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domenica 15 febbraio 2015

"E Dio disse a Caino...", lo spaghetti western gotico

Com’è noto, nel filone degli spaghetti western molti film sono stati curiosi e coraggiosi esperimenti di registi e sceneggiatori per differenziare le loro produzioni dai western tipicamente americani. Sono stati girati diversi titoli che mescolavano il western con altri generi o che inserivano elementi insoliti, sia in fase di sceneggiatura che nella caratterizzazione dei personaggi (mi vengono in mente le bizzarre armi usate per esempio da Sartana).
E Dio disse a Caino... è uno di questi film. Senza voler per forza distinguersi dagli altri tramite trovate bizzarre o anacronistiche, è uno dei pochi spaghetti a incrociare il western con l’horror e il gotico. Antonio Margheriti, il regista, dirà «abbiamo tirato fuori una storia che assomigliava a quella di tutti i film western del mondo, ma con qualcosa di differente, un clima fantastico per differenziare un po’ il nostro film dagli altri western italiani tutti identici» (dal Dizionario del western all’italiana di Marco Giusti).
Margheriti è d’altronde abile nel costruire solidamente questo cross-over, in virtù della sua adattabilità ai vari generi, che dall’horror alla fantascienza l’hanno reso uno dei migliori registi di genere italiani.
Il soggetto di E Dio disse a Caino... è molto minimale, e tipico di molti altri film del genere: un ex soldato, condannato ingiustamente ai lavori forzati, viene graziato dopo dieci anni e va in cerca di vendetta ad ammazzare coloro che l’avevano fatto arrestare.
Il punto forte del film dunque non è il soggetto, e nemmeno la sceneggiatura, che si limita a visualizzare la lineare ed esile trama senza aggiungere niente (sembra addirittura che sia il remake di un altro spaghetti, Uno straniero a Paso Bravo), ma la trasposizione vera e propria. Margheriti riesce ad innovare il film attraverso un’atmosfera da film horror, facendo arrivare il protagonista in città nel bel mezzo di una tempesta di vento.
In questo clima cupo il protagonista, un inedito Klaus Kinski nei panni del buono di nome Gary Hamilton, si muove sicuro e silenzioso come un fantasma, tanto che i suoi avversari - un piccolo esercito agli ordini di Acombar (interpretato da Peter Carsten), l’uomo che aveva fatto arrestare Gary e che gli aveva tolto compagna (Marcella Michelangeli) e villa - lo ritengono un mostro dell’inferno.
Oltre porte socchiuse che sbattono, lungo il campanile della chiesa del paese, attraverso un cimitero indiano e una serie di cuniculi sotto la città, Kinski è invisibile e riesce a compiere la sua vendetta cominciando a falciare uomini dopo uomini grazie al suo Winchester.
Il paese fantasma, il vento continuo e insistente che porta via fili di paglia e rintocchi di campana, la polvere che si alza, i contrasti non tra chiaro e scuro ma tra grigio e nero e tra il rosso vivo della camicia di Kinski, nascondono le azioni del protagonista e rendono l’atmosfera del film davvero macabra.


Margheriti è bravissimo a ricreare le inquadrature dal migliore impatto drammatico, supportate da una colonna sonora, ad opera di Carlo Savina, anch’essa molto gotica, con pianoforte e organo a sottolineare i vari snodi e punti importanti della vicenda.
La storia - o, meglio, la vicenda principale - si svolge nel corso di una sola, infernale notte, fino all’epilogo, quando un Kinski sempre più ossessionato e deciso entra come un gatto all’interno della villa proprio mentre il sole sta sorgendo.
Il finale, con il duello all’interno del salone della villa, è ben più che una citazione del gotico, da cui mutua l’ambientazione tra gli specchi, tutta decorata con mobili e arredi ottocenteschi.
Il film di Margheriti è considerato uno dei migliori spaghetti western. Da parte mia posso dire che è un film che va visto senz’altro, che esula dagli elementi tipici del genere e quindi meritevole di una visione, anche perchè Margheriti riesce in una messa in scena coinvolgente e curata, nonostante il budget molto limitato.
Consigliato.

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