giovedì 30 luglio 2009

Five Fingers: intervista a Luca Barbieri

Pubblicata sul blog Corpi Freddi e gentilmente autorizzata dallo stesso Barbieri.

fivefingers
Corpi Freddi: Premetto che tra i libri letti quest' anno, "Five Fingers" di Luca Barbieri rappresenta uno dei libri più belli letti fino ad oggi (e non sono stati pochi). Questo anche a conferma che il "libro gioiello" lo si può trovare anche tra le case editrici piccole come lo è "Il Foglio Letterario". A tal proposito chiediamo all' autore, Come nasce un libro come "Five Fingers - cinque dita"?

Luca Barbieri: Anzitutto un doveroso grazie di cuore per le tue belle parole: sentire definire” libro gioiello” una propria opera costituisce un’enorme soddisfazione per un autore!

Per quanto riguarda, invece, la tua domanda, non posso che rispondere come farebbe Vasco Rossi, e cioè che “le mie canzoni nascono da sole”…. “Five Fingers” è nato così, solitario e feroce come la frustata di un fulmine; mi è piovuto in mano d’improvviso, quando mi sono reso conto che potevo cucire insieme alcuni racconti che avevo nel cassetto e creare qualcosa di assolutamente nuovo e originale nel nostro panorama letterario. Sia “Ciò che il Banshee porta con sé” che “Vivere da uomini, morire da topi”, infatti, erano già pronti, il primo scritto per una rivista che poi ha chiuso i battenti, il secondo presentato come romanzo breve e piazzatosi al secondo posto nel concorso nazionale “L’emergente”. Il corpo centrale de “L’antico credo degli insepolti” (e cioè la storia della caccia al nedtahe tra le impervie montagne messicane) era stato pensato come inserto in un progetto più complesso, idem per la storia “Cicatrici di roccia sopra l’anima di un assassino”; se noti, entrambe queste parti sono narrate in prima persona, il che è indice di una matrice comune. Resta la prima storia, “Polvere di legno nero”: è la più breve, e originariamente era addirittura più corta; l’avevo pensata come un brevissimo racconto onirico e surreale ambientato durante la Grande Depressione del 1929, poi è stata mutata in una storia western tagliando gli accenni alla prima guerra mondiale e aggiungendo qualche particolare “ad hoc”, e infine è diventata quella contenuta nel libro grazie alle sollecitazioni del mio editor, Vincenzo Spasaro, che la trovava “troppo corta e senza un vero finale”, in sintesi “la meno valida del lotto”. L’esigenza di chiarire meglio le motivazioni del protagonista e di svelarle poi al lettore attraverso un colpo di scena ad effetto mi ha costretto a ripensare tutta la storia e a trasformarla nella versione più complessa e misteriosa che si può ora leggere nel libro!

Riassumendo, avevo dunque potenzialmente tutte e cinque le storie (anche se da ampliare, correggere o addirittura terminare) ma mancava ancora qualcosa che le amalgamasse tra loro rendendo il libro qualcosa di più di una semplice raccolta di racconti, e l’idea è arrivata con quel famoso flash menzionato prima. L’ho avuto mentre sfogliavo le pagine di un fumetto, una vecchia storia western edita dalla Eura e intitolata “La città della mezzaluna”, ai testi Walter Slavich e alle chine Enrique Braccia (un gigante, meglio addirittura del padre!); al termine del terzo capitolo il disegnatore inserisce una tavola che occupa l’intera pagina e nella quale ritrae una mano scheletrica che impugna una Colt puntata verso il cielo. Ecco l’illuminazione: una mano che impugna una Colt! Le cinque storie, dunque, potevano diventare altrettante dita di una simbolica mano stretta intorno alla gola del lettore; era il legame che stavo cercando. Il resto è stato semplicemente un lungo lavoro di pialla sulle storie per levigarle e renderle omogenee e di documentazione per rendere credibili le mie cinque dissertazioni sulle dita della mano.


CF: Scegliere un’ambientazione come quella horror-western a metà strada tra Mario Bava e Sergio Leone ti è stato semplice sin dall' inizio?

LB: Direi che più che semplice è stato naturale.

Sin dalla più tenera età sono stato nutrito a pane e western, sotto forma di fumetti, film, cartoni animati e libri; il sovra-dosaggio mi ha sì provocato alcune turbe, come ad esempio quando ho cercato di far entrare in classe i miei compagni a forza di frustate fingendo che fossero dei longhorns, ma mi ha anche dotato di una enciclopedica conoscenza del vecchio West e di una straordinaria voglia di raccontare storie di Frontiera. E’ bastato poi unire questa passione a quella per il genere horror, scaturita a forza di ingurgitare i b-movies del Martedì notte su Italia Uno (sede delle celebri maratone “notte horror”) e i libri di Stephen King, ed ecco fatto!

In realtà quella che può sembrare una fusione stravagante e moderna, ha radici assai antiche: di spettri che infestavano la prateria americana si scriveva già nell’Ottocento, massimo esponente di questo genere il maestro Ambrose Bierce, e diversi decenni dopo (anni Trenta) è tornato a farlo con estrema bravura anche R. E. Howard, noto ai più per aver creato Conan il barbaro, capostipite del fantasy moderno. Personalmente io ho scoperto la possibilità di esplorare questo intreccio di generi grazie a Tiziano Sclavi che negli anni Ottanta ha dato vita a Kerry il Trapper, protagonista di notevoli storie western horror pubblicate in appendice agli albi del comandante Mark, storie bellissime che peraltro ho saputo che le edizioni BD stanno ristampando. Quella è stata la vera folgorazione sulla via di Damasco. Ci sono state poi le storie “nere” di Tex Willer, quelle nelle quali Bonelli papà affrontava disinvoltamente vicende di malvagi stregoni, diableri, fiori carnivori, dardi pietrificanti, zombi della Louisiana e misteri vari; si tratta di alcune delle migliori avventure del granitico ranger, godibilissime ancora oggi. La voglia di raccontare questo tipo di storie è però rimasta latente finchè non ho scoperto il Jonah Hex di Lansdale. Quel fumetto mi ha risvegliato di colpo la passione sopita. E mi sono messo davanti al PC….

Dopo sono arrivate numerose conferme che la strada era quella giusta: Pantera, il pistolero sciamano di Evangelisti, la serie della Torre Nera di King, la scoperta di un film come “Deadman” di Jarmusch che sembra il manifesto del genere e, infine, la recentissima pubblicazione dei romanzi di Lansdale “La morte ci sfida”, “Il carro magico” e “Fuoco nella polvere” dei quali il mio “Five Fingers” sembra parente stretto (un lontano cugino povero e ritardato, ma pur sempre parente…). Per quanto riguarda Sergio Leone, bè, lo considero semplicemente il miglior regista western di sempre (eguagliato solo dal Clint Eastwood de “Gli spietati” e “Il texano dagli occhi di ghiaccio”); considera poi che molti pezzi del libro sono stati scritti col sottofondo delle colonne sonore dei suoi film sparate nell’aria dal mio lettore CD.


CF: Ricordiamo che il libro è diviso in 5 racconti, uno per ogni dito, quale dei 5 racconti + ti raffigura?

LB: Se dovessi sceglierne uno per rappresentare lo spirito del libro, sceglierei di sicuro l’anulare: è quello nel quale sono probabilmente meglio riuscito a esprimere l’essenza del western gotico e dark che volevo creare. Se, invece, dovessi scegliere quello più vicino a me come persona, sceglierei l’indice, nel quale ho inserito alcuni elementi autobiografici.


CF: So che la figura professionale di Lansdale (autore ipertrattato dal nostro blog) è un pò la tua musa ispiratrice.

LB: Come dicevo prima, assolutamente sì.

L’ho scoperto come scrittore nel 2000, quindi relativamente di recente, con il romanzo “Fiamma fredda”, pubblicato nei Gialli Mondadori con il seguente proclama: “Joe Lansdale lo Stephen King del Texas!”. C’erano almeno due cose sbagliate in quel libro (che comunque conservo tuttora con enorme affetto!): primo non si trattava affatto di un giallo, secondo Lansdale non ha nulla a che fare con Stephen King. Ma tant’è, basta vendere… Poi mi sono affannato a cercare ogni altra cosa che avesse in copertina il suo nome, e raramente sono rimasto deluso dal contenuto (forse una sola volta su venti e passa libri suoi che ho letto). E’ dotato di uno straordinario talento descrittivo, è capace di creare dialoghi realistici e coinvolgenti, e, infine, ha una fantasia malata e sconfinata. Non riesco ad immaginare cosa possa mancargli! E’ l’autore che sento più affine al mio modo di scrivere, di sentire e vivere la narrativa; in sintesi condivido in pieno le parole di Ammaniti che suggerisce agli analfabeti di imparare a leggere semplicemente per potersi poi gustare i romanzi di Lansdale.


CF: Da quali altri autori pensi di esser stato influenzato?

LB: Bof, non saprei; ho letto vagonate di libri e altrettanti fumetti, e credo di aver imparato qualcosa da ogni singolo autore, magari anche in negativo (del tipo: orrore, non scriverò mai una vaccata del genere!). In linea di massima, comunque, quando scrivo ho sempre in mente dei modelli narrativi precisi, degli autori che stimo e che vorrei, in qualche modo, omaggiare con la mia prosa. Tra gli italiani di sicuro metterei Italo Calvino, Dino Buzzati, Giancarlo Fusco, Stefano Benni, Umberto Eco ed Emilio Salgari; tra gli stranieri Ernest Hemingway, Neil Gaiman, Cormac McCarthy, Richard Matheson, Jorge Luis Borges, Ambrose Bierce, Robert Ervin Howard, H. P. Lovecraft e Gordon Shirreffs (quest’ultimo, probabilmente il meno conosciuto di tutto il mazzo, è un prolifico scrittore western degli anni sessanta). Ai nomi indicati precedentemente aggiungerei anche quelli di alcuni grandissimi sceneggiatori di fumetti che, per moltissimi versi, hanno enormemente influenzato la mia narrativa, in particolare Frank Miller, Alan Moore e Giancarlo Berardi (autore di Ken Parker e Julia).


CF: Provieni dalla sceneggiatura di fumetti. Dai baloon ai romanzi. E' una tendenza che molti nuovi autori stanno cavalcando. Come ti spieghi questa cosa?

LB: La generazione degli autori che esordiscono in questi anni è quella nata tra la metà e la fine dei settanta, periodo nel quale il fumetto, come forma d’arte, era stato ampiamente sdoganato e non ci si vergognava più a fare circolare gli albi per casa o a esporre i cartonati di grandi autori (Pratt, Crepax, Toppi, Battaglia tanto per citarne alcuni) nelle proprie librerie. Per quanto mi riguarda, ad esempio, si può tranquillamente dire che abbia imparato a leggere sulle pagine di Ken Parker, di Tex, di Conan, di Dago ecc. e come me tanti altri che, un paio di decenni dopo, hanno preso in mano carta e penna. Niente di strano perciò se molti degli autori moderni mescolano disinvoltamente narrativa e fumetto. Neil Gaiman è il primo che mi viene in mente, ma ce ne sono molti altri: Gianfranco Manfredi, Valerio Evangelisti, lo stesso Lansdale; per loro però vale il discorso contrario, cioè è tutta gente che dopo aver avuto successo con la narrativa non ha esitato a “sporcarsi le mani” passando al fumetto. Dai romanzi ai baloon, dunque.


CF: E' uscito da poco una raccolta di racconti, sempre per "Il Foglio Letterario" edizioni, "VELENO 10 storie per non dormire", dove ti cimenti con l' horror fantastico con un racconto intitolato "Ekaton". Vuoi parlarcene?

LB: Vincenzo Spasaro, responsabile della collana del Foglio “Fantastico e altri orrori” e come detto editor del mio libro, ha anche un secondo lavoro come direttore del manicomio criminale di Roma. In quella sede ha raccolto dieci pazzi furioso e li ha costretti a scrivergli altrettante storie horror. Poi ha composto l’antologia, ha intascato il malloppo ed è fuggito ad Ostia. Il risultato del suo lavoro è, in ogni caso, davvero notevole.

Per quanto riguarda il mio racconto in particolare ho avuto solo un paio di input da Vincenzo, e cioè che “non fosse come Five Fingers” e che “fosse breve”. Per il resto totale carta bianca. Ne è venuto fuori un pezzo più surreale che prettamente horror, di ambientazione nostrana, intriso di un terrore “cosmico” ma al tempo stesso molto quotidiano. Penso ricordi un po’ i racconti brevi di Matheson, nei quali l’orrore (inatteso) irrompe improvvisamente a sconvolgere una situazione familiare al lettore, racconti che sono stati alla base della serie “Ai confini della realtà”; non a caso, infatti, “Ekaton” nasce concettualmente come sceneggiatura per un corto cinematografico.


CF: Visto che oramai bramo per leggere qualcosa di nuovo con firma Luca Barbieri, hai altri progetti in corso?

LB: Ho circa un centinaio di idee che mi frullano in testa ma, volendo stringere, le ridurrei a sei progetti seri. Sono a metà di un romanzo pulp – western (quindi non proprio horror ma ugualmente molto sanguinario, vicino a “Meridiano di sangue” di McCarthy come impianto e stile), all’inizio di altri due (un thriller e un dark fantasy) e con altri tre perfettamente delineati a livello di trama ma ancora da iniziare. Sto poi raccogliendo materiale per un’antologia di racconti. Come saggistica, invece, ho un libro già ultimato sui pistoleri “sporchi e cattivi” del Far West ancora senza editore e un lavoro sul cannibalismo da completare.

Se hai voglia di leggere qualcos’altro di mio, comunque, ho in giro un altro libro: si tratta di un saggio che affronta il complesso problema delle mutilazioni genitali femminili e che ho ricavato direttamente dalla mia tesi di laurea. Il titolo è “Amore negato”, edizioni Ananke. Sono poi pubblicato su alcune riviste, fanzine e un paio di antologie (tra le quali segnalo almeno “Fuga dai mondi incantati”, Nexus, che contiene un mio racconto vincitore di un premio speciale a Lucca Comics 2008). Qualcos’altro potresti recuperare in rete, in particolare una vecchia raccolta di racconti dal titolo “Coriandoli di filo spinato”. E’ un po’ acerba, ma contiene pezzi che considero tuttora validi.


CF: Quest' anno eri presente alla fiera internazionale di Torino, che riscontri hai avuto dalla gente?

LB: Ottimi, ho firmato qualche migliaio di autografi. Considera però che mi ero spacciato per Federico Moccia…


CF: Tirando le somme del tuo libro, come sono andate le cose?

LB: Direi piuttosto bene, considerando che questo era un manoscritto destinato a rimanere nel cassetto. Ho faticato come una bestia a trovare un editore che non volesse spillarmi quattrini (c’è stato anche chi mi ha chiesto tredicimila euro per pubblicarlo!), e sono stato molto fortunato ad imbattermi in Gordiano Lupi, che già mi aveva pubblicato del materiale fumettistico. Ho avuto splendide recensioni, anche su una rivista ad altissima tiratura come l’ “Almanacco del West” della Bonelli, e il mio lavoro è stato citato da Manfredi nella sua rubrica di “Magico Vento” insieme a un gigante come Elmore Leonard.

Pensa che mi ha addirittura contattato una major hollywoodiana per comprare i diritti del libro, ma in quel momento ero in bagno e non ho potuto rispondere al telefono… Vabbè, sarà per un’altra volta!

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