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domenica 7 febbraio 2010

Un baule pieno di prateria

articolo di Antonio Pannullo dal SECOLO XIX

tratto da Inferno Bianco Blog
Cowboy all’amatriciana


L’autore è un esperto di Guerra di Secessione e delle vicende degli indiani del Nord America


UN BAULE PIENO DI PRATERIA: PER CHI ANCORA SOGNA IL WEST
Stefano Jacurti ripropone in un libro il mito ormai quasi dimenticato della gloriosa frontiera americana


Una carovana di coloni attraversa le praterie del West alla ricerca di terre da coltivare. Alle loro spalle hanno lasciato l’Europa, la carestia, la sovrappopolazione, le epidemie. Sognano un futuro nel mondo nuovo. Da uno di questi carri cade un baule, che viene presto coperto dalla sabbia. Dentro il baule c’è un vecchio libro dalle pagine ingiallite e sporche. Dentro il libro ci dono sette storie, storie che raccontano la Frontiera americana, storie di speranza, storie di avventura. Sette sogni. Due secoli dopo questo baule è stato ritrovato da Stefano Jacurti, regista, attore, sceneggiatore, scrittore, ma soprattutto appassionato della storia americana del 1800, esperto del west, e lui stesso moderno westerner alla ricerca dei sogni di quegli uomini. È così che metaforicamente Stefano Jacurti racconta la genesi del suo nuovo libro, "Il baule nella prateria", uscito a fine aprile per i tipi della Serel International – EEditrice. Nel libro vi sono racconti del vecchio west, in cui l’autore ricostruisce l’ambiente e le emozioni di quel mondo perduto, un mondo che Stefano Jacurti ha per tutta la vita cercato di riportare in vita con le sue attività culturali: in teatro, con i libri, e con il suo film "Inferno bianco", di due anni fa, lungometraggio girato con pochi fondi ma tanta passione e competenza tra i monti dell’Abruzzo, per la precisione sul Gran Sasso. Il film, distribuito in circuiti underground, ha tuttavia riscosso un notevole successo tra i cinofili e gli appassionati del genere. Sono state decine le presentazioni, nel corso delle quali la “squadra” che ha realizzato quello che sembrava impossibile: un western italiano in un periodo di riflusso del west, ottenendo per giunta un certo consenso. Inferno bianco, che ha vinto il primo premio “Acec” al Tentacoli film festival, è in realtà l’incontro di due generi, il western e l’horror psicologico, ed è il primo “lungo” di questo tipo dopo molti anni di buio. “Il Gran Sasso è il nostro Oregon”, dice Jacurti, che ha già girato un “corto” western "Boot hill". La trama rispecchia l’originalità di questo lavoro: un archeologo di Boston insieme con la cugina va nel west, nell’Oregon, alla ricerca di una mitica valle dei fossili che gli dia il successo e la fama professionale. Ovviamente ha assoldato sul posto scout e pistoleri per garantire la spedizione. Succedono molte cose sui picchi innevati, inquietanti presenze che attendono nella valle, ma anche regolamenti di conti e sparatorie molto più terrene e tradizionali.



Lo scrittore ha realizzato un lungometraggio western horror, intitolato “Inferno bianco”, ambientato nell’Oregon ma girato sul Gran Sasso


La vera novità di questo film, che certamente è indipendente poiché non ha ricevuto alcun finanziamento, è che la troupe è partita da casa propria per andare sul Gran Sasso a girare, e non da qualche studio di produzione cinematografico. Stefano Jacurti insieme con Emiliano Ferrera hanno diretto i dodici attori in alcuni mesi di lavoro abruzzese, un’avventura nell’avventura. "Inferno bianco" ha dimostrato insomma che in Italia è possibile fare del buon cinema a costi contenuti. [...] dei mezzi si risponde con la sceneggiatura e le inquadrature. Il film è in bianco e nero e il regista ci spiega perché: “Ho voluto girarlo così perché il bianco fosse ovunque. Può diventare il colore dell’angoscia in un mondo selvaggio come quello del west, tanto più in questo lavoro dove la Frontiera ha incontrato il mistero”. Jacurti, cinquantenne cresciuto a John Ford, John Wayne e poi a Sergio Leone, si dichiara seguace incondizionato del nostro compatriota, e Clint Eastwood resta il suo mito. "Inferno bianco" da questo punto di vista è pieno di citazioni: il protagonista Ethan assomiglia a Clint e anche al suo corrispettivo italiano Franco Nero, mentre il personaggio interpretato da Jacurti evoca Klaus Kinsky e il suo bounty-killer predicatore di "Il grande silenzio", film italiano di Corbucci che fu un po’ uno spartiacque, sia per l’atmosfera gotica, sia perché è uno dei pochi western made in Italy sulla neve. Altre evocazioni, dice Jacurti, vengono da "Dead man" e "L’urlo dell’odio", in cui sopravvivenza e natura selvaggia fanno da padrone. Strano destino, quello del genere western: prima è esploso, ha girato il mondo per decenni, poi improvvisamente si è ripiegato su se stesso, anche negli States. Oggi se ne producono pochi, e pochissimi di western puri, perché molti sono road-movie ambientati nell’800, ma il richiamo della frontiera è grande, e anche il mondo di celluloide non potrà resistere ancora a lungo. In Italia, il panorama è desolatamente povero, sia per quanto riguarda i film sia per la letteratura: la guerra di secessione o la conquista del west hanno poche righe all’interno dei nostri libri di storia. Qualcosa in più c’è, ma sempre relativamente, sulla questione indiana, ma è più un messaggio generale sulle minoranze che non una radiografia dettagliata di quell’affascinante mondo perduto e dei suoi eroi. “Ho proposto pubblicamente in diverse sedi – ci dice Stefano Jacurti – durante le presentazioni del film e più recentemente nel corso di quelle del libro, di introdurre lo studio della storia americana nelle nostre scuole, almeno in quelle superiori. Oggi è insegnata come qualcosa di avulso, di molto lontano dalle vicende europee, ma chi conosce la storia sa che non è così: i due continenti sono strettamente intrecciati, perché il nord America è figlio dell’Europa, di coloro che



Il regista: “Nel nostro paese il panorama di questo tipo di film è desolatamente povero, anche se c’è qualche timido segnale di ripresa”



nell’800 e anche in seguito lasciarono un continente vecchio, povero, percorso da epidemie e da povertà endemica, per cercare oltreoceano un futuro migliore, diverso, da costruire con le proprie mani. Si diceva Sergio Leone: un genio che ha creato un genere tutto italiano, in seguito apprezzato all’estero, dipingendo il mondo del west in maniera diversa, più cruda, più rozza, ma in verità più realistica, più vicina a come effettivamente dovesse essere la frontiera a quei tempi. Leone, è certo lui il regista al quale più si è ispirato l’autore di "Il baule nella prateria" per il racconto “Vajas con dios”, ambientato nelle allora assolate e sperdute lande di nessuno del confine messicano. In “Dove arriva quel treno” invece Jacurti immagina che Armonica, Charles Bronson in "C’era una volta il west" di Sergio Leone, e Jill, Claudia Cardinale, abbiano una seconda occasione per vivere la loro storia, dopo tanti anni. “Il vecchio e il puma”, che riecheggia nel titolo il capolavoro di Hemingway “Il vecchio e il mare”, è un western psicologico, introspettivo, un po’ cupo, che racconta la fine della Frontiera attraverso la vita e la parabola di un vero, anziano westerner, la cui morte rappresenta un po’ la metafora della fine di un mondo per il quale non c’è più spazio. Ambientato nello spettacolare scenario della Guerra di Secessione è “My apologies, missis Eleonor”, vista però non come generali e battaglie, ma dal punto di vista del soldato che vuole tornare a casa. Bello anche “Il libro e la colt”, in cui l’uomo di lettere che vive nel west sogna l’azione, posa la penna e imbraccia il fucile. Che forse è il sogno di tutti noi oggi che abbiamo guardato i film western: lasciare i grigi uffici e le strade congestionate e cavalcare nelle praterie che non hanno confine.



IL FILM INFERNO BIANCO (IN BIANCO E NERO) E’ STATO RAPPRESENTATO IN TUTTA ITALIA, RICEVENDO CONSENSI PER AVER RIPROPOSTO IL GENERE DOPO ANNI DI BUIO

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