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lunedì 26 gennaio 2009

Tutti i libri sul cowboy e sull'indiano

Con questo lungo articolo di Piero Pieroni, uno dei più attivi scrittori italiani in ambito western, scomparso recentemente, vi propongo una carrellata di titoli che integrano alla perfezione la già presente lista di libri del blog.
L'articolo è apparso sull'Almanacco di Lupo Alberto nr. 12, a corredo di alcune storie western a fumetti disegnate da Paolo Eleuteri Serpieri e sceneggiate da Raffaele Ambrosio.
Le foto in bianco e nero sono state prese dall'articolo originale, quelle a colori sono state sostituite appositamente.


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Storici, letterati più o meno impegnati, divulgatori, cineasti, autori di fumetti dediti all'esaltazione, o alla denigrazione, del cosidetto "Mito del West", esattamente come i pittori, i disegnatori e gli illustratori, si sono imbattuti par force in due personaggi fondamentali: il colono-pioniere-cowboy-soldato-bandito (che, a pensarci, non sono che trasformazioni di uno stesso tipo d'uomo) e l'Indiano. In questa breve trattazione, lungi da noi il pensiero di elencare quanto è stato pubblicato in Italia su tale argomento (ne risulterebbe infatti una specie di lista della lavandaia, noiosa e forzosamente incompleta), intendiamo soffermarci sugli scritti di qualsiasi natura, purchè stesi in buona forma e di un qualche valore storico, letterario, o quanto meno di costume.

Il "buono", cioè il bianco conquistatore (e in certe occasioni anche il "cattivo" indiano) compaiono per la prima volta in Italia in forma popolare sul "Giornale dei Viaggi e delle Avventure di Terra e di mare": un periodico pubblicato da Sonzogno alla fine del secolo scorso (XIX sec., ndr) con grande successo; poi riproposto dopo la Seconda guerra mondiale, con esito assai minore. Forse anche perchè quel genere di pubblico cui si rivolgeva "Il Giornale dei Viaggi" preferiva (e ha seguitato a preferire per diversi anni) i fascicoli settimanali di "Buffalo Bill, l'eroe della prateria" pubblicati da Nerbini di Firenze e malamente tradotti dalle opere di Edward Z.C. Judson e di Prentiss Ingraham. "Buffalo Bill", grazie anche al suo Wild West Show, venuto due volte anche in Italia, era così amato che persino il fascismo ne volle fare uno strumento di "persuasione occulta": durante la Seconda guerra mondiale, i fascicoli continuarono a venir pubblicati da Nerbini, trasformando William Cody in Domenico Tombini, "l'eroe italiano della prateria". Il mito del West, nel frattempo, era alimentato anche dal nostro Salgari che dedicò all'"epopea del West" alcuni romanzi, talmente infarciti di errori grossolani da renderli oggi assolutamente illeggibili.

Il primo volume "serio" sul banditismo americano nel secolo scorso venne pubblicato da Longanesi (Piccola Biblioteca) nel 1951: raccontava in modo storicamente fondato e avvincente la storia di due bande di rapinatori, gli James-Younger e il Branco Selvaggio di Butch Cassidy (il libro in questione, non citato dall'autore dell'articolo, è Uomini disperati di James Horan).  Nel 1958 seguì La conquista del Far West (1830-1860) di Ray Allen Billington, edito da Mondadori, e pregevole soprattutto per la descrizione realistica e cruda dei mountain men, i primi trappolatori americani che si spinsero nel West alla ricerca di castori, unendosi agli Indiani, spesso scontrandosi sanguinosamente con loro, ma altrettanto spesso condividendone la vita e sposandone le donne (in proposito, vale la pena di ricordare quel capolavoro assoluto che è il film Corvo Rosso non avrai il mio scalpo di Sidney Pollack). Il libro di Billington si chiude nel 1860, cioè mentre si avvicina la guerra di secessione americana (1861-65). La guerra, che fu la più sanguinosa combattuta in territorio americano, è narrata a fondo nelle sue cause, svolgimento e conclusione da uno splendido libro di storia, scritto, stranamente, da un italiano, il professor Raimondo Luraghi: Storia della Guerra Civile americana, edito da Einaudi nel 1968 (1966, ndr). Fornito di una ricchissima bibliografia, forse (sicuramente, vista la mancanza assoluta di opere sull'argomento, ndr) la più vasta edita in Italia sull'argomento, il libro di Luraghi è un "libro di storia", nel senso pieno del termine; e tuttavia risulta di piacevole lettura anche per il profano.
Dalla storia alla divulgazione; nello stesso anno 1968, nella collana "Avventure nella storia" uscirono due libri di Piero Pieroni: Mandrie e cowboys e Il Grande Cielo dei cacciatori di castori. Il primo, in stile scorrevole, racconta la storia e il folklore dei cowboys; il secondo (il titolo si ispira ad un famoso romanzo di A.B. Guthrie, Il Grande Cielo) descrive la vita e tratta la storia dei cacciatori di castori, dai primi coureurs de bois a Kit Carson.
Sull'argomento "cowboys" ci sembra giusto segnalare anche I pascoli dell'inferno di Alberto Paleari, pubblicato nel 1977 da Fratelli Fabbri Editori, splendidamente illustrato con quadri e disegni d'epoca, e arricchito dai testi delle canzoni dei mandriani. Sui banditi, sempre a Piero Pieroni dobbiamo Ad ovest della legge edito da Fratelli Fabbri nel 1975, che riprende il tema di Uomini disperati, ampliandolo però a comprendere tutti i fuorilegge della frontiera.

Nel 1972 era uscito, trattando alfabeticamente il tema "cowboy" un libro omonimo del tedesco H.J. Stammel, edito dalla SEI di Torino: un'opera di consultazione ottima, sciupata in parte da una pessima traduzione.
Sull'onda del successo del bellissimo Seppellite il mio cuore a Wounded Knee (Mondadori, Milano, 1972) - che segnò, in effetti, assieme al rovesciamento totale del punto di vista del cinema americano sugli Indiani, l'inizio di un boom quasi fanatico degli italiani per questo disgraziato popolo - Dee Brown pubblicò vari libri sul West, fra i quali un Donne della Frontiera, che ottenne un certo successo; tuttavia neppure lontanamente paragonabile a quello del volume dedicato al genocidio degli Indiani.
A questo punto mi sembra doveroso citare l'opera meritoria della casa editrice Il Mulino di Bologna che, a breve distanza l'uno dall'altro, ha pubblicato due libri fondamentali per la comprensione del manifest destiny che spinse gli Americani ad occupare tutto il continente fino alle coste dell'Oceano Pacifico: La frontiera nella storia americana (1975) di F.J. Turner, un'opera affascinante, pur se discutibile nelle conclusioni, e Le Grandi Pianure di W.P. Webb. Sono entrambi smaccate esaltazioni dell'imperialismo americano, però la loro lettura è indispensabile e rappresenta un'esperienza che non si dimentica facilmente.
Negli Anni '70 era presente sul mercato italiano del West anche la Longanesi, che nel corso degli anni andò pubblicando opere di valore diverso: da romanzi popolari a opere di cronaca attenta. Ricordiamo con piacere quelli che ci sono sembrati i migliori: Mocassini Bianchi (storie vissute di uomini e donne prigionieri degli indiani) di Frederick Drimmer, Billy the Kid di Pat Garrett (l'uomo che lo uccise a tradimento), Sulle tracce dei cavalli indiani del famoso pittore Frederic Remington, Il re della frontiera - La vita di Tom Horn scritta da lui stesso, I grandi territori di caccia di W. Irving, Lo sceriffo di ferro di Stuart Lake, Buffalo Bill e il selvaggio West di H. Blackman Sell e V. Weybright, Alamo di Lon Tinkle. La collana "western" venne poi sospesa negli anni 1980, per ragioni intuibili.
Possiamo a questo punto, passare al 1981, quando Piero Pieroni pubblicò per l'Editoriale Olimpia di Firenze il bel volume (almeno graficamente) I soldati, dedicato alla riconsiderazione della dura vita dei soldati americani impegnati nelle guerre indiane. Ci sia concesso infine citare tre antologie, divenute col tempo quasi classiche: si tratta di Cowboy di Ramon F. Adams (Feltrinelli, Milano, 1958), del Tesoro del West a cura di Piero Pieroni (Vallecchi, Firenze, 1963) e America, molte voci di Piero Pieroni (Vallecchi, Firenze, 1974) sul folklore bianco e indiano degli Stati Uniti.
Il tema "indiano" è assai più complesso e articolato, e soprattutto più antico. Si pensi che sulla "natura" dei nativi dell'America si cominciò a discutere subito dopo la conquista e che solo nel 1537, con la bolla Sublimis Deus di Paolo III, si giunse ad ammettere che gli indiani non erano muta anomalia, ma possedevano un'anima, che i missionari avevano pertanto l'obbligo di convertire. Di questa lunga questione, conclusa solo nel 1900, esiste una dotta esposizione di Antonello Gerbi in La disputa del Nuovo Mondo. Storia di una polemica 1750-1900 (Milano-Napoli, 1955). E come fa giustamente notare Giuliano Gliozzi in La scoperta dei selvaggi (Milano, 1971) l'atteggiamento degli Europei nei confronti degli indiani non fu mai libero da condizionamenti e ragioni economiche: anche quando divenne benevolo, come nei pensatori francesi, ad iniziare da Montaigne, inventori con l'Illuminismo del "mito del Buon Selvaggio", non andò disgiunto da rapporti finanziari. Se infatti gli spagnoli miravano a rendere gli indiani schiavi o al massimo servi della gleba per impiegarli nelle loro encomiendas, e quindi considerarli alla stregua di animali da soma, anche i francesi intendevano arricchirsi alle spalle degli indiani, solo con un metodo diverso: il commercio delle pellicce, di cui i nativi americani non potevano che essere soci, e come tale rivalutati ed esaltati oltre i limiti del giusto e del reale.

Quanto agli inglesi, essi - i pionieri - volevano la "terra", il possesso puro e semplice della terra, e considerarono a lungo gli indiani come essere satanici, come "nocivi" da sterminare in fretta. Si legga in proposito quanto scrive il teologo americano Cotton Mather nei suoi Magnolia Christi Americana.

Fondamentale per comprendere il senso di questo rapporto, e munito di una bibliografia ragionata di quanto, a partire dal 1500 (Shakespeare compreso!) è stato scritto negli Stati Uniti ed in Europa sugli indiani fino ai giorni nostri, rimane I letterati e lo sciamano di Elémire Zolla, edito da Bompiani nel 1969; in esso l'illustre filosofo, con supponenza, insinua che nessuno ha compreso niente dell'animo mistico degli indiani, e che soltanto lui ci si è avvicinato. A parte questo atteggiamento, che può apparire antipatico, la lettura de I letterati e lo sciamano per gli appassionati dell'argomento resta un dovere, un must, come dicono gli inglesi.
Dalla cultura alla divulgazione di altro livello: vorremmo in proposito segnalare tre o quattro titoli: Passarono di qui di Mario Monti (Bompiani, 1981), I grandi capi indiani di Piero Pieroni (Vallecchi, 1963), Seppellite il mio cuore a Wounded Knee di Dee Brown (Mondadori, 1972), Indiani maledetti indiani di Piero Pieroni e Riccardo Gatteschi (Fabbri editori, 1973) e Il primo americano di C.W. Ceram (Einaudi, 1972), esauriente come pochi sulle scoperte archeologiche e etnografiche sugli indiani della preistoria.
Nel frattempo, grazie soprattutto al nuovo atteggiamento del cinema, che stava rivalutando gli indiani con la semplice inversione dei ruoli (non bisogna infatti dimenticare che il West, nei suoi aspetti negativi e positivi, è soprattutto un'invenzione cinematografica), il pubblico italiano richiedeva un numero crescente di opere sugli indiani, e gli editori lo accontentavano: nel fiume di opere sull'argomento uscite negli anni 70 e 80, è obbligatorio segnalare due libri pubblicati da Einaudi: nella serie "Nuovo Mondo", l'antologia Gli Inglesi, un "millennio" che raccoglie gli scritti dei primi coloni inglesi nella New England cominciando da John Smith, e L'invasione dell'America di Francis Jennings, sulle lotte fra coloni inglesi (o olandesi) della costa dell'Atlantico e le tribù (all'inzio costiere), fino alla guerra del cosidetto Re Filippo negli anni 1675-76. Il libro, di lettura non facile, per la verità, è importante perchè traccia uno schema che sarà seguito nei secoli futuri da tutti i coloni anglosassoni.

Ma il boom degli indiani - che raggiunse forse il suo culmine all'uscita del film Balla coi lupi di Kevin Costner - aveva in serbo ben altro che due "perle" come i libri Einaudi.
Non so se il primo a muoversi in questo campo di azione fu Rusconi o Mursia. Per convenzione, diamo per scontato che abbia iniziato Rusconi, sulla scia del successo di Alce Nero parla, pubblicato da Adelphi di Milano nel 1968 e poi ricomparso negli Oscar Mondadori nel 1973. Ci sia lecita questa supposizione, in quanto l'opera di Alce Nero (più correttamente Wapiti Nero) è La sacra pipa che ha dato il nome alla collana Rusconi, il quale ha pubblicato decine di libri sugli indiani, alcuni dei quali di grande interesse: ricorderemo solo Il popolo dei Pellerossa di George Catlin (si tratta della traduzione completa delle famose Letters and notes on the manners, customs and conditions of North American Indian pubblicato a Londra nel 1841); la traduzione di Alberto Paleari è superiore ad ogni elogio; purtroppo all'edizione italiana mancano le splendide tavole di Catlin che illustrano profusamente quella inglese, raffigurando molte tribù prima del contatto diretto con i bianchi. Cavallo Pazzo - Lo strano uomo degli Oglala di Mari Sandoz, una biografia romanzata ma molto fedele del capo Sioux che guidò la tribù nella vittoriosa battaglia contro il generale Custer sul Little Big Horn nell'estate del 1876. E I Kiowa - Storia di un popolo diventato leggenda di Mildren P. Mayhall, che tratta ogni particolare di questa tribù, definita assieme ai Comanche "i signori delle Pianure meridionali".
Con due o tre eccezioni recenti, nessuno, negli anni dal 1980 al 1990 ha battuto la Casa Editrice Mursia di Milano, per quantità e qualità di opere dedicate non solo alle singole tribù indiane, ma anche ad alcuni personaggi famosi di parte bianca. Per la solita questione della lista della lavandaia, non possiamo ovviamente elencarle tutte: ci sarà sufficiente ricordare, anche perchè dovuti ad italiani, Uomini bianchi contro uomini rossi di Gualtiero Stefanon, un professionista militare nato con l'hobby degli indiani: si tratta di un'opera approfondita, documentata, esattissima, che si avvale anche di una prefazione del professor Raimondo Luraghi; sempre di G. Stefanon, Il figlio della Stella del Mattino, accettabile anche se troppo favorevole al generale Custer; e Il popolo del Grande Spirito di Enzo Braschi, laureato in filosofia all'università di Genova con una tesi sulla spiritualità degli indiani d'America. Fra i libri dedicati a singoli personaggi ci piace segnalare Tre Stelle Crook, un'autobiografia del generale che sconfisse gli Apache, e fu anche loro amico sincero; Geronimo di Angie Debo, storia e leggenda dell'ultimo capo Apache; Toro Seduto di Stanley Vestal; e soprattutto Immagini di una razza che scompare di Edward Sheriff Curtis, il grande fotografo degli Indiani: si tratta di una biografia, munita di uno splendido portfolio di fotografie.

Le eccezioni alla superiorità quantitativa e qualitativa della Mursia riguardano essenzialmente due opere recenti: Indiani d'America e Gli uomini della Frontiera dell'Idealibri di Milano. Il primo, fornito di centinaia di illustrazioni a colori e in bianco e nero, fra le quali si distinguono 30 tavole doppie di manufatti indiani, si avvale dei testi dei maggiori specialisti americani delle varie tribù e della consulenza di William C. Sturtevant, curatore della sezione di etnologia americana della leggendaria Smithsonian Institution: in altre parole, a nostro parere, è il libro più bello e completo uscito in Italia sugli indiani d'America. Il secondo, gemello in tutto e per tutto dal primo, è Gli uomini della Frontiera (Alla conquista del West) di William C. Davis, con la consulenza storica di Russ A. Pritchard: anche in questo caso, la maggiore attrattiva è costituita dalle illustrazioni, comprese 30 tavole doppie di manufatti della frontiera, dal carro dei pionieri, alle armi di ogni tipo, alle stampatrici, alle pentole e ai mestoli: tutto disegnato appositamente per il volume, riprendendo scrupolosamente i materiali del Buffalo Bill Historical Center di Cody, nello Wyoming.

A questa valanga di magnifici volumi, altri (tanti) se ne potrebbero aggiungere, pubblicati, con maggiore o minore tempismo, dalle varie case editrici italiane: dal Saggiatore, a Mondadori, a Rizzoli. A conclusione ci sembra opportuno ricordarne almeno uno: Frecce spezzate di Nando Minella della Kaos Edizioni, dedicato alle condizioni degli indiani oggi, un argomento affrontato qua e là in quasi tutte le opere citate, ma mai trattato a fondo, con una visione on the field.





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