flashreview -- "Wondrous Times on the Frontier" di Dee Brown


Questo libro mi venne segnalato dallo sceneggiatore di Tex Gianfranco Manfredi all'epoca in cui dovevo scrivere la tesi di laurea. Con la potatura della bibliografia dovetti lasciarlo fuori (insieme a molti altri) ma recentemente l'ho riscoperto e l'ho acquistato.
Dee Brown è sempre una garanzia quando si parla di storia del West e questo WONDROUS TIMES ON THE FRONTIER è un libro tanto bislacco quanto semplice. Trattando ogni singolo personaggio del West (il pioniere, il viaggiatore, l'avventuriero, il soldato, il bandito, l'uomo di legge, il becchino, il barista, l'uomo di fede, la donna, il gambler, il minatore, la celebrità, il piedidolci, il dottore, il giudice, il cowboy) ne racconta la vita quotidiana sottolineandone però l'aspetto comico, ironico e divertente, attraverso una serie incredibile di testimonianze di prima mano. Giochi, scherzi, ironia sulle situazioni più drammatiche sono solo alcuni esempi che Brown riporta nel libro, come lo sforacchiamento del cappello buono del piedidolci dell'Est o la grossa catena usata per misurare il vento.
Per quanto mi riguarda mi aspettavo qualcosa di diverso, o meglio, mi aspettavo che la parte sugli aspetti divertenti fosse minima e che il libro si concentrasse molto di più sulla vita quotidiana, invece è proprio un intero repertorio di testimonianze su come si rideva e si faceva ironia nel West.
Comunque un libro decisamente essenziale se si vuole scoprire uno dei lati più nascosti, eppure peculiare, della storia del West.

Il libro: Dee Brown, Wondrous Times on the Frontier, August House, 1991, rilegato con sovracopertina, 324 pagine.

(recensione originale del 26 aprile 2016)

giovedì 16 dicembre 2021

"Far West", il West a fumetti da ridere!

L'editore Sbam! ha pubblicato questo libretto di poco più di 100 pagine, Far West, che raccoglie tutte le storie a fumetti e le vignette a tema western di Adriano Carnevali.
Si tratta di simpaticissime istantanee di vita sulla Frontiera, tutte da ridere (e da guardare anche nei particolari), ed è l'intera produzione western di Carnevali (autore di tantissimi fumetti comici, a partire da quello più famoso, i Ronfi) che la pubblicò a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta su un periodico di enigmistica. Inevitabilmente qualche battuta risente degli anni ma uno dei pregi di queste storie è che non cadono nell'umorismo troppo facile. Lo stile di Carnevali è poi molto dettagliato, nonostante le finalità non lo richiedano, e devo ammettere che i suoi "esterni" sono molto evocativi.
A mio avviso Far West è un perfetto regalo di Natale per gli appassionati di West e soprattutto per chi vuole ridere sui tanti stereotipi dell'epopea. L'unico difetto è che la lettura finisce troppo presto!

mercoledì 18 agosto 2021

"Weird West Blues" di Caleb Battiago [recensione]

Qualche anno fa, pubblicata in forma propria in ebook, uscì la raccolta di racconti Weird West Blues. Storie di zolfo e di frontiera, scritta da Caleb Battiago. Battiago in realtà è lo pseudonimo di Alessandro Manzetti, un autore italiano ben piantato nel mondo editoriale dell'horror e della fantascienza sia come scrittore che come editore (è fondatore della casa editrice Independent Legions). Weird West Blues non è più in commercio ma la sua originalità sicuramente rimane nelle teste di chi è riuscito a leggerla.

I sei racconti che Battiago propone sono storie di Frontiera virate al gotico, all'horror, allo splatter, al pulp, al paranormale. Non solo: quasi tutte riprendono la storia di un personaggio del West realmente esistito: nel primo racconto, "Deadwood", la morte di Wild Bill Hickok viene vista da una nuova prospettiva; nel successivo, "La gabbia d'oro", la leggendaria sparatoria dell'OK Corral avviene per un motivo molto particolare, e lo sanno bene Doc Holliday e Wyatt Earp che in questo racconto sono legati all'inquietante ambiente del Golden Cage, il saloon/bordello, e alla sua tenutaria Big Nose Kate: un racconto molto ben scritto con un'atmosfera che mi ha ricordato il bellissimo videogioco "Darkwatch"; "La gemma di Bandit Queen" è invece la storia di Belle Starr, inseguita da uno skinwalker alla ricerca di una preziosa gemma...; poi c'è "L'inferno di Capelli Lunghi", dove il generale Custer rivive anno dopo anno la battaglia di Little Big Horn e la maledizione che gli è caduta addosso da quel giorno, costringendolo ad una umiliazione molto particolare; "Contralia Blues" è invece la storia della sanguinaria banda di confederati di Bloody Bill Anderson, con Cole Younger e Jesse James, che fermano un treno di soldati unionisti per sfogare la loro particolare voglia di carne; l'ultimo racconto, "Il pesce di ferro", è un viaggio lungo il fiume Missouri su un battello di trapper che trasporta anche il vaiolo, a cui gli indiani mandan e il loro capo Quattro Orsi sono impotenti e meditano perciò vendetta.

Weird West Blues è dunque una raccolta decisamente originale, brevissima nella sua ventina di pagine ma molto ricca di idee. Battiago fa esplodere il suo stile secco tra schizzi di sangue e teste spappolate, in una miscela che mischia non solo il western e il pulp ma anche diversi sottogeneri dell'horror come lo splatter e il paranormale. Ci sono zombie, vampiri, diavoli, cannibali, fantasmi, e tutto un variegato mondo di Frontiera visto sotto la lente del weird.

Come dicevo, Weird West Blues non è più disponibile in digitale ma, come mi ha segnalato lo stesso Manzetti, i suoi racconti sono stati ristampati (insieme ad altri solo horror e a storie di Stefano D'Orazio) in inglese nella raccolta del 2016 The Monster, the Bad and the Ugly, che inoltre contiene una breve e particolare graphic novel western scritta da Manzetti e disegnata da D'Orazio.

mercoledì 19 maggio 2021

"1867: Skull Eater Campaign" di Tim Curran [recensione]

Dalle tipografie digitali dell'editore Dunwich, sempre in prima linea nel campo dell'horror, è uscito da pochissimo, in omaggio per gli iscritti alla loro newsletter, questo romanzo breve di Tim Curran, intitolato 1867: Skull Eater Campaign. Originariamente questa novella faceva parte della raccolta western-horror Four Rode Out, pubblicata (solo in inglese) nel 2010, ma adesso - nell'ordine del recupero delle opere di Curran che a quanto pare Dunwich sta portando avanti - è stata resa disponibile anche per i comuni mortali italiani, che ogni santa volta devono fare i salti mortali carpiati pur di recuperare qualcosa di western-horror!
Per quanto riguarda l'autore, di sicuro è sinonimo di garanzia. Dalla sua penna e dai traduttori di Dunwich uscì qualche tempo fa Skin Medicine (segnalato qui), cruento horror ambientato nel West minerario e che colpevolmente ho dimenticato di recensire (vedrò di rimediare appena posso, ma dovrò rileggerlo), ma lo stesso editore ha diversi altri horror contemporanei di Cullan che in America è molto ben considerato e anche qui da noi gode di un certo apprezzamento (almeno a giudicare dai commenti sui social).
Questo suo nuovo lavoro (nuovo per il mercato e i lettori italiani, ovviamente) è, devo ammetterlo, il migliore dei suoi western-horror finora. Ma di cosa tratta? È la vicenda di un drappello di soldati, guidati dallo scout Boone McComb e dai suoi fidati esploratori indiani (in particolare Cinque Lupi dei Crow più due Osage), in missione per catturare o uccidere un gruppo di Sioux colpevole di un orrendo massacro. Ma in realtà quello che stanno inseguendo è qualcosa di ben peggio di un pugno di indiani...
Skull Eater Campaign è una vera e propria festa dell'horror e dello splatter. Tra la neve e le tempeste sulle montagne, i soldati hanno a che fare con qualcosa di mai visto prima, qualcosa di soprannaturale ma, peggio ancora, qualcosa di una ferocia e violenza inaudite. Una maledizione indiana ha riportato in vita uno stregone Sioux vissuto duecento anni prima, che ha radunato veri e propri zombie cannibali (messi insieme con varie parti umani e animali e chissà cos'altro) in un esercito (armato) senza nessun freno, un ostacolo insormontabile per i pochi soldati male equipaggiati. La loro campagna contro gli indiani si rivelerà quindi oltre i loro limiti, fino ad un finale ancor più ricco di orrore.
In un'atmosfera sapientemente costruita (dall'ambientazione esterna innevata e ostile - tra cimiteri indiani e lugubri bivacchi - fino a quella "interna" attraverso gallerie, cunicoli e grotte) la scrittura di Curran è un pugno nello stomaco ma forse un po' troppo ricca di metafore e descrizioni astratte che in alcuni punti si rivelano ripetitive. Ma nonostante ciò la lettura è coinvolgente, e secondo me la vicenda è molto più interessante di quella di Skin Medicine, probabilmente perchè concentrata in un centinaio di pagine, mentre nell'altro romanzo a mio parere ci sono numerose lungaggini, specie nella prima parte.
L'orrore concreto presente in questo Skull Eater Campaign nelle vesti di indiani zombie permette all'autore un'alta concentrazione di momenti gore e splatter, con il suo culmine nella descrizione delle caverne nella parte finale del romanzo, dove viene presentato un campionario di orrori degno di Robert Howard. E a proposito di riferimenti e citazioni, se (come spero) avete visto il film Bone Tomahawk (qui la mia recensione), noterete alcuni elementi molto simili in comune con la novella di Curran, sebbene sia stato probabilmente Zahler (sceneggiatore e regista di Bone Tomahawk) a prendere spunto da Curran e non viceversa.
Skull Eater Campaign è un solidissimo western-horror, una vicenda che rientra appieno nell'immaginario di questo genere molto poco sfruttato (nel Bel Paese), dove l'immancabile maledizione indiana porta ad una escalation di violenza e sangue che non deluderà l'appassionato, anche se è alla ricerca del solo splatter.
Grazie all'editore Dunwich questa piccola perla non corre più il rischio di non essere apprezzata.

lunedì 5 aprile 2021

"Pianure lontane" e "La casa sul fiume del vento" di Domenico Rizzi [recensione]

Che Domenico Rizzi sia uno dei migliori autori western italiani è una verità che non può essere messa in discussione. Spaziando tranquillamente tra Storia e narrativa, l'autore lombardo ha all'attivo un bel numero di libri legati al tema della Frontiera, dalla figura di George Custer fino alla sparatoria dell'OK Corral e alla battaglia di Little Big Horn, passando per gli indiani, i soldati e il cinema. Nella narrativa, invece, spiccano due libri su tutti, due raccolte di racconti che trasudano West da ogni pagina: Pianure lontane (2009) e La casa sul fiume del vento (2015), pubblicati rispettivamente da Fabrizio Filios e da Parallelo45.


Prima di leggere Pianure lontane ho avuto la malaugurata e sfortunata idea di comprare e leggere L'ultimo serpente, raccoltina di racconti western di A. B. Guthrie, uno dei libri più brutti e insulsi che mi sia mai capitato tra le mani (e che eviterò di recensire perchè non merita nemmeno una recensione negativa). Ebbene, in confronto a questo, Pianure lontane è di un altro pianeta. Tanto pallido, inutile e tutt'altro che western il primo, quanto ricchissimo, vitale e purissimamente western quello di Domenico. Un confronto impietoso, insomma.
Nelle cinque storie che compongono Pianure lontane c'è davvero aria di vecchio West, c'è quell'atmosfera che ti fa respirare a pieni polmoni l'aria delle praterie, dei deserti del Messico e dell'Arizona, delle foreste dove trapper e indiani lottano all'ultimo sangue, delle polverose cittadine abbandonate... Ma c'è anche l'umanità che caratterizza i personaggi, ma non (o perlomeno non soltanto) nel senso positivo del termine ma anche in quello negativo perchè nei racconti di Rizzi non mancano gli assassini, gli stupratori, i pistoleri senza scrupoli, gli indiani ladri di cavalli e gli indiani fuggiaschi e torturatori. Ma come ben dice la quarta di copertina, per ogni personaggio positivo c'è sempre la speranza di una nuova vita al di là dell'orizzonte, o della prossima collina o montagna, o oltre il prossimo fiume. Dopo aver affrontato le loro battaglie, uomini come John Ryan del racconto "Sonora" o Caleb Kingsley di "Old Bessie" dovranno scegliere il loro nuovo percorso, ma sempre nel West, sempre cavalcando verso il sole che tramonta.
In Pianure lontane le vicende di fantasia si intrecciano con quelle storiche che fanno da sfondo, compresi personaggi realmente esistiti o da cui l'autore ha preso spunto (come nel racconto "Indiano bianco"). I personaggi di Rizzi si muovono tra gli alberi e i fiumi alla ricerca di indiani, come in "Pianure lontane"; nei deserti al confine messicano, tra Apache, guerriglieri e rurales come in "Sonora" e in "Nahilzay"; in un piccolo e polveroso villaggio semiabbandonato come in "Old Bessie"; oppure ritornano traumaticamente al loro mondo originario dopo anni di prigionia come in "Indiano bianco". L'unica cosa certa è che devono combattere e lo fanno a colpi di pistola o di fucile o all'arma bianca, perchè in queste storie c'è anche tanta azione e tanta polvere sollevata dai cavalli in fuga.

Nella Casa sul fiume del vento, invece, grande spazio è riservato alle donne e meno all'azione. Nei sette
racconti che compongono la raccolta, Rizzi si sofferma sui pensieri e sui sentimenti dei personaggi, dove appunto la donna ha spesso il ruolo primario. Una schiava nera in fuga negli ultimi giorni della guerra civile, una banditessa diversa dal solito, una donna rapita dagli indiani in bilico tra i due mondi, tre sorelle con un brutto passato, una prostituta rimasta isolata in una ghost town, una ragazza affascinata da un evaso che vuole ucciderne il padre e un'altra rosa dalla gelosia al punto da sparare all'ex fidanzato. Ma naturalmente ci sono anche gli uomini, che amano e ammazzano, che guidano la storia ma rimangono affascinati dalle loro controparti (una delle storie, la prima, che dà anche il titolo al libro, è il seguito del primo racconto di Pianure lontane, dove si rivede Isaac Ellis). Non c'è nessun eroe, nessun personaggio passato alla storia, ma solo uomini e donne comuni alle prese con le sfide beffarde del destino: pionieri, scout, soldati, schiave, pistoleri, contadini, ballerine da saloon, donne colone, sbandati dalla guerra civile...
Un affresco della vita nel West e dei suoi pericoli, un viaggio con le donne come filo conduttore e tante vicende dove bisogna sporcarsi le mani piuttosto che farsi trascinare dagli eventi e soccombere.

Consiglio caldamente questi due libri, in particolare La casa sul fiume del vento che è facilmente reperibile e in catalogo (lo trovate su Ibs e Libreriauniversitaria, ma in ogni caso è disponibile anche in Ebook), mentre invece Pianure lontane è ormai fuori stampa per via della chiusura dell'editore. Sono entrambi libri perfetti per entrare nel mondo del West!

venerdì 26 marzo 2021

"L'uomo del destino e altri racconti western" di Antonio Bellomi

Secondo la quarta di copertina di questo libro, e da alcune ricerche mie fatte in rete, Antonio Bellomi è stato un autore di punta della fantascienza italiana, prolifico anche in altri generi e tradotto all’estero. Pur non essendo io un fanatico della sci-fi, ma seguendola a random, non avevo mai sentito parlare di Bellomi e il suo nome lo scopro solo ora, da questa raccolta di racconti western che l’editore Tabula Fati ha pubblicato da un paio di mesi, ironia della sorte due giorni prima che Bellomi ci lasciasse.

I venticinque racconti presenti in questo libro non sono inediti. Furono pubblicati in varie riviste tra gli anni Sessanta e il 1990 e bisogna dire che si vede. Risentono chiaramente tutti, in particolare il primo (il più lungo, che dà il titolo al libro), dell’influenza di Louis L’Amour (che proprio in quegli anni andava alla grande anche in Italia), tanto nei contenuti quanto nello stile. Non volendo usare il termine stereotipati, posso dire che questi racconti sono ingenui, perlomeno agli occhi di oggi o comunque per i lettori un po’ più navigati nel genere. Non c’è nemmeno molto spazio alla fantasia delle situazioni, il canovaccio di base resta per la maggior parte quello del pistolero solitario in cerca di pace o di vendetta, con a volte un finale tronco o dove si cerca per forza (e malamente) il colpo di scena. Anche i personaggi sono quel che sono, nel tipico stile di L’Amour c’è la netta distinzione tra buoni e cattivi, c’è sempre il lieto fine e pure una vena di “buonismo”… ma dati gli anni in cui questi racconti furono scritti, va bene così. Non c’è molto altro da aggiungere.

L’edizione di questo libro è arricchita dai disegni di Nestore Del Boccio e da numerosi refusi (il primo dei quali già nella pagina del titolo…) e avverbi…

L’uomo del destino e altre storie western non è niente di che, in definitiva. È buono per chi è rimasto legato alle atmosfere lamouriane e dei film western degli anni 50 e 60, ma per tutti gli altri si rivelerebbe una lettura non vorrei dire noiosa ma sicuramente non molto coinvolgente.

lunedì 8 marzo 2021

"Appunti sulla Guerra Civile Americana" di Stefano Jacurti [recensione]

Dalla narrativa alla saggistica: Stefano Jacurti, dopo anche cinema e teatro, riempie un’altra casella nel suo curriculum e dà alle stampe Appunti sulla Guerra Civile Americana. Questo libro è il risultato della passione di tutta una vita (insieme ovviamente alla storia del West) che Stefano ha voluto omaggiare attraverso un lavoro che è una sorta di viaggio a tre tappe.

La prima tappa, e quindi la prima parte del libro, è la Storia con la s maiuscola, ossia il resoconto di quel che avvenne in quei sanguinosi quattro anni, quando tra fratelli ci si ammazzò (malamente, visti i carnai delle battaglie) per motivi che non sono solamente quelli che da anni cercano di propinarci. E proprio a questo proposito Stefano smitizza tanti luoghi comuni, in primis appunto quello delle motivazioni della Guerra civile, che non furono solamente legate all’annosa questione della schiavitù. Devo dire in tutta onestà che il capitoletto “Prima della guerra”, che spiega proprio cosa ci fu alle origini dello scontro, spicca particolarmente per l’ottima capacità riassuntiva che se ne infischia di ripetere a pappagallo che la guerra scoppiò a causa della schiavitù e invece va a fondo nei problemi che in quel periodo gli Stati Uniti stavano affrontando e che mettevano ancora più in luce l’esistenza di due società (Nord e Sud) praticamente il contrario l’una dall’altra: i faccia a faccia, il muro contro muro, non potevano quindi che portare alla soluzione più estrema, ossia la guerra.

E tra una dettagliata cronologia e il racconto della guerra sul mare (navi corazzate, incrociatori, sommergibili – i primi della storia) scorrono i profili degli uomini più importanti, la storia degli italiani che combatterono sia tre le file nordiste che tra quelle confederate, il ruolo delle donne, il racconto del fronte occidentale con le battaglie che si combatterono in Arizona e New Mexico, e altri aspetti – spesso poco o nulla conosciuti e altrettanto spesso poco approfonditi persino nei libri – interessanti di quella guerra fratricida. Tutto, e Stefano ci tiene a sottolinearlo, senza avvantaggiare nessun punto di vista ma cercando piuttosto di dare voce ad entrambe le parti in causa. Io invece ci tengo a precisare, come del resto fa lo stesso Jacurti, che questa parte del libro non è una vera e propria “storia” della Civil War, bensì, come dice il titolo stesso del libro, sono appunti e considerazioni senza nessuna pretesa di “omogeneità cronologica”.

La seconda “tappa” del libro è il resoconto del viaggio che Stefano ha fatto a teatro nei panni del generale Grant (che nella parte storica trova molto spazio, insieme al generale Lee, a Lincoln, a Stonewall Jackson e a tanti altri…) in una serie di spettacoli dove l’attore romano “monologava” raccontando la vita di quello che dopo la guerra sarebbe diventato il Presidente degli Stati Uniti. Il percorso successivamente avrebbe incluso anche il generale Lee e una parte centrale sul West.

L’ultima parte, la terza, è invece la rassegna dei film più meritevoli ambientati nella (o durante) la Guerra Civile, titoli tra cui spiccano senz’altro Il buono, il brutto e il cattivo, Via col vento e Glory.

In appendice c’è pure una simpatica galleria di immagini, una decina di pagine che raccolgono fotografie e disegni (a colori e in bianco e nero).

Poiché, bibliograficamente parlando, di libri sulla Civil War in italiano ce ne sono pochi (sebbene negli ultimi anni le pubblicazioni siano aumentate), questo Appunti sulla Guerra Civile Americana di Stefano Jacurti potrebbe essere un degno compagno di lettura ai tomi più studiati, sia per le considerazioni dell’autore (che non è uno storico ma che studia la Civil War sin da ragazzo) che per i dettagli della guerra che decide di illuminare, come detto prima poco considerati negli altri libri.

venerdì 12 febbraio 2021

"Notizie dal mondo", tra romanzo e film

Lo dico subito: il primissimo motivo per guardare Notizie dal mondo è la presenza di Tom Hanks, per la prima volta nella sua lunghissima carriera, in un film western. Proprio lui, che ha toccato tutti i generi cinematografici, da californiano, da icona del cinema, solo a 65 anni suonati ha deciso finalmente di impugnare redini e Colt e attraversare praterie e villaggi della Frontiera.
C’è riuscito nel migliore dei modi? Beh, sfortunatamente no. Perché Notizie dal mondo è un western riuscito per un quarto. A differenza del romanzo (da noi pubblicato il mese scorso da Neri Pozza, come segnalato), che pur non essendo un western classico (o forse proprio per questo, accantonando sparatorie e violenze) riesce comunque magnificamente a raccontare la storia di una ragazzina sospesa tra due mondi, il film non brilla né di luce propria, né di luce riflessa. Ci sta benissimo il fatto di cambiare qualcosa rispetto al romanzo (molte sono le differenze tra quello che succede nel libro e quello che succede nel film, ma anche come succede) ma è vero che la natura più introspettiva e psicologica del libro è molto difficile da mostrare visivamente. Infatti Notizie dal mondo non ci riesce. Per nulla. Si rivela essere un film lentissimo, con una sola scena d’azione “vera” (dove Tom Hanks, tra l’altro, da personaggio western se la cava in modo eccellente), ma fallisce nell’intenzione di esprimere i sentimenti della bambina tedesca, che dopo sei anni di prigionia tra i Kiowa deve essere riportata dai suoi parenti. Nel romanzo invece c’è tutta la dinamica tra lei e il capitano Kidd (Tom Hanks) intrecciata con la storia del Texas d’inizio anni Settanta, in preda al cannibalismo della Ricostruzione post guerra civile. Cosa, quest’ultima, che anche nel film viene a mancare, o forse dovrei dire viene trattata in modo meno che superficiale.
Nonostante il film duri due ore, dunque, Greenberg (il regista) non trova il tempo né di approfondire ciò che prova la ragazzina, né di mostrare il legame che si viene a creare tra lei e il suo salvatore, né, ancor meno, contestualizzare storicamente tutto questo. Nel romanzo, all’opposto, l’autrice Paulette Jiles fa un gran lavoro di scavo nella psicologia dei due personaggi, sicuramente aiutata da certe scene e situazioni appositamente create per risaltare le dinamiche “interne”, scene che nel film o mancano o non sono sfruttate a dovere. Persino la scena finale, che dovrebbe avere un impatto fortissimo dal punto di vista emozionale, è di una piattezza e pallore incredibili, più da sbadiglio che da lacrime o commozione.
Non aspettatevi dunque un western classico. Come il romanzo è più un romanzo storico ambientato nel West, il film potrebbe essere un melodramma ambientato nel West. Gli attori fanno la loro porca figura (meno il doppiaggio della bambina), la biondissima Helena Zengel (credo qui al suo primo film americano), pur non aiutata dalla sceneggiatura, se la cava benissimo come prigioniera dei Kiowa prima e dell’ambiente bianco che non sente più suo dopo, mentre Tom Hanks, pur riconoscendogli da sempre una fazza non adatta al western, da grandissimo attore qual è ha saputo rendere in maniera perfetta il suo personaggio. Il capitano Kidd, che legge le notizie dei giornali spostandosi di villaggio in villaggio nel Texas settentrionale, è un uomo sensibile e roso dai ricordi di guerra e da qualcos’altro che si scoprirà solo alla fine (nel romanzo invece viene detto subito), non è certo un uomo d’azione ma se occorre sa come fare. Per il resto c’è poco altro da dire pure sul resto dei personaggi, visto che per la gran parte del film la telecamera è centrata su Johanna e Kidd intenti a cercare di capirsi e a non fare nient’altro.
Belli invece, anzi bellissimi, gli scenari e l’ambientazione, molto ben resa: i villaggi dove il capitano si ferma a leggere, le praterie erbose e aride, le colline rocciose, i fiumi, le carovane e le fattorie abbandonate… Oltre a questo, però, c’è poco altro.

sabato 29 agosto 2020

[Recensione] Meadow City

Secondo quanto afferma l'autore nella premessa, questa storia è basata su fatti realmente accaduti nel 1880 in Arizona, in una cittadina chiamata Meadow. Quanto ci sia di vero e quanto di fantasia ci è impossibile da appurare, poichè Vigna ha intrecciato entrambi i piani per poter scrivere questo libretto in forma di romanzo breve. Ma proprio per questo forse avrebbe fatto meglio a scegliere una sola strada: o quella del romanzo tout-court o quella del saggio memorialistico da cui la storia è stata sviluppata. È purtroppo ovvio, nella lettura, che entrambi realtà e finzione non sono ben coesi. In primis per l'uso “scellerato” (mi si permetta il termine) delle note storiche a piè di pagina: numerose, spesso inutili ma soprattutto lunghissime, una scelta che purtroppo spezza troppo frequentemente il ritmo della lettura della vicenda principale. A mio avviso una gran parte si poteva omettere (il lettore di western è bene al corrente del significato di molti termini peculiari del genere e della Storia e di informazioni storiche “di base”) e il resto comunque tranquillamente accorciare in una o due righe.
Ad ogni modo, purtroppo anche il romanzo in sé non è del tutto soddisfacente. In poche parole la trama verte sull’arresto di un ragazzo e sul padre ranchero che vuole liberarlo dalla prigione dove è custodito dal marshal e dal suo aiutante. Alla lettura risulta subito evidente l’eccesso di stereotipi (di personaggi, di trama, di linguaggio) con cui è farcita la storia. Siamo sempre lì: l’uomo di legge integerrimo e incorruttibile, il vecchietto che lo aiuta, la matrona grassa del saloon, la prostituta bella e buona, il ranchero prepotente e il figlio arrogante, l’ostilità tra il ranchero e il contadino, l’assedio (anzi il mezzo assedio) della prigione, il pastore fuori di testa, manesco e ossessionato dal rigore religioso, e via di questo passo… Una carrellata che forse poteva andare bene in un western degli anni Cinquanta o in un romanzo di Louis L’Amour, ma che oggi risulta indigesta, perlomeno in una tale quantità. E a proposito dei vecchi western, anche se la vicenda è basata su fatti reali è palese che Vigna ha preso spunto da un pugno di film del sottogenere cosiddetto urbano, in particolare la famosa trilogia di Howard Hawks con John Wayne protagonista: Rio Lobo, El Dorado e soprattutto Un dollaro d’onore, di cui alla fin fine Meadow City è un remake in forma scritta (basti pensare che un personaggio del romanzo si chiama Angie Wayne…). Infine, anche la scrittura è spoglia (e non è un bene), asciutta e concisa (ed è un bene), con pochi riferimenti all’atmosfera e all’ambientazione puramente western ma almeno altamente leggibile, a disposizione di un ritmo senza alti né particolari bassi (a parte il primo capitolo che introduce fatti e personaggi e che voglio considerare non-narrativo perchè è il manifesto del tell, don't show). E se l’autore voleva dare un senso di suspense in quello che è il "climax", secondo me non ci è riuscito.
In conclusione, Meadow City poteva sicuramente essere migliore. Se da un lato la lettura risulta veloce e breve (solo 116 pagine), dall’altro è sterile, affossata da tutto un insieme di già visto e rivisto, una quantità spropositata di stereotipi e di note a fondo pagina difficili da digerire senza che ti infastidiscano. Insomma, un’occasione sprecata da parte di un autore che, per il curriculum che ha, poteva fare decisamente di molto meglio. Non me la sento né di consigliarlo né di sconsigliarlo: se volete fare un primo passo nel mondo del western Meadow City è un esempio di come il genere è stato tanti anni fa (ma non posso non dire che non è certo l’esempio migliore) al cinema e spesso nei romanzi (ma persino L’Amour non era così stereotipato…) e quindi potreste apprezzarlo; altrimenti, questo romanzo non aggiunge nulla al genere. A voi la scelta. Io posso solo aggiungere che l’editore, Resh Stories, è una realtà con un occhio di riguardo alla letteratura di genere quindi potreste dargli un’occhiata, magari in digitale: www.reshstories.com.

Aggiornamento (5-9-2020): L'editore mi fa sapere che in realtà la base storica su cui si basa il romanzo non esiste, ma è un espediente narrativo e sono tutti eventi e personaggi inventati dall'autore. Purtroppo ciò non cambia il giudizio sul libro. Ringrazio Resh Stories per il chiarimento.