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mercoledì 10 febbraio 2016

"The Hateful Eight", un buon passo avanti per il western di Tarantino

Ero partito con tutte le migliori aspettative di questo mondo quando ho iniziato la visione di The Hateful Eight: da tutte le anteprime uscite nel corso degli ultimi anni, mi aspettavo tormente di neve, sparatorie a camionate, inseguimenti nei boschi, diligenze assaltate per liberare prigionieri e quant'altro; insomma, mi aspettavo una sorta di riproposizione de Il Grande Silenzio. Invece, The Hateful Eight è una specie di giallo della camera chiusa, una lunga, lunghissima occasione per parlare dell'America, delle ipocrisie della Guerra Civile, del razzismo, della schiavitù. Il film dura due ore e tre quarti e per due ore e mezza si svolge tutto in interni, in mezzo a un chiacchiericcio infinito e continuo; per carità, bel chiacchiericcio perchè i dialoghi sono un punto forte di Tarantino, ma sempre chiacchiericcio, sottolineato poi dalla quasi totale mancanza di azione. Poi il film si trasforma in un giallo, con il monologo da detective di Samuel L. Jackson e sangue a secchiate.
In tutti i film di Tarantino sono i personaggi la cosa più interessante, e The Hateful Eight non fa eccezione. Otto persone diversissime costrette a condividere un trading post in mezzo alla neve, Kurt Russell cacciatore di taglie (John Ruth detto "Il boia") che gigioneggia su tutti insieme a Samuel L. Jackson (i migliori personaggi di The Hateful Eight) e una prigioniera (Jennifer Jason Leigh) da proteggere da chi dice di essere chi in realtà non è... Walton Goggins al suo meglio, Bruce Dern sempre un piacere da rivedere, idem Tim Roth, Michael Madsen forse un po' in ombra, e bella interpretazione di Channing Tatum (non sapevo ci fosse anche lui fino a quando non ho letto il suo nome nei titoli di testa).


Insomma, il film è davvero tutto qui. È giocato sulla tensione nelle interazioni tra i vari personaggi (Dern/Jackson, Madsen/Russell, Goggins/Russell-Jackson), con dubbi che ciascuno nutre nei confronti degli altri: nessuno si fida di nessuno. La struttura quasi teatrale sottolinea questa caratteristica del film. C'è tanto mestiere, tanta professionalità e tanto fiato in una confezione tutta perfettina e linda: se non conoscessi Tarantino (anche se non benissimo) direi che sembra uno specchietto per le allodole per sviare l'attenzione dello spettatore dalla inesistenza della trama e dell'azione, invece al regista interessava proprio mettere in scena i suoi personaggi e i conflitti che ne derivano dalle loro diversità. Poi per carità, il film non è affatto brutto: c'è un'ambientazione tra le più affascinanti per un western (peccato vengano sfruttati poco gli esterni), sangue a fiumi, bellissimi personaggi, un Jackson e un Russell davvero fantastici, una gioia per gli occhi le scenografie e i costumi, dialoghi sempre d'effetto e mai banali (che sono l'elemento principale su cui si basa l'intero film), la noia che tutto sommato non riesce a prendere il sopravvento a dispetto della lunghezza... ma manca di quella scintilla che lo renda un western puro e semplice, ed è un vero peccato perchè sarebbe stato uno dei pochi, veri pulp-western della storia. Di sicuro, però, The Hateful Eight è un grosso passo avanti rispetto a Django Unchained.

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