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sabato 6 gennaio 2018

Stephen Crane - Una leggenda del Texas [racconto]

Stephen Crane è uno degli scrittori americani più compianti. Morto giovanissimo (a soli 28 anni, di emorragia polmonare), scrisse romanzi, racconti e poesie. Viaggiò molto in molti paesi ed ebbe una vita avventurosa, per quanto breve. Di lui ricordiamo il romanzo sulla guerra civile Il segno rosso del coraggio e i racconti del West. Questi ultimi si staccano nettamente dal genere come normalmente lo conosciamo e giocano più sulle situazioni e l'ironia che su inseguimenti e sparatorie. 
Il racconto che vi propongo - in una mia traduzione - è un classico di Crane, spassoso e decisamente divertente.

Stephen Crane
UNA LEGGENDA DEL TEXAS (A Freight Car Incident - A Texas Legend)


«Ricorda quella volta, maggiore?», chiese l’uomo della ferrovia.
«Puoi scommetterci che ricordo», ribattè il maggiore.
«Coraggio, racconti», dissero gli altri.
Il maggiore alzò il suo bicchiere e osservò con attenzione il liquido lucente. «Beh, vedete, successe proprio quando la linea di Tom stava per essere costruita attraverso lo stato, e un giorno lui mi chiese di andare insieme in una certa cittadina che aveva intenzione di inaugurare con un’asta per la vendita di appezzamenti, e con birra e sandwich gratis per tutti e così via, sapete, no? Beh, ci andai e lì c’era un grosso vagone merci carico di barilotti e provviste. Tutti si stavano divertendo. Tom si sentì male durante l’asta così andò a sdraiarsi in una piccola capanna mentre io andavo in quel vagone a vedere se trovavo del ghiaccio da mettergli sulla fronte. Ero sul vagone in cerca di questo ghiaccio quando, d’improvviso, qualcuno chiuse la porta, facendo piombare l’interno in un buio nero come la pece. A quel punto qualcuno nel buio del vagone iniziò a bestemmiare come un pirata, e lo sentii estrarre il revolver dalla fondina. Allora capii a che gioco si stava giocando. Sembrava ci fosse un certo tipo lì in giro che un buon numero di bravuomini voleva uccidere, e che, dissero, l’avrebbero fatto proprio il giorno dell’asta. Qualcuno, quel giorno, me l’aveva indicato e io l’avevo sentito blaterare, quindi riuscii a riconoscere la sua voce nel buio. Credo che fosse convinto che qualcuno aveva chiuso la porta dietro di lui, così che quando lui l’avesse aperta per uscire, quelli fuori ne avrebbero approfittato per crivellarlo di piombo. Il modo in cui quel tizio bestemmiava era decisamente spaventoso.
Non era nemmeno una buona compagnia. Rimasi immobile così a lungo che sentii le ossa delle mie gambe scricchiolare come legno secco e che non potevo fare un respiro più profondo di quello di un canarino. E quello continuava a bestemmiare senza freni.
Cominciai a pensare a Tom e al suo malore, desiderando che fosse morto piuttosto che andare in quel vagone a cercargli del ghiaccio.
Alla fine mi convinsi che dovevo muovermi. Non c’era altro da fare. Le mie gambe si rifiutavano di tenermi ancora in quella posizione. La testa cominciava a girarmi e se non avessi fatto qualcosa sarei caduto. Non ero rimasto immobile troppo a lungo, comunque, ma nel buio pesto dove uno non riesce a capire se sta sui piedi o sulle orecchie, non c’è da fare molto affidamento sulla capacità di tenersi in equilibrio. Il cuore si fermò un attimo quando sentii che ondeggiavo, ma spostai prontamente un piede e fui di nuovo a posto. Ma quel dannato piede aveva provocato uno scricchiolio.
Quel tizio rimase in ascolto per un momento, poi gridò: “Chi diavolo c’è qui dentro?”.
Io non dissi una parola, ma scivolai per terra come un sacco d’avena.
Lui ascoltò ancora, poi tuonò di nuovo: “Chi c’è lì?”. Immaginai che lui sapesse che non ero uno dei suoi nemici, altrimenti sarebbe stato preso mentre se ne stava a bestemmiare nel suo angolo.
“Chi c’è lì, perdio! Vieni fuori subito, imbranato, e comincia a parlare o ti buco! Chi sei, insomma? Dì qualcosa, perdio, o ti sbrano!”.
Stava cominciando a imbestialirsi come un gatto selvaggio. Sentivo bene come si infuriava, e diventava peggio di minuto in minuto. Tutti i barili stavano ammassati nel suo angolo così quando andai tentoni per cercare qualcosa dietro cui ripararmi, non trovai niente. Ogni secondo mi aspettavo di sentirlo sparare e se siete mai rimasti al buio chiedendovi dove una pallottola vi avrebbe colpito, sapete come mi sentivo in quei momenti. Così, quando lui gridò ancora “Chi sei?”, io dissi chiaramente: “Sono solo io”.
“Fulmini”, gridò lui muggendo come un toro. “Io chi? Dimmi il tuo dannato nome e da dove vieni, se non vuoi ritrovarti in una rissa!”
“Sono di Houston”, dissi.
“Houston”, rispose lui con un grugnito. “E cosa ci fai qui, straniero?”
“Sono venuto per l’asta” gli dissi.
“Uhm” disse, e rimase per qualche minuto fermo nel suo angolo in fondo al vagone.
Stavo già congratulandomi con me stesso per essere riuscito a evitare guai con quel diavolo, e pensavo che ora la sola cosa da fare fosse aspettare che il fato misericordioso mi lasciasse uscire da lì, quando improvvisamente il tizio disse: “Ehi, tu!”
“Sì?” dissi.
“Apri quella porta!”
“Ehm… cosa?”
“Apri quella porta!”
“Ehm… la porta del vagone?”
Lui iniziò a sbavare, credo. “Certo” ruggì. “La porta del vagone! Non ci sono cinquanta porte, qui, non credi? Falla scorrere, amico, altrimenti sei finito!” e maledisse i miei antenati fino alla quindicesima generazione.
“Beh… ma… guarda” dissi. “Aspetta… spareranno non appena qualcuno apre la porta. È…”
“Che te ne frega, straniero” ululò il tizio. “Apri quella porta o ti riduco a un colabrodo. Avanti, forza! Sbrigati!”. Iniziò a muoversi verso di me. “Dove sei? Vieni fuori, imbranato! Dove sei? Lascia solo che ti spiani contro il mio revolver e vedrai che ti trovo! Sbrigati!”
Questo gioco al buio del gatto col fu troppo per me. “Aspetta” dissi. “Apro la porta”.
Lui grugnì e si fermò. Mi alzai e mi avvicinai alla porta.
“Adesso, straniero” disse il tizio, “non appena apri la porta, fatti da parte a guarda come Luke Burnham scortica quelle carogne”.
“Ma, aspetta” dissi.
“Straniero, non è il momento di discutere! Apri quella porta!”
Appoggiai la mano sulla porta e mi preparai a spostarmi mentre la aprivo. Sperai di trovarla serrata, ma sfortunatamente non lo era. Quando diedi un primo scossone, scivolò facilmente e capii che non ci sarebbero stati problemi a spalancarla.
Mi voltai verso l’interno del vagone per un’ultima lamentela. “Senti, io non ho nulla a che fare con tutto ciò. Sono solo venuto da Houston per l’asta, e…”
Ma il tizio ululò di nuovo: “Straniero, mi vuoi fare fesso? Perché sennò…”
“Aspetta” dissi. “Apro la porta”.
Mi preparai, poi mi voltai verso di lui. “Sei pronto?”
“Vai!”
Era in piedi in fondo al vagone. Potevo scorgere il debole bagliore dei suoi revolver, uno in ogni mano.
“Vai!” disse di nuovo.
Mi feci coraggio e allungai una mano per afferrare l’estremità della porta, poi, con un gemito, tirai. La porta si aprì scivolando e io caddi sulle mani e sulle ginocchia all’altra estremità del vagone.
“Diavolo!” disse il tizio. Mi voltai. Non c’era nulla da vedere se non il cielo azzurro e la verde prateria e la fila di costruzioni gialle con la bandiera rossa dell’asta e una folla di fronte a una di queste.
Il tizio bestemmiò e saltò fuori dal vagone. Andò minaccioso verso la folla, con le pistole rivolte verso il basso e le dita nervose poggiate sui grilletti. Lo seguii a debita distanza.
Non appena fu più vicino, iniziò a scivolare come un gatto su un pavimento bagnato, alzando una gamba dietro l’altra. “Dov’è? Dov’è il furfante che mi ha chiuso dentro? Dov’è? Dov’è? Venga fuori! Non ne ha il coraggio! Dov’è? Dov’è?”
Entrò tra la folla, muggendo come un toro, e nessuno si mosse. “Dove sono quelle canaglie che volevano spararmi? Dove sono? Venite fuori! Fatevi vedere! Fatevi vedere! Eppure ce n’è di gente con le pistole penzoloni, ma le tirino fuori! Ci provino a tirarle fuori! Le sfiorino solo con un dito, e gli aprirò dei buchi grossi come forni in quelle loro pellacce, dal primo all’ultimo! Fatemi vedere chi si azzarda a tirare fuori una pistola! Fatemi vedere! E vediamo anche chi mi ha chiuso dentro! Che si faccia vedere, questo…” e maledisse quello sconosciuto con un linguaggio nero come un fumo di carbone.
Ma gli uomini armati rimasero in solenne silenzio. La folla gli lasciò attorno uno spazio sufficiente a piantarci un tendone da circo. Quando il treno partì, lui era ancora in giro a ruggire contro lo sconosciuto che l’aveva chiuso nel vagone».
«E quindi finì che non lo uccisero» disse qualcuno alla fine del racconto.
«Oh, sì, lo presero quella notte stessa» disse il maggiore «da qualche parte in un saloon. Eccome se lo presero».

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