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giovedì 15 dicembre 2011

Intervista a Luca Barbieri!


Cari amici, dopo Stefano Jacurti, questa volta Western Campfire vi presenta un altro grande autore italiano di narrativa western, il mitico Luca Barbieri! Luca è uno scrittore "anomalo" del nostro western narrativo in quanto le sue storie contengono un alto tasso di horror, di dark e di gotico, un cross over rarissimo sia al cinema che in letteratura. Ma in ambito saggistico Luca ha esordito con una bellissima cavalcata tra i pistoleri che hanno fatto la storia del West (Storia dei pistoleri, edito da Odoya), tuttavia riuscendo a inserire un capitolo sulla Frontiera pure nel suo nuovo lavoro, uscito da qualche mese sempre per Odoya, Storia dei licantropi.L'intervista è l'occasione per saperne di più su di lui e sulla sua vita da scrittore, ma anche sulla sua visione del West e del western.
Buona lettura!



Intervista di Mario Raciti

Grazie a Luca Barbieri per le foto che lo ritraggono insieme a uno splendido lupo imbalsamato.


Bene, caro Luca, eccoci qui. Per cominciare vorrei darti il benvenuto sul mio blog e ringraziarti infinitamente per la tua disponibilità e gentilezza.
Venendo a noi... come hai imboccato la strada della scrittura? Come nasce il Luca Barbieri scrittore? E che rapporto hai con la scrittura?

Il Barbieri Luca scrittore nasce insieme a Barbieri Luca: ricordo distintamente che già all’età di sei mesi impostavo piccoli racconti vergandoli con il ciuccio sopra distese di omogeneizzato spalmato sul tavolo, come se fosse una sorta di lavagna. Ho sempre desiderato scrivere, sin dalla più tenera infanzia quando imitavo i romanzi esotici di Salgari proponendo le avventure di un improbabile pirata malese di nome Satarkan (come prova di quanto affermo posso esibire i quaderni Pigna dell’epoca, e parlo dell’84 circa, secoli fa). Se l’Italia fosse un paese in grado di offrire la possibilità a uno scrittore di mantenersi solo con questo lavoro credo proprio che non avrei dubbi a buttarmi a capofitto in questa carriera…. ma non siamo negli USA, e devo accontentarmi di confinare il Luca Barbieri scrittore a vivere in ben delimitati momenti della settimana.


Anche tu, come Stefano Jacurti, hai pubblicato due libri western. La domanda è di rito: com'è nata questa grande passione per il West e il western?

Anche in questo caso la risposta si perde nelle nebbie del tempo. Non ricordo quando e come è scoccata la scintilla, posso solo tirare ad indovinare;  in tutti i miei primi ricordi, comunque, mi rivedo cavalcare scope di legno agitando una piccola replica in plastica di una Colt Navy. Questa folle passione può dipendere sia dalla mania di mia nonna prima e di mio padre poi per i fumetti di Tex e di Ken Parker, sui quali ho praticamente imparato a leggere, sia dalle VHS dei film di John Wayne e di Sergio Leone che i miei possedevano pressoché tutte… fatto sta l’amore che ho per il Far West è di quelli dannatamente seri, di quelli che durano una vita!


Parliamo di narrativa. Le tue storie western sono nere, cupe, gotiche: perché la scelta di quest'altro genere da mescolare al western?

Perché un altro genere che adoro è l’horror. La mia adolescenza è costellata di notti insonni di fronte alla TV a sbirciare le maratone horror di Italia Uno, che regalavano capolavori come “La macchina nera”, “L’ascensore”, “Cujo”… Unire le due cose mi è parso, da subito, un’ottima idea. Purtroppo il genere western-horror è una nicchia nella nicchia e gli autori che ne scrivono si contano sulla punta delle dita in tutto il mondo.


Hai una preferenza per qualcuno dei tuoi libri o dei tuoi personaggi?

No, li amo tutti indifferentemente, allo stesso modo. Come se fossero dei figli: chi è padre, come me, sa benissimo che non si possono (né si devono) fare preferenze.



Le copertine delle due edizioni italiane di "Jonah Hex: Two Gun Mojo"

Ci parli del tuo lavoro come sceneggiatore di fumetti?

E’ un’altra (insana) passione. Sono cresciuto circondato dai fumetti; non solo Bonelli, ma anche (e soprattutto) ottima letteratura disegnata made in Argentina (Skorpio, Lanciostory e poi i cartonati Eura). A ruota sono arrivati gli albi americani (ma non tanto quelli supereroistici quanto quelli fantasy: Conan in primis),  il fumetto d’autore italiano (Pratt, Crepax, Manara, Giardino), gli eleganti cartonati francesi e poi, in età adolescenziale, quelli inglesi, più sofisticati (intendo Moore e Gaiman, che comunque lavoravano, e lo fanno tuttora, per case editrici USA). In mezzo c’è stata la parentesi Manga (credetemi, ci sono autori di assoluta validità nonostante sia considerato un fumetto di serie B). Date queste premesse giocoforza ho provato, e proverò finché avrò fiato in corpo, a diventare sceneggiatore. Gli sforzi sono stati ricompensati da un primo posto (2006) e da un secondo posto (2008) nelle uniche tre edizioni del concorso nazionale per sceneggiatori non professionisti (Lanciano, ora non più esistente) e da una serie di lavori sparsi in giro per fumetterie e, soprattutto, in rete. La difficoltà dello sceneggiare è la necessaria partnership con un disegnatore e la lentezza di far crescere progetti di ampio respiro; visto perciò che ho pochissimo tempo libero, la sceneggiature vengono sempre dietro saggistica e narrativa. Forse in futuro, se alla Bonelli mi vorranno, le cose potranno cambiare.


Come nasce Five fingers?

Da un misto di pigrizia e passione. Pigrizia perché non avevo voglia, dopo aver pubblicato il mio primo libro (“Amore negato”, Ananke) di imbarcarmi nell’avventura di scrivere un romanzo western, oltretutto in un momento nel quale avevo appena iniziato a lavorare. Passione perché desideravo ardentemente pubblicare qualcosa di western, vista la penuria di materiale nuovo, e volevo che la gente leggesse qualcosa di vicino alla narrativa del Lansdale di “Jonah Hex: Two Gun Mojo” e del McCarthy di “Meridiano di sangue”. Quindi ho raccolto tutto il materiale western fino a quel momento disordinatamente accumulato (racconti e abbozzi di romanzo), mi sono spremuto le meningi per trovare un’idea originale che potesse creare un filo conduttore tra le storie, dopodiché ho “cucito” tutto insieme, levigato per quasi un anno, e, infine, proposto il prodotto.


È stato difficile trovare un editore che lo pubblicasse?

Terribilmente difficile. Considera questo, tanto per darti un’idea: il lavoro era pronto già nel 2005 ed è uscito, anche se ampiamente editato e migliorato, soltanto nel 2008. Come ho già detto, il genere che avevo scelto era una specie di gigantesco peso agganciato alla caviglia, un handicap quasi insuperabile. Già le case editrici storcono il naso davanti a qualcosa che puzzi anche vagamente di western oppure che non sia un romanzo, figurati davanti a una raccolta di racconti di genere western-horror! Il massimo dell’impubblicabilità. Ho avuto anche qualche risposta positiva, certo: da parte di chi mi chiedeva soldi (per pudore non menzionerò le case editrici, ma solo le somme richiestemi: dai tremila ai dodicimila euro). All’inizio della mia carriera ho stabilito un principio guida: non avrei mai pagato per pubblicare; dunque ero ormai rassegnato a lasciare “Five Fingers” nel cassetto (all’epoca si chiamava ancora “La mano sinistra del diavolo”, in effetti un titolo molto meno suggestivo), e poi che succede? Un mio caro amico, Fabrizio Fassio, col quale pubblicavo le storie a fumetti del dr. Rantolo (una versione moderna della serie “Zio Tibia”), mi mette in contatto con Gordiano Lupi, editore passionale ed appassionato. Ho un primo sì. Il mio lavoro viene affidato a quel geniaccio di Vincenzo Spasaro (ora pubblica con Mondadori) che s’innamora del libro, bontà sua. Vince è un editor con i controcazzi (si può dire in TV?) e mi setaccia il libro peggio di un minatore californiano. Lo gira e lo rigira, lo smonta e me lo fa rimontare, me lo fa riscrivere una mezza dozzina di volte e intanto i mesi passano. Tra una bestemmia e l’altro accetto tutte le indicazioni, ci lavoro sopra come un pazzo, e, alla fine, mi trovo tra le mani un libro decisamente migliorato. Ad esempio “Polvere di legno nero”, il primo racconto, è diventato tutta un’altra cosa, dal titolo al finale, completamente trasformato e dieci volte migliore rispetto a prima. Perciò: grazie mille Vince!


Dei tuoi racconti si nota subito il taglio cinematografico, oltre che a citazioni anche da fumetti. Dei cinque racconti di Five fingers qual è quello che tu vedi migliore da trasformare in film?

Teoricamente tutti, ma probabilmente quello più indicato, per ampiezza narrativa, è “L’antico credo degli insepolti”. Credo poi che sarebbe quello di maggiore impatto visivo insieme a “Ciò che il Banshee porta con sé”.


Questa domanda credo sia un po' un obbligo per interviste come queste: parlavamo delle citazioni nei tuoi racconti... Scrivendoli, hai guardato più al western americano o al nostro spaghetti?

Senza dubbio allo spaghetti-western. Credo sia facilmente intuibile dal taglio “sporco e cattivo” dei miei personaggi, dai paesaggi polverosi e aridi che abbondano nel libro, dalla ruvidità di certe mie descrizioni. Come punto di riferimento mantengo sempre la “trilogia del dollaro” di Leone.


Cormac McCarthy

Joe Lansdale, autore cult di western-horror

E in ambito letterario quale autore ti ha ispirato di più per le tue opere western?

Senza dubbio Joe Lansdale, e in particolare le sue opere più stravaganti e meno commerciali (tra tutte “Fiamma fredda” e “Fuoco nella polvere”); non per niente sono stato soprannominato (da più di un critico, dunque un appellativo plausibile) il “Lansdale italiano”, un complimento che in tutta sincerità ancora non merito. Vedremo nel futuro se saprò essere alla sua altezza.


La tua Storia dei pistoleri ha stuzzicato la curiosità degli appassionati di West: come l'hai scritta? Come hai svolto il lavoro di documentazione e stesura?

Molto del materiale deriva dalle ricerche effettuate per “Five Fingers”, perché, nonostante il taglio ibrido e atipico, ho cercato di documentare ogni virgola del libro, dalle descrizione del paesaggio al gergo dei personaggi, comprese le parole indiane o le bestemmie in messicano. E poi ci sono gli articoli scritti per il sito www.farwest.it (che tu dovresti conoscere….) i quali, ampliati e rimaneggiati, hanno offerto splendidi spunti per molti paragrafi.


Preferisci scrivere saggistica o narrativa?

Il cuore dice “narrativa”, il portafoglio, per ora, “saggistica”. Ma la mia saggistica è davvero sui generis, è molto “romanzata” pur essendo rigorosa nella documentazione. Ho scelto un taglio divulgativo e accattivante, che a molti puristi fa però storcere il naso. Le soddisfazioni, comunque, non mancano: qualcuno di importante ha definito “Storia dei pistoleri” come “qualcosa a cavallo tra un saggio e un bel romanzo d’avventura”.


Quale pistolero ti affascina di più, e perché?

Risposta scontata, basta leggere il libro. C’è un pistolero al quale dedico quasi un terzo del totale delle pagine: Wild Bill Hickok. Non so perché mi affascina così tanto, forse per il carisma innato che aveva, per la sua unicità nell’oscillare tra legale e illegale, tra giusto e sbagliato, mantenendo però sempre la sua aura di “vendicatore di torti”, di “giustiziere”, il che mi ricorda da vicino i ronin giapponesi, i giustizieri urbani come Batman oppure il Punitore, o, semplicemente, il ghigno sardonico eppure temibile di Clint Eastwood. Hickok è, in ogni caso, il pistolero preferito da Lansdale, dunque questo chiude il cerchio.


In una ipotetica vita nel West, c'è qualche evento particolare a cui ti sarebbe piaciuto assistere o partecipare?

Bè, più o meno tutti, basta poter contare su una sorta di “immunità” che possa far rimbalzare proiettili e frecce. Ad esempio mi sarebbe piaciuto essere tra i difensori di Alamo, un entusiasmo romantico che porto nel cuore sin da piccolo, oppure aver fatto parte di una delle ultime bande di Apache ribelli. E vorrei aver visto con i miei occhi come andarono veramente le cose al Little Big Horn o all’OK Corral. E, ancora, aver partecipato a una delle carneficine della Guerra di Secessione, aver visto i pellerossa cacciare i bisonti sulle pianure, la partenza delle prime carovane di pionieri… un po’ di tutto, insomma.


Nel tuo libro sui licantropi recentemente uscito per Odoya dedichi un capitolo anche alle leggende del West. Cosa hai scoperto a riguardo?

Mi avvalgo della facoltà di non rispondere! Ho scoperto molte cose interessanti, ma lascio che la curiosità dei lettori li spinga ad acquistare il volume. Posso garantire che chi lo farà, ne leggerà delle belle! Promesso!


Preferisci il West bianco o quello rosso?

Il cuore dice il West rosso. Ho versato troppe lacrime per il destino dei nativi americani per poter affermare il contrario. Moltissime etnie hanno subito genocidi analoghi al loro ad opera della razza bianca, quello dei pellerossa, complice Hollywood, è di sicuro quello più noto; possiamo dire che è il “manifesto” di ogni vile e meschina sopraffazione. Devo però ammettere che i film di Leone sono tra quelli che maggiormente mi hanno segnato; ancora adesso, talvolta, scrivo con il sottofondo del maestro Morricone. E nei film di Leone di indiani non ce n’è neanche mezzo, come se non fossero mai esistiti. Semplicemente per lui il West era altro, e di questa sua visione condivido il magnetismo che, inevitabilmente, si sprigiona dallo spirito di conquista selvaggia e senza regole della Frontiera, dove la legge era quella “del più forte” e di chi sparava per primo. Sottolineo “per primo” e non “più veloce” perché in “Storia dei pistoleri” mi sono prefisso di smontare molti dei falsi miti su duelli e pistoleri. Le scene di Leone, per quanto inumanamente meravigliose, non riflettono per niente la realtà dei fatti, ne sono distanti anni luce! Dunque alla fine, tra West rosso e bianco, è un sostanziale pareggio.


La locandina del film "L'insaziabile", che ha le stesse atmosfere dei racconti di "Five Fingers"

Cosa ne pensi del periodo di magra (che dura già da almeno una ventina d'anni) del western sia cinematografico che letterario?

Il mito del West è morto alla fine degli Ottanta; da allora fa come gli zombie: sembra defunto e poi, d’improvviso, salta in piedi e ti morde al collo. Per questo non sono d’accordo sulla definizione di “periodo di magra”. Dal 1990 ad oggi sono stati prodotti alcuni dei film western migliori in assoluto: “Balla coi lupi”, “Gli spietati”, “Deadman” e alcune pellicole che mescolano disinvoltamente i generi, come piace a me: “L’insaziabile” e “Caccia spietata”, per citare i primi due che mi vengono in mente. Anche dal punto di vista fumettistico e narrativo si sono viste alcune perle: dai lavori di Lansdale a “Meridiano di sangue” di McCarthy, che considero uno dei tre libri migliori che abbia mai letto nella vita (gli altri due sono “Five Fingers” e “Storia dei pistoleri”…ehehehhe). Senza contare, poi, il ciclo della Torre Nera, solo parzialmente western, ma che del genere ha corpo e spessore. Diciamo che negli ultimi vent’anni ci sono state felici eccezioni a una regola che vuole il western morto e sepolto. La mia grande (anzi enorme) speranza risiede nell’imminente uscita del western di Quentin Tarantino “Django unchained”. Tarantino ha la capacità di mutare in oro tutto ciò che tocca, magari sarà proprio lui a rilanciare il genere.


Quali altri generi tocchi con i tuoi racconti? C'è un certo tipo di romanzo che ti piacerebbe scrivere?

Bè ho scritto racconti di generi diversissimi: dal pulp all’horror cosmico in stile lovercraftiano, dal western alla SFX, mescolandoli anche un po’. “Il colore della pelle”, ad esempio, mescola fantascienza e western, ed è davvero un racconto bizzarro. In genere prediligo il fantastico, settore nel quale ho vinto alcuni premi prestigiosi (come il Trofeo Rill 2009, un premio davvero importante nel settore, che viene consegnato durante la celeberrima  fiera Lucca comics and games). Però per farsi un nome, in Italia, bisogna scrivere noir (o gialli) oppure romanzi di formazione confezionati per premi come lo Strega, dunque è questo ciò che ho in mente di scrivere nel prossimo futuro. Mi sono ripromesso di vendere l’anima al dio Commercio.


A proposito degli altri generi, quali altre opere hai pubblicato? Devo dire che, per esempio, i racconti online "Coriandoli di filo spinato" sono quantomeno bizzarri ma senza dubbio ben scritti.

Ho piazzato alcuni racconti in una mezza dozzina di antologie, come ad esempio “Veleno” del Foglio editore. Come opere interamente personali, invece, mi fermo a quattro: “Amore negato” (Ananke, 2005); “Five Fingers” (il Foglio, 2008); “Storia dei pistoleri” (Odoya, 2010) e “Storia dei licantropi” (Odoya, 2011). Poi ci sono i fumetti, gli articoli e i racconti in rete; al riguardo, ma come diavolo hai fatto a trovare “Coriandoli di filo spinato”? Pensavo non fosse più in circolazione. Si tratta della mia prima raccolta di racconti, un e-book datato 2003 che raccoglie racconti di genere diversissimo, ma perlopiù pezzi underground scritti durante l’università, zeppi di volgarità gratuite e parolacce. Di alcune cose vado fiero ancora adesso, tanto che pensavo di recuperarle, ripulirle e preparare una nuova raccolta “rivista e corretta”.


Che gusti narrativi hai? Quali sono titoli o gli autori che ti piacciono più di altri, o che leggi più spesso?

Leggo qualunque cosa, anche le scritte a pennarello sui muri dei bagni pubblici; ma, com’è ovvio, ho le mie preferenze. Solitamente non mi baso su un genere, ma su un autore; non mi piace “etichettare” uno scrittore e leggerlo solo perché scrive quel genere (ad esempio leggere Agatha Christie solo perché mi piacciono i gialli): uno scrittore è valido a prescindere; se è bravo è bravo qualunque cosa scriva. Almeno è così che la vedo io. Premesso questo, ti posso snocciolare i miei autori preferiti in ordine del tutto casuale: Joe Lansdale, Robert E. Howard, Cormac McCarthy, Ernest Hemingway, Italo Calvino, Dino Buzzati, Jorge Luis Borges, Amborse Bierce e Valerio Evangelisti.


Che progetti western hai per il futuro?

Molti ma quasi tutti irrealizzabili per mancanza di editori (e di tempo). Credo che mi limiterò a scrivere articoli per il sito di farwest e a inserire almeno un capitolo dedicato alla Frontiera (laddove sarà possibile) in ognuno dei prossimi saggi, come già fatto per quello sui licantropi: questo dovrebbe garantirmi un segno distintivo, una sorta di marchio. Mi piacerebbe terminare il mio romanzo western-gotico “Malahyerba” iniziato anni fa e interrotto a circa un terzo della stesura; si tratta di qualcosa di veramente cattivo e sanguinario ma ho paura che, anche finendolo, non troverebbe adeguata pubblicazione, dunque per ora lascio perdere. Più fattibile è un altro saggio sulla Frontiera, magari sui pellerossa o sul raffronto tra banditismo nel West e quello (quasi contemporaneo) nel Meridione italiano del dopo unità.



Bene, caro Luca. E' stato un piacere ospitarti sul mio blog e sono felice che tu me ne abbia dato la possibilità. Ti faccio i più affettuosi e sinceri auguri di una carriera ricca e sempre più western!

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